<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826</id><updated>2012-02-17T05:13:07.211Z</updated><title type='text'>Kilgore Magazine</title><subtitle type='html'>Letteratura, cinema, arte, fotografia ai tempi di Trout</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>104</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2184986881840432128</id><published>2012-02-09T13:16:00.000Z</published><updated>2012-02-09T13:16:30.905Z</updated><title type='text'>Coupland, un'altra Apocalisse (ma con speranza)</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;La guerra nucleare è un &lt;b&gt;totem segreto&lt;/b&gt; davanti al quale–&amp;nbsp; rigorosamente in orario d’ufficio,indossando cravatte e pullover molto simili e utilizzando i social network – ifan di Douglas Coupland si ritrovano puntualmente a prestare una silenziosainvocazione, al tempo stesso &lt;b&gt;atterrita e affascinata&lt;/b&gt;. Questa volta, però,nell’ultima edizione dell’Apocalisse secondo il grande scrittore canadese, labomba atomica non c’entra (anche se un paio di volte una sorta di fungonucleare appare all’orizzonte, ma è solo una &lt;b&gt;deformazione percettiva&lt;/b&gt;dell’autore e della sua generazione che sono cresciuti con una solo immagine diesplosione, &lt;i&gt;L’Esplosione&lt;/i&gt;) e a mandare in frantumi il mondo per come loconosciamo è una repentina e spaventosa crisi petrolifera, seguita dall’avventodi una nube tossica, forse omaggio all’indimenticato Evento tossico aereo di &lt;i&gt;Rumore Bianco&lt;/i&gt; di Don DeLillo.&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;i&gt;Le ultime 5 ore&lt;/i&gt;, pubblicato da Isbn a pochimesi di distanza da un altro grande romanzo visionario e couplandiano come &lt;i&gt;Generazione A&lt;/i&gt; (e ancora meno dal suo magnifico saggio su &lt;i&gt;Marshall McLuhan&lt;/i&gt;), èla storia di cinque persone in una “squallida” sala da cocktail di un albergoaccanto a un aeroporto che, da quel microcosmo iperrealista, &lt;b&gt;vedono accaderel’inimmaginabile&lt;/b&gt;. Una trama forte, dunque, articolata su una narrazionepolicentrica ma potabile, che dietro l’apparenza nasconde però i temi classicie le riflessioni di Coupland, sul concetto di “tempo lineare” e, in fondo, &lt;b&gt;sulsenso della vita&lt;/b&gt;. E solo da uno scrittore come Coupland si può accettare, anzifarlo con entusiasmo, una frase come questa: “Brindo a chiunque su questa Terrasia mai stato ansioso, anzi, disperato di scoprire anche il minimo segnodell’esistenza di &lt;b&gt;qualcosa in noi che sia più bello&lt;/b&gt;, grande e miracoloso diquanto potevamo immaginare”. &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;A pronunciare questa magnifica frase è probabilmente ilpersonaggio più importante del romanzo, &lt;b&gt;Rachel&lt;/b&gt;, una sorta di top modelautistica, incapace di distinguere i volti degli altri e di comprendere lemetafore. Al di là della finezza di Coupland – che sceglie di mettere tuttiquei problemi nel corpo di una ragazza mozzafiato, ribaltando così&lt;b&gt; in un colposolo&lt;/b&gt; una buona dozzina di cliché – il personaggio presenta una serie dicomplessità che, sommate, ne fanno una sorta di Eva al contrario, qualcosa comel’&lt;i&gt;Ultima donna&lt;/i&gt;, che per una sorta di miracolo metaforico – lei, che le metaforenon le capiva – si trasforma nel primo essere umano della “Nuova Normalità” cheviene dopo &lt;st1:personname productid="la catastrofe. Perch￩" w:st="on"&gt;la catastrofe. Perché&lt;/st1:personname&gt; la vera novità per i lettori di Coupland,quelli (come Kilgore) che hanno amato libri fuori dal comune come &lt;i&gt;Fidanzata in coma&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;Lavita dopo Dio&lt;/i&gt;, è proprio&lt;b&gt; in questa speranza&lt;/b&gt; che Rachel, che è anche ilmisterioso &lt;i&gt;deus ex machina&lt;/i&gt; della storia – e dello spaziotempo –significativamente chiamato Giocatore Uno, si fa carico di portare alla finedel romanzo.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Dunque dopo il disastro, dopo il fallimento spaventoso e violentodella nostra società vorace di petrolio, qualcosa –&lt;b&gt; la vita! &lt;/b&gt;– continuerà aesistere uguale e diversa al tempo stesso rispetto a ciò che abbiamo conosciutofinora. E’ un apologo? E’ letteratura moralisteggiante? Qualcuno potrebbesicuramente dirlo, ma è probabile che non colpirebbe nel segno, perché Couplandè uno scrittore che, nonostante alcune apparenze, &lt;b&gt;è pressoché impossibile darinchiudere in una definizione predigerita&lt;/b&gt;. E il nostro destino, così comel’idea del tempo, sono concetti che la sua penna “post-qualunque cosa” è ingrado di mostrarci in una luce che risulta sempre nuova, capace di lasciarciabbagliati più di una volta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2184986881840432128?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2184986881840432128/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2184986881840432128' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2184986881840432128'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2184986881840432128'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2012/02/coupland-unaltra-apocalisse-ma-con.html' title='Coupland, un&apos;altra Apocalisse (ma con speranza)'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4122894768258615334</id><published>2012-01-30T13:55:00.001Z</published><updated>2012-01-30T13:55:42.697Z</updated><title type='text'>Harold Bloom, vertigine della critica</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Leggere Harold Bloom, il critico letterario probabilmente più noto al mondo nonché temerario e controverso teorico del Canone occidentale, è un'esperienza sempre molto intensa. La sua passione militante, la sua &lt;/span&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;venerazione per Shakespeare&lt;/b&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;, "l'inventore dell'umano", la sua costante vis polemica verso molti colleghi e numerosi altre qualità prominenti del suo lavoro ne fanno un personaggio unico e difficilmente imitabile. Ma ciò che più conta, al di là dell'esuberanza, sono le sue opere, ormai sempre più dei labirinti nei quali il lettore comune (forse l'utente finale della riflessione bloomiana, forse no) finisce per perdersi come avviene ad &lt;/span&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Alice&lt;/b&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt; quando cade nel Paese delle Meraviglie. Perché di questo si parla, anche nell'ultima monumentale fatica di Bloom, &lt;/span&gt;&lt;i style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Anatomia dell'influenza&lt;/i&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;, pubblicato in Italia da Rizzoli: ossia dello stupore e della incredibile magia di ogni grande opera letteraria. Ovviamente secondo il metro di giudizio, &lt;/span&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;autorevole ma non sacrale&lt;/b&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;, del critico americano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;E in &lt;i&gt;Anatomia dell'influenza&lt;/i&gt;, saggio che si fregia anche del meraviglioso sottotitolo &lt;i&gt;La letteratura come stile di vita&lt;/i&gt;, Bloom parla a lungo di questo concetto chiave dell'intera sua opera, ma come è nella sua natura irrefrenabile, anche divaga, ondeggia, si trasfigura, arrivando a creare &lt;b&gt;un vero e proprio poema in prosa&lt;/b&gt; (modernista, s'intende) sull'amore letterario e sul valore concreto della poesia, secoli fa così come oggi. A ben guardare, e qui sta una buona parte della sua grandezza, Bloom scrive &lt;b&gt;sempre lo stesso libro&lt;/b&gt;, ma ogni volta è capace di farlo in modo diverso e disorientante. L'idea di partenza è borgesiana (i grandi sono in grado di influenzare anche i loro predecessori) e Bloom vi ci si tuffa a capofitto, sciorinando centinaia di pagine su Shakespeare che, pur nella loro articolazione complessa e talvolta cervellotica, si rivelano riflessioni profonde sulla relazione tra la letteratura e la nostra vita: "Se Falstaff e Amleto sono illusioni - si chiede il critico - &lt;b&gt;che cosa siamo voi e io&lt;/b&gt;?". In sostanza l'affascinante tesi di Bloom è che gli autori universali sono stati capaci di creare dei mondi che a loro volta hanno creato noi. E in questo universo di finzioni riflesse che creano la "realtà" (ma le virgolette sono d'obbligo), è lo stesso Bloom ad ammettere: "Ho capito che la mia funzione è &lt;b&gt;aiutarvi a smarrirvi&lt;/b&gt;".&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Dopo aver chiarito&lt;i&gt; en passant &lt;/i&gt;che "confondere Shakespeare con dio è fondamentalmente legittimo" e che "Amleto si ribella all'apprendistato sotto Shakespeare e organizza la propria ribellione contro il dramma con una determinazione estrema, che non ha rivali nella storia del teatro" (e già qui di carne al fuoco ce n'è parecchia), Bloom entra in una fase che potremmo definire &lt;i&gt;estrusiva&lt;/i&gt;, nella quale la figura del critico finisce con il sovrapporsi a quella di un altro &lt;b&gt;muro portante della sua costruzione culturale&lt;/b&gt;: Walt Whitman, che - insieme soprattutto a Wallace Stevens e Hart Crane - diventa il tramite per una lunga e dettagliatissima apologia della poesia, forse in ultima analisi il vero grande e imprescindibile amore di Harold Bloom. Che però è un uomo abbastanza saggio ed esperto del mondo da sapere che gli amori in una vita sono tanti e le classifiche (e pure i canoni) hanno senso certo, ma &lt;b&gt;fino a un certo punto&lt;/b&gt;. Perché se "la letteratura non è solo la parte migliore della vita, ma anche la forma stessa della vita", tutti noi, &lt;i&gt;quelli che hanno letto un milione di libri insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare&lt;/i&gt;, per dirla con De Gregori, siamo consapevoli che la vita (e la letteratura, che ne è immagine e proiezione) è una grandezza in fondo insondabile, alla cui essenza possiamo solo ambire, ma senza mai, per fortuna, arrivare.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4122894768258615334?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4122894768258615334/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4122894768258615334' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4122894768258615334'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4122894768258615334'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2012/01/harold-bloom-vertigine-della-critica.html' title='Harold Bloom, vertigine della critica'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7442054856727451444</id><published>2012-01-17T18:38:00.001Z</published><updated>2012-01-17T18:38:32.675Z</updated><title type='text'>Quando Beckett divenne Beckett: torna "Malone muore"</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;“Ho appena trascorso due giornate indimenticabili dellequali non sapremo mai nulla, siamo troppo distanti, o troppo a ridosso, non sopiù”. Poche frasi, con tale evidenza e brevità, hanno reso in modo più efficacel’assenza, quel concetto sfuggente eppur devastante, che ha fatto da stellapolare alla grande letteratura novecentesca, &lt;b&gt;da Kafka a Primo Levi a W.G.Sebald&lt;/b&gt;, passando per il più mitteleuropeo dei contemporanei italiani, ClaudioMagris. Al centro di questo campo (e la parola non è casuale, nel suo tragicooscillare tra &lt;b&gt;Adorno e Roberto Bolaño&lt;/b&gt;), si colloca, singolo nella suagrandezza, Samuel Beckett, probabilmente concentrato a scrutare un paesaggioche ha sì raggiunto un livello preoccupante di aridità, ma che è ancorapopolato di coscienze, dire corpi potrebbe essere fuorviante, che vanno incerca della perdurante umanità che, comunque, alberga dentro di loro. Questocampo, che potremmo immaginare anche come un camposanto (“&lt;b&gt;Vorrei che il mioamore morisse / che sul cimitero piovesse&lt;/b&gt;…” scrive Beckett in una memorabilepoesia in francese) diventa talmente grande, o talmente piccolo, da arrivare inentrambi i casi ai confini del tutto-niente. E Beckett lo sa benissimo che“niente è più reale del niente”. Percui questo deserto, questo infinitouniverso concentrazionario senza carcerieri, diventa una mappa, probabilmentel’unica davvero possibile, di quell’idea antinomica &lt;b&gt;che Kant chiamava il mondo&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Samuel Beckett, dunque, è in qualche modo un creatoredell’&lt;b&gt;unica realtà possibile&lt;/b&gt; che, nella sua stagione più grande, ha agito perdrammatica sottrazione, puntando al midollo pulsante e talvolta scabroso dell’umanità.Un processo che, per quanto sia un riferimento arbitrario, è probabilmentecominciato con &lt;i&gt;Malone muore&lt;/i&gt;, il romanzo in francese del 1951 che segna &lt;b&gt;unacesura&lt;/b&gt; nella forma della narrazione di Beckett – che diviene “mobile” e segnala morte del personaggio in senso tradizionale – e apre la strada ai successivicapolavori teatrali come &lt;i&gt;Aspettando Godot&lt;/i&gt;,&lt;i&gt; Finale di partita&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Giornifelici&lt;/i&gt;. La disgregazione delle personalità e dei corpi prende piede con il morenteeterno Malone, prigioniero in un letto in una stanza che governa con il suobastone, ma che assume, di volta in volta, &lt;b&gt;dimensioni dal soffocanteall’infinito&lt;/b&gt;. E anche la narrazione di storie, il passatempo con cui Maloneinganna l’attesa (un altro dei temi cardine di Beckett, illuminato da unaprofonda luce biblica) dell’unico evento inevitabile (ma che il romanzo mostraavere anche un certo grado di evitabilità), si rivela un gioco che cambiamentre ci stai giocando, con il personaggio Saposcat, che diventa Macmann e chenon approda a nulla. Quindi molto probabilmente &lt;b&gt;proprio dove Samuel Beckettvoleva arrivare&lt;/b&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;La quarta di copertina della bella edizione della collanaLetture Einaudi riporta una frase di Antonio Moresco che parla di “un libro checominciava dove gli altri finivano”. A ben guardare si potrebbe spingersi ancheoltre Moresco, definendo &lt;i&gt;Malone muore&lt;/i&gt; un libro – ma, come nota GabrieleFrasca nella ricca prefazione, anche la definizione di libro è a sua volta&lt;b&gt;messa in discussione&lt;/b&gt; – che esisteva dove gli altri non erano ancora staticreati. Alla fine, probabilmente, verrà la morte, ma Beckett ci insegna che nonavrà occhi. O meglio, avrà i &lt;b&gt;nostri stessi occhi&lt;/b&gt;. Senza sorprese, senzacompagnia, senza consolazione.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7442054856727451444?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7442054856727451444/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7442054856727451444' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7442054856727451444'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7442054856727451444'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2012/01/quando-beckett-divenne-beckett-torna.html' title='Quando Beckett divenne Beckett: torna &quot;Malone muore&quot;'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8369805449504515155</id><published>2012-01-12T11:36:00.003Z</published><updated>2012-01-12T11:38:17.109Z</updated><title type='text'>Torna Bolaño, una nuova perla metaletteraria</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Roberto Bolaño, forse più di qualunque altro narratore contemporaneo, è riuscito a costruire dei mondi letterari in grado di irretire il lettore con forza irresistibile, trascinandolo in un'esperienza quasi sempre memorabile. La sua morte prematura, nel 2003 mentre attendeva un trapianto al fegato, resta una &lt;/span&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;delle grandi perdite per la letteratura&lt;/b&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;, non solo di lingua spagnola. La fama Bolaño l'ha conosciuta per breve tempo, ma da postumo il cileno è diventato un vero e proprio fenomeno, capace di conquistare migliaia di lettori in tutto il mondo. E così questo 2012 in libreria si apre con un nuovo - se così si può dire - postumo di Bolaño, &lt;/span&gt;&lt;i style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;I dispiaceri del vero poliziotto&lt;/i&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;, che Adelphi pubblica dopo il clamoroso &lt;/span&gt;&lt;i style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;2666&lt;/i&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt; e i ritrovati &lt;/span&gt;&lt;i style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Amuleto&lt;/i&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&amp;nbsp;e &lt;/span&gt;&lt;i style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Il Terzo Reich&lt;/i&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;.&amp;nbsp;"E' un curiosissimo libro - ha detto Matteo Codignola di Adelphi (&lt;/span&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;che in qualche modo all'ottimo Roberto somiglia pure un poco&lt;/b&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;) a Kilgore - perché è in un certo senso quello che tutti vorremmo fare quando vediamo un film o leggiamo un libro che ci piace, ossia sapere che cosa è successo ai personaggi dopo quel frammento che abbiamo avuto modo di vedere, leggere o ascoltare. E Bolaño ha fatto proprio questo, in una specie di &lt;/span&gt;&lt;b style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt;compulsione&lt;/b&gt;&lt;span style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; text-align: -webkit-auto;"&gt; perché non riusciva probabilmente a separarsi dai suoi personaggi. Chi ha amato Amalfitano,e tutti gli altri, qui li ritrova tutti, da piccoli, da grandi, in altre storie, in altre vite, in altre situazioni. Ed è un grandissimo godimento letterario e metaletterario al tempo stesso".&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;La storia dei "Dispiaceri", curato anche questa volta da Ilide Carmignani, ruota dunque intorno a personaggi già noti ai lettori di Bolaño, ma anche all'ennesimo poeta irregolare, &lt;b&gt;Padilla&lt;/b&gt;, riedizione omosessuale degli indimenticabili &lt;b&gt;Belano e Lima&lt;/b&gt; de &lt;i&gt;I detective selvaggi&lt;/i&gt;, l'unico grande romanzo di Bolaño pubblicato in vita. Ora siamo di fronte a un'opera incompiuta, ma che brilla dell'energia febbrile tipica delle pagine più famose del gran cileno, nonché di una struttura circolare - in un senso che sarebbe piaciuto a Borges - fatta di continui rimandi alle altre opere dello scrittore, in un viluppo che è parte integrante del fascino di ogni pagina di Bolaño. Come se ci trovassimo di fronte a un &lt;b&gt;eterno ritorno&lt;/b&gt;, ma giustamente non è chiaro a che cosa si torni, forse alle suggestioni di quel motto di Democrito amato e ripreso dal fondatore della contemporaneità, Samuel Beckett: "&lt;b&gt;Niente è più reale del niente&lt;/b&gt;". E niente, aggiungiamo, è più importante.&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;Una notizia molto importante per i lettori di Bolaño, poi, è che Adelphi ha annunciato la &lt;b&gt;ripubblicazione della sua opera omnia&lt;/b&gt;. "Bolaño in questi anni - ha aggiunto Codignola - è diventato una delle pochissime &lt;b&gt;stelle polari&lt;/b&gt; dei lettori e anche degli scrittori del nostro tempo, e quindi pensiamo che la riproposta della sua opera ed eventualmente di cose che ancora non sono uscite, insieme a &lt;i&gt;2666&lt;/i&gt; aiuti a capire che cosa questo scrittore è stato, ma ancora è, perché è un autore del quale è abbastanza complicato parlare al passato, &lt;b&gt;perché è come se fosse qui&lt;/b&gt;". Leggere Bolaño, dunque, per provare a dare un senso, una cartografia, forse anomala ma indubbiamente universale, al nostro tempo. "In una situazione caotica - ha concluso Codignola - come quella in cui siamo, Bolaño, insieme a &lt;b&gt;Foster Wallace&lt;/b&gt;, a &lt;b&gt;Murakami&lt;/b&gt; e per certi versi anche a&lt;b&gt; Stieg Larsson&lt;/b&gt;, ha scritto libri che sono un po' il segno di questi anni. Poi, che cosa sono e perché lo sono diventati è un discorso che ci porterebbe lontano". Ma forse è proprio lì che questi libri riescono davvero a condurci.&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: #333333; font-family: Arial, FreeSans, sans-serif; font-size: 14px; line-height: 22px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px; text-align: -webkit-auto;"&gt;&lt;a href="http://video.tiscali.it/canali/News/Cultura/101031.html" target="_blank"&gt;IL VIDEO&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8369805449504515155?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8369805449504515155/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8369805449504515155' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8369805449504515155'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8369805449504515155'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2012/01/torna-bolano-una-nuova-perla.html' title='Torna Bolaño, una nuova perla metaletteraria'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7662614909284909776</id><published>2012-01-07T15:57:00.001Z</published><updated>2012-01-07T16:39:08.880Z</updated><title type='text'>Inter, anatomia di una partita epocale</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;E’ stata probabilmente la più importante partita nellastoria recente dell’F.C. Internazionale, l’ultima squadra italiana a vincere &lt;st1:personname productid="la Champions League" w:st="on"&gt;la &lt;b&gt;Champions League&lt;/b&gt;&lt;/st1:personname&gt;nel 2010, dopo un’attesa oggettivamente troppo lunga, che è stata fonte diilarità per i tifosi avversati e di contestuale struggimento per quellinerazzurri. Ma le cose sono cambiate e si può indicare come inizio delcambiamento l’avvento di Roberto Mancini, o quello di José Mourinho o ancora Calciopolio la cessione di Zlatan Ibrahimovic. Ma l’unica certezza è che l’Inter hadimostrato di poter essere &lt;b&gt;la vera numero uno&lt;/b&gt; in una sera molto precisa: quelladel trionfo a San Siro contro il Barcellona euromondiale di Guardiola e Messiil 20 aprile 2010. Era la semifinale di andata della Champions e, pur con lasensazione di avere compiuto un’impresa, la squadra e i tifosi al momento nonpotevano ancora avere la certezza del miracolo, che si concretizzò davvero solootto giorni dopo in un &lt;b&gt;drammatico ritorno&lt;/b&gt; al Camp Nou - e Kilgore c'era quella sera allo stadio. A posteriori però laleggenda dell’anno del Triplete ha preso corpo proprio “quella notte”. E &lt;i&gt;Interquella notte&lt;/i&gt; è anche il titolo del libro che l’esperto di marketing MatteoMantica, il radiocronista Rai Francesco Repice e il giornalista Pietro Scibettahanno firmato per &lt;st1:personname productid="la “Libreria" w:st="on"&gt;la &lt;i&gt;Libreria&lt;/i&gt;&lt;/st1:personname&gt;&lt;i&gt; dello Sport&lt;/i&gt;. Un volume dedicato agli interisti(con tanto di postfazione di Javier Zanetti che si firma “&lt;b&gt;il vostro capitano&lt;/b&gt;”)che insiste ovviamente sull’epopea sportiva, ma che si distingue da tante libridi pura agiografia per lo sguardo, appassionato ma critico, che riservaall’Inter. Uno sguardo che assume una prospettiva più lunga e dolorosa, chepassa, come Andre Agassi ha insegnato a tutti nella sua incredibileautobiografia, anche attraverso inevitabili, ma non per questo meno devastantisconfitte. E in questo senso il capitolo &lt;i&gt;Mi ritorni in mente, Augenthaler!&lt;/i&gt; èsemplicemente paradigmatico.&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Ma&lt;i&gt; Inter quella notte&lt;/i&gt; è soprattutto la cronaca, minuziosa,anatomica, dilatata, di una vittoria. La vittoria che ha reso possibile tutto eche, significativamente, fa dell’Inter di Mourinho l’unica squadra capace negliultimi tre anni di &lt;b&gt;interrompere il dominio totale&lt;/b&gt; dei blaugrana, a detta ditutti i commentatori il miglior team del mondo, e forse addirittura dellastoria del pallone. “L’Inter di quella notte – scrive Repice, l’unico noninterista tra gli autori, ma capace di regalare emozioni ai tifosi nerazzurricon le sue radiocronache – è stata la miglior espressione calcistica delbiennio italiano dello Special One”. E il libro punta su un aspetto &lt;b&gt;decisivo&lt;/b&gt; di“quella notte”, inedito sia per la storia dell’Inter sia dell’Intero calcioitaliano: l’aver battuto i mostruosi catalani sul loro stesso terreno, quellodel gioco. Tanto da costringere Guardiola a un certo punto a sostituire ilsuperbomber Ibra con il difensore Abidal. Poi gli ultimi minuti di San Siro epraticamente l’intero match di ritorno sono stati una riedizione della&lt;b&gt;sofferenza a oltranza&lt;/b&gt; (a Barcellona Motta fu espulso dopo 28 minuti), ma questoè quasi un dettaglio, perché il 20 aprile fu indubitabilmente il trionfo delgioco e del coraggio. Che si trasforma in successi veri anche grazie a episodifortunati (dai salvataggi sulla linea di Lucio ai possibili rigori per ilChelsea negli ottavi e per lo stesso Barça), i quali però, come quando tuttogira storto (e Mantica giustamente ricorda anche il miracolo di Abbiati suKallon all’ultimo minuto di un drammatico derby di semifinale di Champions), &lt;b&gt;fannoparte del gioco&lt;/b&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Siccome non c’è Inter &lt;b&gt;senza contraddizione&lt;/b&gt;, Pietro Scibettaricorda anche il finale di quel mitico match, con Balotelli prima a irritaretutto lo stadio, quindi a gettare via la maglia, proprio nel momento delfischio finale. “Lì – nota il giornalista – si è consumata l’insanabile edefinitiva rottura con l’Inter e la sua gente. […] Ma quella sera, uscendo daSan Siro, c’era solo spazio per &lt;b&gt;cantare e ballare&lt;/b&gt; sulle note dell’innonerazzurro”. E un mese e due giorni dopo le mani di capitan Zanetti (“il vostrocapitano”) si poseranno finalmente sulla Coppa dalle grandi orecchie. Dopo 45anni di infinita attesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7662614909284909776?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7662614909284909776/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7662614909284909776' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7662614909284909776'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7662614909284909776'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2012/01/inter-anatomia-di-una-partita-epocale.html' title='Inter, anatomia di una partita epocale'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8946068578977806708</id><published>2011-12-27T13:46:00.006Z</published><updated>2011-12-27T13:48:40.360Z</updated><title type='text'>Jennifer Egan, un Pulitzer memorabile</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;Il &lt;i&gt;Pulitzer&lt;/i&gt;, ben più del Nobel, è un premio che molto spessoviene assegnato a opere di grande qualità. Basti pensare, negli ultimi anni,agli &lt;b&gt;straordinari&lt;/b&gt; &lt;i&gt;Pastorale americana &lt;/i&gt;di Philip Roth (1998) , &lt;i&gt;Le fantasticheavventure di Kavalier e Clay &lt;/i&gt;di Michael Chabon (2001) e&amp;nbsp;&lt;i&gt;Middlesex&lt;/i&gt; di JeffreyEugenides (2003). Resta un mistero come Richard Russo nel 2002 abbia potutobattere il Franzen de &lt;i&gt;Le correzioni&lt;/i&gt;, ma forse era necessario per evitare chelo schivo Jonathan venisse &lt;b&gt;immediatamente beatificato&lt;/b&gt;. Non fa eccezione, nelpanorama delle scelte azzeccate, il premio 2011, assegnato allo splendidoromanzo di &lt;b&gt;Jennifer Egan &lt;i&gt;Il tempo è un bastardo&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;, pubblicato in Italia daMinimum Fax sotto l’appassionata supervisione di Martina Testa.&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Il libro è, apparentemente, composto di racconti distinti,uniti dalle storie de personaggi che vi ricorrono. Il tempo – &lt;b&gt;vero cuorepulsante di tutto il romanzo&lt;/b&gt; e delle riflessioni della Egan – si muoveattraverso le pagine con andamento quantistico, restituendo quel meravigliososenso di disconnessione (e al tempo stesso coerenza assoluta, quasi mistica)che il pubblico globale ha imparato a conoscere dai tempi di &lt;i&gt;Pulp Fiction &lt;/i&gt;(euna piccola citazione per &lt;i&gt;Babel&lt;/i&gt; di Alejandro Gonzalez Inarritu è &lt;b&gt;doverosa&lt;/b&gt;).Le pagine di Jennifer Egan, però, hanno un potere evocativo e sentimentale chele rende, se possibile, ancora più vivide rispetto al cinema e hanno la forza letterariadi restituire quel senso del tempo che si potrebbe definire &lt;b&gt;tolstojano&lt;/b&gt; (e cheil grande russo ha mirabilmente reso attraverso i suoi romanzi fluviali). Ilpunto, però, è che Egan restituisce questa sensazione sfruttando la brevità, ei suoi flashforward (&lt;b&gt;si veda il capitolo forse in assoluto più bello, ma èdifficile dirlo con sicurezza, che è il numero 4, &lt;/b&gt;&lt;i&gt;&lt;b&gt;Safari&lt;/b&gt;)&lt;/i&gt; sono come un trenoin piena corsa che travolge il lettore e lo lascia completamente in balia dellamagia del romanzo. E con la sensazione che il tempo sia in fondo il genioultimo della nostra vita, la vera grandezza incommensurabile con cui la misuradell’umano deve confrontarsi e, come ci ricorda il titolo, essere sempresconfitto, almeno apparentemente. Ma quando un romanzo riesce ad analizzarlo inprofondità (&lt;b&gt;e leggerezza&lt;/b&gt;), come fa Egan, ecco che, almeno per un poco, si ha lasensazione che in qualche modo la sconfitta possa essere ribaltata in una,&lt;b&gt;seppur parziale&lt;/b&gt;, vittoria.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal"&gt;Il romanzo ruota intorno a due personaggi principali: l’exmusicista e discografico di successo Bennie Salazar e la sua assistente Sasha.Accanto a loro si muove una pletora di altri personaggi che sono la veraricchezza del libro, anche per le situazioni imprevedibili che licontraddistinguono. “Io stessa – ha detto Jennifer Egan a Martina Testa – &lt;b&gt;nonho idea di cosa succederà ai miei personaggi mentre ne scrivo&lt;/b&gt;. Cerco le mosseistintive, spiazzanti: quelle che non ti aspetti. E’ questo che mi diverte,quando scrivo. Tutto il mio processo di scrittura mira a rendere possibiliqueste sorprese”. E Cathleen Schine è molto acuta quando nota che si tratta di“una commovente saga umanistica, un’enorme epopea ottocentesca magistralmentetravestita da ironico pastiche postmoderno”. E quando una scrittrice riesce acommuoverci anche con &lt;b&gt;una serie di grafici &lt;/b&gt;(capitolo 12, ambientato nel futuro,guardatelo), capiamo che siamo di fronte a qualcosa che ha una forza fuori dalcomune, ed Egan dimostra di avere capito e digerito, con condimento di ironia,la lezione della grande letteratura contemporanea. Così questo 2011 si chiudecon un romanzo che entra &lt;b&gt;di diritto&lt;/b&gt; tra le cose migliori apparse in Italia intutto l’anno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8946068578977806708?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8946068578977806708/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8946068578977806708' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8946068578977806708'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8946068578977806708'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/12/jennifer-egan-un-pulitzer-memorabile.html' title='Jennifer Egan, un Pulitzer memorabile'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7660478109954398186</id><published>2011-12-03T15:29:00.001Z</published><updated>2011-12-03T15:34:12.382Z</updated><title type='text'>Il Re Pallido: se questo non è un capolavoro</title><content type='html'>&lt;div dir="ltr" style="text-align: left;" trbidi="on"&gt;Non credete a quello che vi possonodire su David Foster Wallace, tanto i suoi fanatici ammiratoriquanto i suoi tenaci detrattori (tra i più recenti c'è il pur untempo leggendario Bret Easton Ellis). Se volete credere aqualcosa su di lui c'è un solo modo: &lt;b&gt;leggerlo&lt;/b&gt;. Con attenzione, avolte con fatica, pressoché sempre con una resa emotiva edestetica fuori dal comune. La sensazione prendendo in mano - eaffondandoci -&lt;i&gt; Il Re pallido&lt;/i&gt;, l'attesissimo romanzo postumo cheEinaudi ha pubblicato nella collana &lt;i&gt;Stile Libero&lt;/i&gt; (perché non un&lt;i&gt;Supercorallo&lt;/i&gt;, ci viene da chiedere) è quella di essere davantialla manifestazione della&lt;b&gt; stupefacente maturità&lt;/b&gt; di uno scrittore.Una manifestazione talmente clamorosa che DFW, perennementeconvinto di non essere abbastanza ben attrezzato (come hasottolineato Sandro Veronesi in uno splendido pezzo su LaRepubblica), ha dovuto camuffare sotto un'apparenza di grigiore enoia. Scegliendo come ambientazione l'ufficio dell'Agenzia delleentrate di Peoria, Illinois e come tema principale del libro lanoia. Ma il camuffamento resiste solo all'approccio superficialeal romanzo, come se fosse una &lt;b&gt;sovracoperta ingannatrice&lt;/b&gt;, unavolta levata la quale ci si trova immersi fino al collo (etalvolta anche di più, con il rischio concreto di affogare)dentro il talento scomodo di quello che sempre più appare loscrittore più importante - e per questo anche solitario, purnella folla di chi da lui ha tratto ispirazione - degli ultimianni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlare ancora del suo suicidio non è neppure interessante, manon si può fare a meno di percepire, in modo epidermico, quasifosse un'orticaria, &lt;b&gt;il senso di perdita&lt;/b&gt; che la scelta di FosterWallace ha lasciato nei lettori, una perdita che più che umana èletteraria, figlia della poderosa padronanza della materia cheanche un romanzo incompiuto e frammentario come &lt;i&gt;Il Re pallido&lt;/i&gt; riesce a trasmettere con la stessa evidenza - solo apparentementeoffuscata - delle &lt;a href="http://www.google.it/search?q=mark+rothko&amp;amp;hl=it&amp;amp;rlz=1C1GGGE_itIT395IT395&amp;amp;prmd=imvnso&amp;amp;tbm=isch&amp;amp;tbo=u&amp;amp;source=univ&amp;amp;sa=X&amp;amp;ei=B0HaTo35LJSnsgaw6aDSCw&amp;amp;ved=0CFUQsAQ&amp;amp;biw=1680&amp;amp;bih=931" target="_blank"&gt;grandi tele di Mark Rothko&lt;/a&gt;. E i temi di cui siparla sono universali, sebbene la fotografia scattata da DFW, auna risoluzione inimmaginabile, da esprimere con le potenze di10, sia sostanzialmente quella dell'America contemporanea, né piùné meno. Come aveva fatto, mirabilmente, già nella sua primagrande raccolta di racconti (&lt;i&gt;La ragazza dai capelli strani&lt;/i&gt;),David Foster Wallace anche qui applica il suo &lt;b&gt;microscopioelettronico morale&lt;/b&gt; - nel senso più ampio e neutro del termine -alla società americana, arrivando a un iperrealismo che confinapericolosamente con la visionarietà. Qui sta, in buona sostanza,la grandezza del libro, che - e questo è il grande meritodell'editor Michael Pietsch che lo ha assemblato partendo dallecirca tremila pagine che DFW aveva lasciato ("nascoste in pienaluce" verrebbe da dire parafrasando lo stesso scrittore) sulproprio tavolo di lavoro, in garage (e non è questo il luogo perricordare una volta di più quanta della creatività americana ènata in un garage...) - pur nella sua struttura sconnessa sicontraddistingue anche per un grande sostanziale &lt;b&gt;compattezza&lt;/b&gt;nella forma romanzesca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;i&gt;Il Re pallido&lt;/i&gt;, cronaca senza una vera trama della vita di ungruppo di impiegati del fisco tra cui anche un David Wallace cheasserisce di essere l'autore del libro, è un oggetto &lt;b&gt;distante,abbacinante, affettuoso&lt;/b&gt;. Un nuovo, per usare la perfettaespressione di Zadie Smith, dono difficile di DFW. Ma ancheun'esperienza letteraria che ci restituisce uno stupore (e unapaura, una rabbia, un divertimento...) che tanti romanzi nonsembrano più in grado di suscitare, così intenti a focalizzarsi,di volta in volta, su uno specifico obiettivo (intrattenere,scandalizzare, vendere...). Qui siamo invece &lt;b&gt;nel cuore delMaelstrom &lt;/b&gt;di un caos solo apparentemente calmo, in realtà deltutto incandescente (ricordate Rothko, poco sopra?) e intimamenteconnesso alla vita di ogni lettore. Gli stravaganti impiegati delfisco siamo noi, lo siamo terribilmente, lo siamoirrimediabilmente. E il primo di tutti è proprio quel DavidWallace dalla faccia butterata che mai si pone fuori da questogirone grottesco-infernale, che mai giudica, che mai dimenticache solo la &lt;b&gt;com-passione&lt;/b&gt; è il segreto della nostra sfiancataumanità.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7660478109954398186?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7660478109954398186/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7660478109954398186' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7660478109954398186'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7660478109954398186'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/12/il-re-pallido-se-questo-non-e-un.html' title='Il Re Pallido: se questo non è un capolavoro'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-247557845074252158</id><published>2011-11-23T19:04:00.004Z</published><updated>2011-11-23T19:08:31.295Z</updated><title type='text'>L'ultimo Baricco, un romanzo fatto per piacere</title><content type='html'>&lt;span class="Apple-style-span" &gt;Ad Alessandro Baricco tutti coloro che si occupano di comunicazione sulla  cultura sono&lt;b&gt; debitori&lt;/b&gt; per quello che ha fatto portando in televisione i libri  con l'indimenticabile stile della sua trasmissione &lt;i&gt;Pickwick&lt;/i&gt;. Un esperimento di  divulgazione di alto livello che fu capace di conquistare molti non lettori e  che resta, a distanza di anni, un modello ancora molto attuale di come si può  parlare di letteratura anche sul piccolo schermo (tanto che perfino alla prima  riunione di &lt;b&gt;TQ&lt;/b&gt; si è espressamente citato questo modello, salvo poi lasciarlo  cadere al momento delle scelte, per così dire, operative del gruppo). Oggi  Baricco pubblica un altro romanzo, &lt;i&gt;Mr. Gwyn&lt;/i&gt;, che Feltrinelli manda in libreria  con una bella copertina non plastificata e che ha subito scalato la classifica  dei bestseller. &lt;/span&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" &gt;La storia è, in buona sostanza, quella di uno scrittore di  discreto successo, Jasper Gwyn da cui il titolo, che un giorno decide, insieme  ad altre 51 cose, &lt;b&gt;di smettere di scrivere&lt;/b&gt;, nella costernazione del suo agente  letterario e, a ben vedere, suo unico amico. In sostituzione dei libri, Mr. Gwyn  decide di scrivere "&lt;b&gt;ritratti&lt;/b&gt;", ispirato proprio dai più classici dipinti, questa  volta però fatti di parole. E per farlo allestirà un set ad hoc, con tanto di  lampadine "fatte a mano", e musica di fondo creata da un grande compositore.  L'esito di questi lunghe e complesse sedute di posa, i ritratti veri e propri,  nel romanzo &lt;b&gt;non li leggeremo mai&lt;/b&gt;, e questo è uno dei principali pregi del libro.  Che però per molti altri aspetti sembra essere, nonostante l'indubbia bravura di  Baricco nel creare situazioni letterarie (o talmente ben fatte da &lt;i&gt;sembrare&lt;/i&gt;  letterarie), un prodotto fatto proprio per piacere, con molti spunti  affascinanti e molti, forse troppi, personaggi artefatti. Non si fraintenda: la  lettura è piacevole e coinvolgente, ma se solo si aguzza un po' la vista non si  può fare a meno di notare che &lt;b&gt;la stucchevolezza è spesso dietro l'angolo&lt;/b&gt;. Come  se per essere un Bartleby, ossia uno che rinuncia senza un particolare motivo  più o meno a tutto, si debba per forza essere stereotipati o radicalmente  chic... &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" &gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;span class="Apple-style-span" &gt;In questo romanzo, ma un po' in tutto Baricco, le cose "vere" riescono  ad accadere solo in contesti particolarmente &lt;b&gt;sofisticati ed elitari &lt;/b&gt;(lo studio  di Mr. Gwyn, le sue lampadine "infantili", la sua costosissima musica di fondo).  Come se lo scrittore fosse clamorosamente sfiduciato verso l'umanità, ma con una  sfiducia molto snobistica. Pensiamo invece, per esempio, a David Foster Wallace  e al suo postumo &lt;i&gt;Il Re pallido,&lt;/i&gt; uscito pressoché contemporaneamente a Mr.  Gwyn: qui avviene &lt;b&gt;esattamente l'opposto&lt;/b&gt;, ossia i personaggi arrivano a scoprire  quelle che potremmo definire "verità" - sempre molto provvisorie, com'è giusto  che sia - proprio attraverso i contesti più banali e meno letterari che ci si  possa immaginare, come per esempio l'ufficio dell'Agenzia delle entrate di  Peoria, Illinois. E qui pare di trovare una certa fiducia, magari  volontaristica, nelle possibilità delle persone, anche le meno interessanti.  Alla fine Mr. Gwyn, attraverso il bellissimo personaggio di Rebecca - che riesce  a essere difficile da dimenticare&lt;b&gt; nonostante&lt;/b&gt; il fatto che Baricco continui a  sottolineare che è "grassa", come se questo fosse un aspetto morale e  inalienabile - ci fa capire che noi tutti siamo delle storie, articolate,  disperse, uniche. Tutto molto bello e molto vero, anche se il mistero di una  storia ben confezionata, a volte, risiede anche &lt;b&gt;nei suoi non detti e nei suoi  non risolti&lt;/b&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-247557845074252158?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/247557845074252158/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=247557845074252158' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/247557845074252158'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/247557845074252158'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/11/lultimo-baricco-un-romanzo-fatto-per.html' title='L&apos;ultimo Baricco, un romanzo fatto per piacere'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8456816728420078067</id><published>2011-10-04T12:35:00.005Z</published><updated>2011-10-04T15:57:06.098Z</updated><title type='text'>Perugia, un viaggio nella (ir)realtà - Cronache da un processo</title><content type='html'>&lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica"&gt;C'è vento, come pare accada spesso, a Perugia la sera prima della camera di consiglio della Corte che dovrà pronunciare la sentenza di secondo grado sull'omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese assassinata il 1 novembre del 2007. C'è vento, e per le strade ondivaghe della città umbra si muove una gioventù diffusa, che sembra tenere a freno a fatica la propria energia. Sarà la suggestione del momento, saranno tutte le storie torbide che qualcuno - ma chi mi viene da chiedermi, fermo davanti alla fontana più famosa dalla città, sinistramente circondata da una cancellata che è una minaccia da film gotico - ci racconta dal giorno dopo quel delitto. Una storia fatta, come tutti noi vogliamo, di sesso sfrenato, pulsioni oscure e, non potendo più fare a meno di gialli e serie tv sul crimine, un omicidio e una - possibilmente bella e giovane - vittima. Eppure, qualcosa di sotterraneo vibra, ed emette segnali inquietanti, che viaggiano però al di fuori - al di sotto, per meglio dire - dello spettro visibile. Qualcosa che assomiglia a una catastrofe imminente, che non ci sarà - perché anche la catastrofe deve essere narrazione e non c'è nulla di più definitivamente anti-narrativo dell'apocalisse… (perché la guerra atomica si è radicata così tanto nell'immaginario collettivo di almeno due generazioni? Perché non è successa, altrimenti non ci sarebbe stato più neppure l'immaginario collettivo…) - ma che incombe, come nuvole bluastre in basso nel cielo, sul centro storico di una delle tante città impossibili dell'Italia eternamente votata alla provincialità.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica"&gt;Di notte, nel mio hotel, i pavimenti scricchiolano, e forse si agitano anche i materassi, un piano più sopra, prima che cali un silenzio troppo definitivo per essere rassicurante. Poi arriva l'alba, che porta con sé il ruggito della massa critica dei media di tutto il mondo, ammassati fuori da un tribunale nascosto dentro la pietra medievale. E proprio nel contrasto tra il nostro essere così riconoscibili e uniformemente up-to-date (stesse camicie, stessi blackberry, stessi MacBook con chiavetta per navigare a banda larga, certo poi i big americani stanno tra gradini sopra, ma partono, pure loro, da questa base) e l'assurdità atemporale del contesto nasce quel senso di distonia liquida che, mi rendo improvvisamente conto, &lt;i&gt;è &lt;/i&gt;la vera qualità - la &lt;i&gt;forma&lt;/i&gt; direbbero gli aristotelici - di tutta questa storia. Noi questa mattina non siamo qui… e questo è l'unico modo per esserci, per raccontare quello che stiamo per vedere, per non pensare che tutto, ma proprio tutto, sia un circo mendace del quale io per primo sono un, per quanto irrilevante, tassello.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica"&gt;Dentro, nelle viscere del venerando palazzo, si estende, come un tumore, l'Aula. E sotto il muro parossistico delle telecamere e dei loro poderosi cavalletti, accanto all'incredibile leggerezza con cui i colleghi anziani attraversano - abituati da anni non c'è dubbio, ma quanto insopportabile vezzo da mestieranti - l'orrore di cui si discute (sicuramente l'unico modo per sopravviverci, in quella palude), accanto a tutto questo c'è una gabbia e da quelle sbarre - metafora scadente mi rendo conto, ma è andata così - osservo per la prima volta di persona, o meglio, quasi sempre mediato dal monitor della telecamera, che non è la stessa cosa - i volti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito che attendono di fare l'ultimo appello alla Corte e, soprattutto, la sentenza. "Hanno paura" penso. Ed è l'unica cosa che riesco a focalizzare, mentre cerco di non ascoltare quella corda morbosa che mi riecheggia nell'orecchio interno e chi mi vorrebbe spingere a guardarli come si guarda una celebrità sportiva, come si guarda un sito porno, come si guarda ogni tanto la nostra immagine nello specchio dell'ambizione alla fama, tanto più reale quanto modesta. "Hanno paura" penso, ma quando la ragazza per un attimo si volta e guarda in camera, alla pietà umana subentra il serpente, biblico e assurdo, del compiacimento professionale. Sono lì per quello, mi pagano per quello. Ma in un cantone della coscienza il disagio mi resta addosso, come un miasma sottile che molte ore dopo mi laverò, con foga leggermente maggiore del consueto, sotto la doccia.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica"&gt;Il resto è cronaca, dubito che diventerà storia, ma chi può dirlo. E quella piazza di curiosi che ondeggiava in attesa della sentenza - con una rabbia educatamente sepolta sotto l'indifferenza di prassi - quella movimentazione di individui alla ricerca dell'affermazione della propria esistenza (in questo li guardavo con affetto postmoderno, fingendomi forte della mia convinzione che in fondo - per dirla un po' alla Hume, un po' alla Sebald - noi raramente esistiamo, di certo non stasera) brillava della stessa alta definizione dei telefilm in digitale, tanto tecnicamente perfetti da far passare in secondo piano il contenuto. Esattamente in linea con ciò che tutto il mondo collegato in diretta tv si aspettava da noi, qui e ora in questa piazza. E anche i "vergogna, vergogna", diligentemente gridati al momento giusto e altrettanto diligentemente filmati e spediti in redazione in tempo quasi reale, somigliano più alla battuta prevista dal copione che a rabbioso moto della piazza. Certo, la storia insegna che la piazza la ghigliottina (altrui ovviamente) la vuole &lt;i&gt;sempre&lt;/i&gt; veder calare sulla testa del potente (in questo caso la celebrità, perché non esiste altra definizione) di turno. Certo la nostra Storia - con la maiuscola - sarebbe stata diversa se un'altra folla avesse gridato "Gesù!" e non "Barabba!" (forse sarebbe stata anche "migliore" dice l'iconoclasta infantile che alberga nel mio cervello). Ma in quel disegno provvidenziale la folla &lt;i&gt;doveva&lt;/i&gt; gridare il nome del ladrone, era scritto. Così, mutatis mutandis, questa sera la piazza perugina doveva girare "vergogna!", era scritto. Stavolta non in un libro sacro, ma nella comunque potente mitologia dell'essere-per-lo-schermo contemporaneo (la definizione è semplicistica, in realtà siamo andati oltre Camus, e il rapporto si è fatto più articolato e problematico, con momenti di reciprocità meno schematici). E quella furia sotterranea che ho intravisto la sera prima - e allora mi aveva spaventato - adesso - camicia stropicciata, badge pendulo, occhiaie infinite, fermo in mezzo ai resti di una festa pagana - mi pare essere l'unica cosa vera, insieme al cavo di rete che mi ha permesso di allestire un proto-studio nella mia camera d'albergo, che ho incontrato in questi due (o forse infiniti) giorni a Perugia.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8456816728420078067?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8456816728420078067/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8456816728420078067' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8456816728420078067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8456816728420078067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/10/perugia-un-viaggio-nella-irrealta.html' title='Perugia, un viaggio nella (ir)realtà - Cronache da un processo'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4430616923883403909</id><published>2011-09-12T06:48:00.005Z</published><updated>2011-09-15T19:33:07.150Z</updated><title type='text'>David Foster Wallace e noi (tre anni dopo)</title><content type='html'>&lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" &gt;di Leonardo Merlini&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="Corpo"&gt;1. &lt;i&gt;The Funeral&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;“La Storia è sempre prima di tutto una scelta e i limiti di questa scelta”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn1" name="_ftnref1" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[1]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;, scriveva Roland Barthes qualche decennio fa pensando al rapporto tra la letteratura e il tempo in cui questa aveva la ventura di manifestarsi. Oggi, a tre anni da quel 12 settembre del 2008 che è stato l’ultimo giorno della vita di David Foster Wallace, viene da domandarsi quali siano stati i limiti della sua scelta, apparentemente definitiva e, in un certo qual modo, totalmente libera, pur nella sua complessità tragica&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn2" name="_ftnref2" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[2]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;. Usare la parola infinito sarebbe troppo semplice e bibliografico, e allora possiamo pensare, come fa Sandro Veronesi&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn3" name="_ftnref3" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[3]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt; che se avesse avuto una seconda chance, David “non lo avrebbe fatto”, oppure che negli infiniti mondi postulati dal realismo modale del filosofo David Lewis - tutti mondi possibili esistono concretamente, anche se ciascun mondo è del tutto impossibilitato dal comunicare in qualsivoglia mondo con gli altri - ce ne sia uno dove DFW non si è suicidato, magari decidendo all’ultimo momento di scendere da quel drammatico gradino (o sedia, o tavolo che fosse, non lo so, non mi interessa saperlo), come cantava Sergio Caputo in un brano ingiustamente sottovalutato&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn4" name="_ftnref4" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[4]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;, e perciò ha continuato a scrivere romanzi e racconti, e ha lasciato &lt;i&gt;The Pale King &lt;/i&gt;ancora ad attendere in garage, chissà per quanti anni. E quella sera sua moglie Karen Essex lo ha trovato stranamente sorridente in poltrona con i i suoi cani vicino, mentre pochi minuti dopo una consegna a domicilio ha portato in casa Wallace una gustosa cena orientale ancora ben calda...&lt;/p&gt;&lt;p class="Corpo"&gt;Se crediamo a Lewis&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn5" name="_ftnref5" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[5]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt; oggi questo anniversario assume forse una leggera sfumatura meno triste, pur nell’incomunicabilità di quella speranza statistica, peraltro ambivalente&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn6" name="_ftnref6" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt; mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[6]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;. Ma se non vogliamo perderci in una ricerca onanistica della consolazione a qualunque prezzo, non possiamo che prendere atto di una realtà del nostro qui e ora, della nostra assai limitata capacità di sfruttare le potenzialità del cervello umano, dell’unica opportunità che, allo stato attuale delle nostre capacità cognitive e al netto dalle speranze di carattere religioso: e la realtà è che David Foster Wallace, uno scrittore di genio, è morto e quello che oggi possiamo fare, stringi stringi, non è altro che una riedizione, ovviamente meno spettacolare - sia detto con assoluto rispetto - del funerale realmente andato in scena poco meno di tre anni orsono&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn7" name="_ftnref7" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt; mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[7]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;. Ma questo dovrebbe essere un funerale alla “Back To Black” di Amy Winehouse, o meglio, un funerale al quale tutti i partecipanti arrivino leggermente ubriachi, pur nella sincera serietà del loro dolore. Un funerale che abbia la stessa forza evocativa di quello - metaforico e indimenticabile - che Diego Armando Maradona ha fatto a se stesso una sera su un palco circondato dagli amici e che Emir Kusturica ha così indelebilmente fissato con la sua cinepresa. Un Diego grasso e con gli occhi tristi canta, circondato da altri ex calciatori e da diversi amici &lt;i&gt;La Mano de Dios&lt;/i&gt;, una canzone meravigliosamente subdola che celebra lui stesso, davanti alla moglie e alle figlie con gli occhi lucidi. Finisce con un lungo e commovente collettivo familiare sul palco, nel segno di un mito che non muore e di un uomo che dice, festosamente ma inesorabilmente addio a ciò che era stato&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn8" name="_ftnref8" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[8]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;. Ecco, questo spirito metà argentino e metà balcanico - due versanti egualmente tragici e propensi al melodramma - dovrebbe sostenere il nuovo, ennesimo, funerale di David, prima che tutto si trasformi in un ballo di fantasmi ubriachi su un’isola che certamente è esistita ma di cui, col tempo, si sono perse le mappe&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn9" name="_ftnref9" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size: 10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[9]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;2. &lt;i&gt;Losing My Religion&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;David Foster Wallace è stato anche un membro di quelle che Michael Stipe e Douglas Coupland&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn10" name="_ftnref10" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[10]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; hanno definito la prima generazione cresciuta senza religione. E paradossalmente, o forse no se siamo sufficientemente autistici da ricordare cosa diceva Voltaire&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn11" name="_ftnref11" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size: 10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[11]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, proprio lui è divenuto oggetto di culto per quella vera e propria setta – gli &lt;i&gt;Howling Fantods&lt;/i&gt; – che sono i suoi fan più accaniti, capaci di rispondere a molte domande su DFW con lunghe citazioni, spesso in lingua originale, tratte da &lt;i&gt;Infinite Jest&lt;/i&gt;. A ben guardare, al di là del fanatismo, David era uno scrittore che nelle sue pagine più lontane andava a mettere non un dito, ma un intero pugno, se non tutto il braccio, esattamente nell’angolo più oltraggioso di tutte le domande connesse alla vita umana. E si intendono davvero &lt;i&gt;tutte&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn12" name="_ftnref12" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size: 10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[12]&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;. Domande che, nel loro indagare apparentemente amorale sull’unica cosa che gli esseri umani fanno più o meno per tutta la vita, ossia tentare di gestire il disagio che la vita stessa ci impone come biada quotidiana – disagio fisico, intellettuale, erotico, professionale… – &lt;span&gt; &lt;/span&gt;portano in molti casi a cercare una forma di consolazione vuoi nella religione, vuoi nella letteratura, vuoi in qualsiasi feticcio di cui decidiamo di innamorarci per non essere obbligati ad ascoltare la nostra solitudine. Noi, come diceva il filosofo individualista Max Stirner, unici (e soli) con le nostre proprietà.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;E pertanto questo disagio, non è il caso di scomodare Baudelaire o Montale, che pure di questo scrivevano, porta a scelte come il monachesimo di clausura, la militanza in un partito xenofobo, la dipendenza dalle droghe, l’edonismo sfrenato o, e questo era il caso di David Foster Wallace, la malattia mentale. Parole pesanti, parole che sono un tabù irrisolto della nostra società&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn13" name="_ftnref13" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size: 10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[13]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, ma che sono state pronunciate da uno dei migliori amici di David, Jonathan Franzen, al termine di un lungo percorso umano e artistico che lo ha portato – per lo meno così racconta lui – ad affrontare il dolore per la morte dell’amico e la rabbia verso un gesto che considera “una vendetta sulle persone che lo amavano”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn14" name="_ftnref14" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size:10.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[14]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. “Chi lo conobbe in modo fugace o formale – scrive Franzen – prese alla lettera le sue faticose doti di iperintelligenza e saggezza morale”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn15" name="_ftnref15" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size: 10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[15]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Ma dietro questa titanica professione di lucidità c’era un uomo che per decenni aveva tirato avanti a psicofarmaci e che, sempre nelle parole dell’autore di &lt;i&gt;Le Correzioni&lt;/i&gt;, “per dimostrare una volta per tutte che non meritava davvero di essere amato, doveva tradire nel modo più odioso possibile le persone che lo amavano di più, uccidendosi in casa e trasformandole in testimoni diretti del suo gesto”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn16" name="_ftnref16" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;mso-bidi-font-size: 10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[16]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. E dunque in DFW c’era un moralista, nel senso filosofico della parola, capace di rivolgersi agli studenti con parole &lt;span&gt;indelebili: “&lt;/span&gt;&lt;span class="apple-style-span"&gt;&lt;span style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: white; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; "&gt;La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la ‘corsa di topi’ - la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito”&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn17" name="_ftnref17" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: white; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;background:white;mso-ansi-language: IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[17]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="apple-style-span"&gt;&lt;span style="background-image: initial; background-attachment: initial; background-origin: initial; background-clip: initial; background-color: white; background-position: initial initial; background-repeat: initial initial; "&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt; Ma accanto ad esso c’era anche una &lt;i&gt;persona depressa&lt;/i&gt; capace di escogitare, almeno sentendo Franzen che lo amava, la propria distruzione in modo metodico, per “lasciare le persone che lo amavano e consegnarsi al mondo del romanzo e dei lettori”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn18" name="_ftnref18" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[18]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Come se leggendo Dante scoprissimo che il tradimento – ossia la colpa che il Vate fiorentino ritiene la più grave di tutte e la cui personificazione è affidata a Giuda, Bruto, Cassio e, infernale apoteosi, a Lucifero in persona – altro non fosse che un’altra manifestazione della somma virtù di fronte al Primo Mobile che irradia di luce divina il paradiso. Sembra non funzionare granché. Ma la complessità è e resta la qualità più insondabile del cervello (ma potete leggere anche del cuore) degli esseri umani.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;Perciò anche in un giorno di commemorazioni, in questo anniversario wallaciano per adepti e semplici estimatori, possiamo scegliere a ragion veduta di lasciare fuori dalla porta l’agiografia, che in letteratura è un genere spesso praticato&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn19" name="_ftnref19" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[19]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; e che con DFW potrebbe venire spontaneo anche a lettori moderatamente scettici. Del resto è lo stesso David a ricordarci, scrivendo di Dostoevskij, che “trasformare qualcuno in un’icona equivale a trasformarlo in un’astrazione, e le astrazioni non sono in grado di avere una comunicazione vitale con i vivi”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn20" name="_ftnref20" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[20]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Il mio modesto suggerimento è quindi quello di concentrarci invece sulla lezione estetica di David, sulla sua arte, sul suo poderoso tentativo di avvicinarsi a quella Forma che secondo Barthes stava sopra la scrittura, quasi come lo Sfero di Parmenide, così ermetico, decisivo e in fondo irraggiungibile&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn21" name="_ftnref21" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[21]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Come l’America che lui ha raccontato con vera crudeltà animata da sincero affetto e compartecipazione.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;3. &lt;i&gt;A Supposedly Fun Place (God Bless America, My Home Sweet Home)&lt;/i&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;“Il nostro infinito e impossibile percorso verso casa in realtà è già casa”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn22" name="_ftnref22" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[22]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Lo aveva detto in qualche modo Novalis e lo ha ripetuto Foster Wallace, parlando di Kafka: noi siamo qualcosa, ma anche tutto ciò che ruota intorno a questo qualcosa, “casa” è il posto in cui stiamo, per quanto transitorio – o impossibile, apocalittico, folle, insensato, iperviolento, lontanissimo da noi – ci possa sembrare. Ed è l’America, non quella delle mille luci di Manhattan o della Frisco fighetta&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn23" name="_ftnref23" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[23]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, bensì quella della National Rifle Association (“Un fucile in ogni casa”, diceva più o meno il suo frontman Charlton Heston, perfetto in questo ruolo dopo &lt;i&gt;Ben Hur&lt;/i&gt;), della televisione perennemente accesa a risuonare come un mantra&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn24" name="_ftnref24" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[24]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, degli uffici e dei focus group dove ci si allena scientificamente alla disumanità, dei mall e della rabbia incontrollabile che tiene costantemente sul filo di un’esplosione violenta le code alla cassa dei supermercati. Questa America che a noi europei fa tanta paura – ma in cosa ci differenziamo? Forse solo nel numero di corsie delle autostrade&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn25" name="_ftnref25" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[25]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;… - è l’America di David, èd è il panorama che fa da sfondo al suo talento che, sempre noi europei sovraistruiti e sottopagati&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn26" name="_ftnref26" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[26]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, abbiamo tanto amato, pur nella sua aspra difficoltà. E dunque, per quanto sono convinto che non la amasse, DFW sapeva del suo debito verso di essa e, come dimostra in modo lampante &lt;i&gt;Una cosa divertente che non farò mai più&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn27" name="_ftnref27" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;b&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; color:black;mso-ansi-language:IT;mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language: AR-SA"&gt;[27]&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/i&gt;, ne ha scritto con un fondo inalienabile di empatia, se proprio non vogliamo dire anche affetto. Naturalmente ben nascosto in piena vista sotto la lucida e spietata crudeltà delle sue parole.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;L’America di David emerge, con tutta la sua tragica vacuità, in due racconti a loro modo perfetti, contenuti in quel libro molto fuori dal comune che è &lt;i&gt;La ragazza dai capelli strani&lt;/i&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn28" name="_ftnref28" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[28]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Il primo è &lt;i&gt;Piccoli animali senza espressione&lt;/i&gt;, storia della più grande campionessa del quiz televisivo &lt;i&gt;Jeopardy&lt;/i&gt;. Un racconto capace di cogliere i gangli del meccanismo&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn29" name="_ftnref29" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[29]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; che genera e sostiene la televisione più massificata – lo so, non esiste una televisione non massificata, ma di certo ne esistono alcune che sono più massificate di altre (e che Marshall McLuhan mi perdoni) – fino quasi ad arrivare a una sua, della televisione, del &lt;i&gt;prodotto&lt;/i&gt;, del &lt;i&gt;programma&lt;/i&gt;, capacità autogeneratrice non solo delle dinamiche spettacolari, ma anche di quelle umane e psicologiche dei personaggi che, in teoria, questa televisione dovrebbero &lt;i&gt;farla&lt;/i&gt;. Unica eccezione, in questo scenario da fine del mondo morale, la protagonista, Julie, indecifrabile genio del telequiz che buca gli schermi americani e fa impazzire i responsabili della produzione, tra cui la sua compagna Faye. Dov’è l’America, mi chiederete. Ovunque, è nell’aria – come un gas nobile di Primo Levi o come il Sarin diffuso nella metropolitana di Tokyo nel 1995 dalla setta Aum Shinrikyo – e nel modo di bere e tagliarsi i capelli dei personaggi, è nel cielo che fa da sfondo alla scena dell’abbandono di Julie e di suo fratello da parte della madre sul ciglio di una strada. E’ da tutte le parti, e in tutte le parole di David Foster Wallace (tranne che in esse, perlomeno a livello esplicito). “Sei felice da impazzire – dice a un certo punto Julie – ma nello stesso momento in cui ti senti al massimo della completezza, di te non è rimasto molto”.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;Il secondo racconto è uno dei più famosi di DFW, Lyndon, e tautologicamente parla proprio del senatore texano divenuto presidente in volo, mentre da Dallas riportavano a Washington la salma di John Fitzgerald Kennedy, assassinato. Un testo mirabolante che fin dall’ouverture mostra di cosa stiamo parlando. “Mi chiamo Lyndon Baines Johnson. Quel cazzo di pavimento che hai sotto i piedi è mio, ragazzo”. Enorme, mostruoso, violento, LBJ è una perfetta metafora di un momento storico – spendere la parola “Vietnam”, così come “contestazione”, non è nemmeno necessario – in cui l’America, scioccata da Lee Oswald, chiunque e qualunque cosa egli fosse e rappresentasse, non trovò più la forza di essere migliore. Ma a raccontarci Johnson è un suo assistente gay, David Boyd, e nel racconto c’è la struggente storia della morte del suo compagno malato di Aids, in un tempo in cui la parola neppure esisteva&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn30" name="_ftnref30" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[30]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, che trova una strada per avvicinarsi all’uomo che si nascondeva negli enormi stivali o nella poltrona dello Studio Ovale, mostrandoci come anche il peggio, è in fondo semplicemente umano. E non per questo smette di essere peggio. E poi c’è Lady Bird, la signora Johnson, a cui affidare la citazione conclusiva: “David, Lyndon dice sempre che per quanti sforzi faccia non riesce a capire perché le nuove generazioni come la tua vedono tutto quello che c’è di importante nel mondo in termini di amore. Come se potesse spiegare sentimenti che durano anni e anni, quella parola”.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;4. &lt;i&gt;I’m Not There (A Space Odyssey)&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;“C’è stato un tempo in cui, per me – e per molti altri, miei coetanei o giù di lì, - Hemingway era un dio. Ed erano tempi buoni, che ricordo con soddisfazione, senza neppure l’ombra di quell’ironica indulgenza con cui si considerano mode e scalmane giovanili”. Così scriveva Italo Calvino in un bel saggio del 1954, l’anno in cui Ernest Hemingway vinse il premio Nobel per la Letteratura, due anni dopo avere pubblicato il suo romanzo peggiore, &lt;i&gt;Il vecchio e il mare&lt;/i&gt;. David Foster Wallace il Nobel non lo vincerà più ormai, e forse non lo avrebbe vinto neppure in una vita di scrittore lunga e prolifica, troppo distante la sua sensibilità da quella dei reali accademici di Svezia. Ma la frase di Calvino potrebbe aiutare noi oggi a fare i primi passi verso quel necessario superamento anche di un vero idolo come DFW, in vista di ulteriori passaggi di crescita e di letteratura. E’ un po’ l’operazione compiuta da Franzen, che riuscendo a scrivere, anche con crudeltà, dell’amico libera se stesso dalla sua ombra ingombrante e si apre a nuove possibilità. Ovviamente senza dimenticare la lezione di David che, ancora una volta, è notevolissima e incistata nella storia della letteratura, per quanto molto spesso ciò possa apparire sorprendente. Ancora Calvino, nella sua lezione americana sull’esattezza ci fa pensare in più di un passaggio a Foster Wallace, ma è nel saggio Cibernetica e fantasmi che si coglie&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;(visionaria la lucidità dello scrittore ligure) quello che sembra essere l’intero significato della parabola artistica di DFW. Scrive Calvino: “Il narratore cominciò a profferire parole non perché gli altri rispondessero altre prevedibili parole, ma per sperimentare fino a che punto le parole potevano combinarsi l’un l’altra, governarsi una dall’altra: per &lt;i&gt;dedurre una spiegazione del mondo&lt;/i&gt; (il corsivo è mio) dal filo d’ogni discorso-racconto possibile, dall’arabesco che nomi e verbi, soggetti e predicati disegnavano diramandosi gli uni dagli altri”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn31" name="_ftnref31" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[31]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Non è, come ha inteso qualche strenuo difensore dell’ortodossia wallaciana, una notazione sull’arte di combinar parole per semplice gusto estetico&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn32" name="_ftnref32" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[32]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, bensì un elogio del tentativo di cogliere il tutto, di leggere tutta la Biblioteca di Babele di Borges per dedurre quella spiegazione del mondo che, sola, nobilita il nostro viaggio nei libri, nell’esperienza, insomma in quella cosa che, con una certa imprecisione, tendiamo a chiamare realtà.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;E lungo questo sentiero ci viene incontro ancora Barthes, illuminante. “Ogni volta che lo scrittore traccia un complesso di parole – scrive il francese – è messa in questione l’esistenza stessa della Letteratura; e ciò che nella pluralità delle sue scritture la modernità mette in luce è l’impasse della propria Storia”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn33" name="_ftnref33" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[33]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. David Foster Wallace è stato il cantore dell’America degli anni Novanta e Duemila, i grandi anni dell’impasse della potenza statunitense, schiacciata tra il sogno di un momento unipolare (e del Nuovo ordine mondiale che ne doveva essere la naturale conseguenza) e la drammaticità del ritorno della paura, sotto forma di aerei che piombavano dentro i grattacieli. In questo contesto, e le parole sono ancora di Barthes, ma aderiscono a DFW come una camicia su misura, “la scrittura è un atto di solidarietà storica”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn34" name="_ftnref34" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[34]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Così è stato. Una solidarietà tanto esogena quanto endogena, ossia proiettata verso se stesso, verso quel tentativo di salvarsi attraverso la letteratura, e anche il successo e l’affetto del suo pubblico&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn35" name="_ftnref35" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[35]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, cosa di cui forse si tende a parlare con troppo pudore. “La letteratura – ha detto David in un’intervista – si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte […] dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è mettere in scena il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn36" name="_ftnref36" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[36]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;A proposito di &lt;i&gt;Brevi interviste con uomini schifosi&lt;/i&gt;, opera straordinaria e secondo Nicola Lagioia il punto in cui DFW si è spinto più lontano, Zadie Smith – che scrivendo di Foster Wallace ha mostrato come si possa unire un grande cuore e un grande cervello, un po’ come lei stessa dice sapeva fare David, e il cerchio si fa interessante – ha notato che i suoi personaggi “conoscono le parole giuste per tutto, ma non sanno il significato di niente. […] Il nostro linguaggio si rivela sempre insufficiente, anche nella sua apparente chiarezza, anzi &lt;i&gt;specialmente&lt;/i&gt; nella sua chiarezza”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn37" name="_ftnref37" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[37]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. A questo punto ci siamo ufficialmente persi e credo che quindi siamo anche ufficialmente arrivati dove avremmo voluto, in un punto indefinibile che non so descrivere se non dicendo che assomiglia all’immobilità delle api, per ottenere la quale gli insetti si devono muovere rapidissimi. Un movimento che non è bastato a salvare David, di cui oggi, come ha detto Don DeLillo, ricordiamo la voce così americana&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn38" name="_ftnref38" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[38]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;Altrettanto americana è però anche la voce dl grande critico Harold Bloom, il padre del Canone occidentale, a cui vorrei lasciare l’ultima parola: “Non è mia intenzione polemizzare – scrive&lt;span&gt;  &lt;/span&gt;ma ritengo che David Foster Wallace sia un pessimo scrittore. Paragonarlo a James Joyce è semplicemente ridicolo”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn39" name="_ftnref39" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[39]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;. Ecco, nessun santino in questo anniversario, solo noi qui davanti a una tomba immaginaria a pensare che dopo David la vita continua senza di lui, ma che averlo conosciuto attraverso i suoi libri è stato qualcosa che valeva la pena fare. Anche se lui probabilmente non è mai stato qui, ma ha vissuto la sua odissea nello spazio – sfinito diremmo con Pincio – molto lontano da tutti noi. O forse vicinissimo, che poi è lo stesso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="Corpo"&gt;&lt;span&gt;“Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce, nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana”&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftn40" name="_ftnref40" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span style="font-size:12.0pt;font-family:Helvetica; mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[40]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="Corpo"&gt;L.M.&lt;/p&gt;  &lt;div&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;br /&gt;&lt;hr align="left" size="1" width="33%"&gt;  &lt;!--[endif]--&gt;  &lt;div id="ftn1"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref1" name="_ftn1" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="font-size:10.0pt;font-family:Helvetica;mso-fareast-font-family:&amp;quot;ヒラギノ角ゴ Pro W3&amp;quot;; mso-bidi-font-family:&amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;color:black;mso-ansi-language:IT; mso-fareast-language:#0400;mso-bidi-language:AR-SA"&gt;[&lt;/span&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;1]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; &lt;span&gt;Roland Barthes, &lt;i&gt;Il grado zero della scrittura&lt;/i&gt;, Einaudi&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn2"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref2" name="_ftn2" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[2]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; E l’aggettivo serve tanto per indicare la traumaticità di tale scelta - ovviamente stiamo parlando del suo suicidio, mettere la parola in una nota a piè di pagina chissà che non sia una forma, un po’ pelosa, di pudore - quanto l’effetto teatrale che questa ha conseguito, sia sui testimoni diretti della scena - perché pur con tutte le cautele del caso e l’infinito affetto che si celava, ne siamo certi, dietro l’addio di DFW, una scena magistrale è accaduta davvero - sia sul pubblico globale che non ha mai visto pencolare il cadavere dello scrittore, ma ha vissuto massmediaticamente l’onda d’urto della notizia.&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn3"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref3" name="_ftn3" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[3]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; Uno che di DFW parla con una cura e una delicatezza quasi commovente, grazie anche a una voce estremamente interessante.&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn4"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref4" name="_ftn4" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[4]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; “&lt;i&gt;Vieni a salvare mia anima&lt;/i&gt;, tratto dall’album &lt;i&gt;Storie di whisky andati &lt;/i&gt;del 1988. Ecco l’incipit: “Mi sto impiccando e sono già lì lì per saltare / ma arriva un pacco e devo scender giù per firmare”. &lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn5"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref5" name="_ftn5" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[5]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; Ma anche, con una discreta possibilità alla Teoria delle Stringhe, che nella sua versione primaria postulava la necessità dell’esistenza di 24 dimensioni: in almeno una per David sono sicuro che è andata diversamente.&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn6"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref6" name="_ftn6" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[6]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; Nelle infinite possibilità, infatti, sussiste anche una, per l’appunto, infinita serie di eventi più drammatici del suicidio di DFW... (lui che compie una strage di massa, una guerra nucleare che scoppia quel giorno, la sua, o la nostra non esistenza...) E’ complicato.&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn7"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref7" name="_ftn7" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[7]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; A tal proposito, imperdibile il saggio &lt;i&gt;Un funerale americano, 23 ottobre 2008&lt;/i&gt; di Stefano Bartezzaghi, in &lt;i&gt;Scrittori giocatori&lt;/i&gt; (Einaudi)&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn8"&gt;  &lt;p class="Testopidipagina"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref8" name="_ftn8" title=""&gt;&lt;sup&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;sup&gt;&lt;span style="color: black; "&gt;[8]&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/sup&gt;&lt;/a&gt; &lt;i&gt;&lt;span&gt;Maradona by Kusturica&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span&gt; di Emir Kusturica: si commuove anche chi sportivamente detestava El Pibe.&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn9"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref9" name="_ftn9" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[9]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;Non posso non citare il copyright di questa immagine mentale: la scena finale di Underground, sempre di Kusturica, è semplicemente perfetta.&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn10"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref10" name="_ftn10" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[10]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;In un piccolo e memorabile libro, &lt;i&gt;La vita dopo Dio&lt;/i&gt;, opera ingiustamente trascurata di uno scrittore troppo spesso rinchiuso nella gabbia interpretativa, ottusa come tutte le semplificazioni, del padre della Generazione X. In realtà Coupland è una fonte straordinariamente copiosa di riflessioni sul mondo pop e sull’ossessione per delle grandi catastrofi, che sembrano essere rimaste le uniche, controverse, portatrici di una qualche possibile speranza di rinnovamento. Ma il tutto in una salsa postmoderna e problematica che aggiunge ai ragionamenti un sapore indescrivibile.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn11"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref11" name="_ftn11" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[11]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;“Una società di atei per prima cosa creerebbe una religione”, citazione a memoria, frutto di anni di applicazione sulle domande della prima, storica edizione di Trivial Pursuit in italiano.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn12"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref12" name="_ftn12" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[12]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Prendete, per esempio, &lt;i&gt;Brevi interviste con uomini schifosi&lt;/i&gt; e la B.I. n.46. Una discesa nel male a occhi talmente aperti da rischiare di confondere il volto dell’orrore che stiamo guardano con il riflesso dello specchio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn13"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref13" name="_ftn13" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[13]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Insieme alla morte, un concetto che è stato semplicemente messo al bando, dopo secoli in cui – con una morale pratica legata alla fisiologia degli esseri viventi per come li conosciamo sulla Terra – era stata costantemente esibita, forse in un grande rituale apotropaico collettivo, forse semplicemente perché unica certezza, sebbene la filosofia di David Hume ci lasci un barlume di speranza empirica che la notte, in gran segreto, sussurra a molti di noi, “con te andrà diversamente”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn14"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref14" name="_ftn14" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[14]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;Jonathan Franzen – &lt;i&gt;Farther Away&lt;/i&gt; – New Yorker, 18 aprile 2011. &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Versione italiana, &lt;i&gt;L’isola più lontana&lt;/i&gt;, pubblicato su Internazionale del 26 agosto 2011.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn15"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref15" name="_ftn15" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[15]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;E, non ce ne voglia Franzen, era difficile non farlo dopo aver letto il discorso agli studenti del Kenyon College tenuto da DFW nel 2005 e intitolato &lt;i&gt;Questa è l’acqua&lt;/i&gt;. Talmente forte è la “saggezza morale” dei suoi contenuti che non c’è superficialità che tenga.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn16"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref16" name="_ftn16" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[16]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Jonathan Franzen, op. cit.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn17"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref17" name="_ftn17" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[17]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;David Foster Wallace, &lt;i&gt;Questa è l’acqua&lt;/i&gt;, Einaudi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn18"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref18" name="_ftn18" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[18]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Jonathan Franzen, op. cit.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn19"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref19" name="_ftn19" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[19]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Sebbene probabilmente meno del suo gemello opposto, la stroncatura, spesso unica ragione di scrittura per tanti critici, misteriosamente inclini a credere solo nel passato o in autori pervicacemente minori. Una lettura interessante, per sconfiggere questo micragnoso vezzo, potrebbe essere &lt;i&gt;Mainstream &lt;/i&gt;di Frederic Martel, Feltrinelli.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn20"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref20" name="_ftn20" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[20]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;David Foster Wallace – Il &lt;i&gt;Dostoevskij di Joseph Frank&lt;/i&gt; in &lt;i&gt;Considera l’aragosta&lt;/i&gt;, Einaudi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn21"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref21" name="_ftn21" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[21]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Scrive Barthes in &lt;i&gt;Il grado zero della letteratura&lt;/i&gt;: “La Forma sta sospesa davanti allo sguardo come un oggetto. Qualunque cosa si faccia, essa è uno scandalo: se è mirabile appare fuori moda; se è anarchica è asociale; se è particolare rispetto all’epoca o agli uomini, essa è sempre e comunque solitudine”. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn22"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref22" name="_ftn22" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[22]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;David Foster Wallace, &lt;i&gt;Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka&lt;/i&gt; in &lt;i&gt;Considera l’aragosta&lt;/i&gt;, cit.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn23"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref23" name="_ftn23" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[23]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Non si offenda Dave Eggers, parte del suo fascino deriva anche dall’essere un po’ fighetto, seppure in modo molto molto casual. Il che non toglie nulla alla sua bravura e inventiva non solo a livello di scrittura, ma anche – e forse oggi soprattutto – di editoria.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn24"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref24" name="_ftn24" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[24]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Quando Bret Easton Ellis era meno scoppiato di ora le sue scene di adolescenti che guardavano i videoclip di Mtv togliendo l’audio avevano una forza innovativa dirompente. E la tv era un oggetto non meno alieno dei suoi pazzeschi personaggi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn25"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref25" name="_ftn25" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[25]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Sempre BEE, apriva memorabilmente il suo &lt;i&gt;Meno di Zero&lt;/i&gt; scrivendo: “La gente ha paura di cacciarsi nella mischia delle autostrade di Los Angeles”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn26"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref26" name="_ftn26" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[26]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Ho rubato due versi a Douglas Coupland, mi perdonerà&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn27"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref27" name="_ftn27" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[27]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Il personaggio di Capitan Video, l’ottuagenario che vive sempre con una telecamera in funzione Rec in mano, è uno degli idealtipi americani moderni. Quasi un nuovo “classico americano” per dirla con D.H. Lawrence&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn28"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref28" name="_ftn28" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[28]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Ripubblicandolo per Minimum Fax “quasi vent’anni dopo”, Martina Testa, che lo ha tradotto e curato per la versione italiana, nota nella prefazione al volume: “E’ un libro che, per l’originalità delle sue storie, l’audacia dello stile, la visione critica di certi aspetti della realtà, risulta a tutt’oggi non solo attuale, ma ancora &lt;i&gt;innovativo&lt;/i&gt;”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn29"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref29" name="_ftn29" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[29]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Come direbbe Nicola Lagioia, per capire la versione italiana del fenomeno della penetrazione televisiva sono molto utili diversi brani del suo romanzo &lt;i&gt;Riportando tutto a casa&lt;/i&gt;, Einaudi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn30"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref30" name="_ftn30" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[30]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;“Per quegli ultimi molti mesi avevo passato la notte abbracciato a un uomo che moriva di sistematicità”, dice Boyd a un certo punto.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn31"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref31" name="_ftn31" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[31]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Italo Calvino, &lt;i&gt;Cibernetica e fantasmi&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Una pietra sopra&lt;/i&gt;, Einaudi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn32"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref32" name="_ftn32" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[32]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;L’arte per l’arte è un concetto che ai fanatici, di qualunque tipologia, fa sempre un po’ paura. Ma non è di questo che stiamo parlando qui.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn33"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref33" name="_ftn33" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[33]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Roland Barthes, &lt;i&gt;Il grado zero della scrittura&lt;/i&gt;, Einaudi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn34"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref34" name="_ftn34" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[34]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Roland Barthes, Op. cit.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn35"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref35" name="_ftn35" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[35]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Anche di questo parla David Lipsky nel suo &lt;i&gt;Come diventare se stessi&lt;/i&gt;, Minimum Fax fresco di stampa. David pareva amare il fatto di essere una celebrità, di avere le sue groupie. E in qualche modo anche il suo suicidio è stato da rockstar, quel darsi al pubblico che tanto ha amareggiato Franzen (“Aveva preferito l’adulazione degli estranei all’amore delle persone più vicine”, scrive in tono piuttosto ricattatori, da genitore ferito dalla crescita dei propri figli) in certe condizioni di luce mi fa pensare al tuffo di un Jim Morrison verso la platea adorante. La band resta da sola sul palco a gestire il quotidiano del concerto, mentre lui, fugge, ma lo fa con un salto nel vuoto che comporta, comunque, un passo senza rete nell’incognito…&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn36"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref36" name="_ftn36" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[36]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;i&gt;A conversation with &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;David Foster Wallace&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;, by Larry Mc Caffery&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="http://www.dalkeyarchive.com/book/?fa=customcontent&amp;amp;GCOI=15647100621780&amp;amp;extrasfile=A09F8296%2DB0D0%2DB086%2DB6A350F4F59FD1F7%2Ehtml"&gt;http://www.dalkeyarchive.com/book/?fa=customcontent&amp;amp;GCOI=15647100621780&amp;amp;extrasfile=A09F8296%2DB0D0%2DB086%2DB6A350F4F59FD1F7%2Ehtml&lt;/a&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;span&gt;Alcuni estratti in italiano si posso leggere qui: &lt;/span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;a href="http://www.minimumfax.com/libri/speciali/134"&gt;&lt;span lang="IT"&gt;http://www.minimumfax.com/libri/speciali/134&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn37"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref37" name="_ftn37" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[37]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Zadie Smith, &lt;i&gt;Brevi interviste con uomini schifosi: i doni difficili di David Foster Wallace&lt;/i&gt;, in &lt;i&gt;Cambiare idea&lt;/i&gt;, Minimum Fax. Un saggio imprescindibile su DFW.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn38"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref38" name="_ftn38" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[38]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;/span&gt;&lt;span&gt;Don DeLillo, prefazione a &lt;i&gt;Questa è l’acqua&lt;/i&gt;, Einaudi. Una frase che in qualche modo riecheggia il memorabile incipit di &lt;i&gt;Underworld&lt;/i&gt;.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn39"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref39" name="_ftn39" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[39]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span&gt; Alessandra Farkas, &lt;i&gt;L’anti-canone di Bloom&lt;/i&gt;, in Corriere della Sera, 20 luglio 2011&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;  &lt;div id="ftn40"&gt;  &lt;p class="MsoFootnoteText"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;a href="file:///C:/Documents%20and%20Settings/lmerlini/Desktop/dfw_e_noi.doc#_ftnref40" name="_ftn40" title=""&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;&lt;!--[if !supportFootnotes]--&gt;&lt;span class="MsoFootnoteReference"&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;[40]&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; &lt;i&gt;A conversation with &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;David Foster Wallace&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span lang="EN-GB"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;, by Larry Mc Caffery, cit.&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4430616923883403909?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4430616923883403909/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4430616923883403909' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4430616923883403909'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4430616923883403909'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/09/david-foster-wallace-e-noi-tre-anni.html' title='David Foster Wallace e noi (tre anni dopo)'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4374801519998167433</id><published>2011-08-16T13:34:00.001Z</published><updated>2011-08-16T13:37:14.360Z</updated><title type='text'>Un pensiero per DFW</title><content type='html'>"Il narratore cominciò a profferire parole non perché gli altri rispondessero altre prevedibili parole, ma per sperimentare fino a che punto le parole potevano combinarsi l'un l'altra, generarsi una dall'altra: per dedurre una spiegazione del mondo dal filo d'ogni discorso-racconto possibile, dall'arabesco che nomi e verbi, soggetti e predicati disegnavano diramandosi gli uni dagli altri".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Italo Calvino, &lt;em&gt;Cibernetica e fantasmi&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4374801519998167433?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4374801519998167433/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4374801519998167433' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4374801519998167433'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4374801519998167433'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/08/un-pensiero-per-dfw.html' title='Un pensiero per DFW'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-832529793162509120</id><published>2011-08-05T17:37:00.001Z</published><updated>2011-08-05T17:37:39.492Z</updated><title type='text'>Cinquant'anni senza Hemingway - Il Video</title><content type='html'>&lt;a href="http://video.tiscali.it/canali/News/Cultura/86680.html"&gt;http://video.tiscali.it/canali/News/Cultura/86680.html&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-832529793162509120?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/832529793162509120/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=832529793162509120' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/832529793162509120'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/832529793162509120'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/08/cinquantanni-senza-hemingway-il-video.html' title='Cinquant&apos;anni senza Hemingway - Il Video'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2779208968240088388</id><published>2011-08-02T15:42:00.003Z</published><updated>2011-08-02T15:46:56.917Z</updated><title type='text'>La (difficile) gestione del talento di Mr. Amis</title><content type='html'>Stando alle cronache letterarie, Martin Amis non è un personaggio semplice: le sue invettive e provocazioni lo hanno spesso portato sulle prime pagine dei quotidiani, non solo britannici, &lt;strong&gt;quasi mai come modello positivo&lt;/strong&gt;. E pure certi suoi libri negli anni duemila non hanno brillato in modo particolare. Ma sotto la faccia burbera e una gestione delle proprie doti a volte da figliol prodigo (lui che figlio d’arte di un padre ingombrante lo è davvero), brilla un talento raro, a volte assolutizzante, a volte gestito non benissimo, &lt;strong&gt;ma puro&lt;/strong&gt;. Un romanzo come &lt;em&gt;L’Informazione&lt;/em&gt;, è ancora oggi difficile da circoscrivere per la sua importanza e carica visionaria. Altrettanto acuminato è sorprendente è il nuovo &lt;em&gt;La vedova incinta&lt;/em&gt; (Einaudi), lettura estiva perfetta &lt;strong&gt;per chi non sopporta l’idea stessa di letture estive&lt;/strong&gt;. Un libro che ha una strana qualità di preveggenza: leggendolo sembra che abbia fatto da (colta) fonte di ispirazione per un bestseller di qualche anno fa come &lt;em&gt;Anime alla deriva&lt;/em&gt; di Richard Mason, peccato che la vedova di Amis sia uscita oltre dieci anni dopo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia è, in qualche modo, un romanzo di educazione sentimentale e sessuale per un giovane britannico, Keith (lo stesso nome di uno dei protagonisti de &lt;em&gt;L’Informazione&lt;/em&gt;, quasi un feticcio per Amis), che nell’estate italiana nel 1970 vive un trauma amoroso che riuscirà (forse) a gestire solo tre decenni dopo. C’è un triangolo, forse anche qualcosa di poligonale, ma soprattutto c’è il &lt;strong&gt;racconto di un desiderio&lt;/strong&gt;. Abituati come siamo all’accessibilità di qualunque cosa, la qualità della brama controversa di Keith per Scheherazade, ha quella chiarezza offuscata che fa pensare alle pagine del giovane Hemingway parigino, con qui suoi espatriati lievi e disperati. Martin Amis mette in scena la gioventù (e Keith però legge classici della letteratura inglese) all’indomani del Sessantotto e alle prese con &lt;strong&gt;gli aspetti problematici&lt;/strong&gt; della liberazione sessuale, in un contesto di eccitazione (corporale e paesaggistica) che rotola inesorabile verso un climax complesso. Che richiederà anni per essere capito e che a quel punto porterà con sé una nota di rimpianto per il tempo passato, sempre in salsa Amis ovviamente. “Oggi – pensa Keith a un certo punto – le persone invecchiano diversamente. Sembravano giovani in circolazione &lt;strong&gt;da troppo tempo&lt;/strong&gt;. Il tempo gli scorreva accanto ma loro sognavano di rimanere identici”. E poco oltre: “Certo, i non fumatori vivono sette anni di più. Ma quali sette anni verranno sottratti dal dio chiamato Tempo? Non sarà quel momento convulso, mozzafiato tra i ventotto e i trentacinque. No. Sarà quel periodo &lt;strong&gt;strafigo&lt;/strong&gt; tra gli ottantasei e i novantatre”. Grandissimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vedova incinta del titolo è, almeno stando alla citazione di Aleksandr Herzen posta in epigrafe al romanzo (insieme alla voce “&lt;strong&gt;narcisismo&lt;/strong&gt;” del Concise Oxford Dictionary e a un verso di Ted Hughes ripreso da Ovidio), l’eredità lasciata dal mondo uscente. E viene da pensare che quel mondo sia quello, spiazzante, ereditato dopo il grande falò del 1968. Non pare di essere di fronte a un pensiero reazionario, ma di certo a una lettura di quel momento storico che rinuncia a ogni forma di agiografia, per guardare in faccia, come sempre fa la buona letteratura, &lt;strong&gt;quel mostro a nove teste&lt;/strong&gt; che è la vita che ciascuno di noi si trova quotidianamente a dover affrontare. E questo Amis è uno scrittore che, quando riesce a gestire bene il proprio talento, sa farlo in modo quasi impareggiabile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2779208968240088388?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2779208968240088388/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2779208968240088388' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2779208968240088388'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2779208968240088388'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/08/la-difficile-gestione-del-talento-di-mr.html' title='La (difficile) gestione del talento di Mr. Amis'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8886643491901915499</id><published>2011-07-25T23:05:00.003+01:00</published><updated>2011-07-25T23:13:05.533+01:00</updated><title type='text'>Il sorriso del Male</title><content type='html'>C'è qualcosa che non torna, che disturba profondamente, nella foto che ritrae il killer di Oslo, Anders B. Breivik, con una sorta di sorriso strafottente mentre, su un'auto della polizia, torna in carcere dopo il primo interrogatorio in tribunale. Forse ride perché è un folle, forse per spregio alle vittime del massacro... Ma forse ride perché, fuori dal finestrino, vede migliaia di norvegesi, quei pacati, civili, democratici norvegesi che lui odia e disprezza, simbolo di una mollezza progressista incapace di dare risposte ai problemi sociali più scottanti della contemporaneità, li vede folli di rabbia, schiumanti, che invocano al linciaggio dello stragista....&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Ride, forse, perché vede che ha trionfato andando a strappare la violenza dal lato oscuro del cuore dei norvegesi e gettandola in piazza, davanti alle telecamere di tutto il mondo. Davanti a lui. Ride, come solo il Male sa ridere. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8886643491901915499?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8886643491901915499/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8886643491901915499' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8886643491901915499'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8886643491901915499'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/07/il-sorriso-del-male.html' title='Il sorriso del Male'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1910575163218465267</id><published>2011-07-11T12:54:00.004+01:00</published><updated>2011-07-11T21:03:57.760+01:00</updated><title type='text'>McLuhan-Coupland, un'accoppiata davvero esplosiva</title><content type='html'>Difficile che una biografia di un grande sociologo (ma chissà se questa definizione ha anche solo una piccola dose di pertinenza...) possa essere uno dei libri per l'estate che sta già scoppiando in tutta Italia. Eppure &lt;em&gt;Marshall McLuhan&lt;/em&gt; di Douglas Coupland, ennesimo bel colpo della casa editrice milanese Isbn, è un libro che ha tutte le caratteristiche per candidarsi a questo difficile ruolo, normalmente affidato - forse con un misto di snobismo e di pilatesca astuzia - ai grandi bestseller. In primis c'è il personaggio di cui si narra, il leggendario massmediologo (definizione brutta, ma questa volta più pertinente) canadese che, tanto per dirne due, coniò l'espressione "villaggio globale" e il mantra di tutto i futuri &lt;strong&gt;radical-geek&lt;/strong&gt;: "Il medium è il messaggio". In secondo luogo c'è il narratore, Douglas Coupland, canadese pure lui, che è uno dei più grandi - e acuti, seppur sempre con un elemento di &lt;strong&gt;meravigliosa distonia&lt;/strong&gt; - interpreti della contemporaneità. Non voglio citare il cult &lt;em&gt;Generazione X&lt;/em&gt; e neppure il recentissimo e superbo &lt;em&gt;Generazione A&lt;/em&gt;, mi basta ricordarlo per romanzi "minori" come &lt;em&gt;Fidanzata in coma&lt;/em&gt;, fuori catalogo ma cercatelo nei mercati dell'usato, o libri indefinibili e commoventi come &lt;em&gt;La vita dopo dio&lt;/em&gt;. Il risultato è un altro oggetto anomalo, un libro che ammicca alla grafica del Dos (qualcosa di perfetto nel modo in cui è perfetto lo &lt;strong&gt;Sfero di Parmenide&lt;/strong&gt; o la voce di &lt;strong&gt;Hal9000&lt;/strong&gt; nella versione italiana di &lt;em&gt;2001 Odissea nello spazio)&lt;/em&gt; e gioca con passione la partita di ricordare al mondo il genio visionario di un fanatico cattolico con seri disturbi cerebrali e un'anomalia rarissima nell'afflusso di sangue alla testa che vide e descrisse la nostra società anni, se non lustri o decenni, prima di tutti gli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'occasione del libro - ed è bello pensare che un'occasione serva ancora, anche per una biografia così &lt;strong&gt;proteiforme&lt;/strong&gt; - è il centenario della nascita di McLuhan, che cade il 21 luglio di quest'anno. Ma di lui, in sostanza, si continua a parlare da quasi 50 anni, come Coupland, in un lungo excursus nella vita pre-celebrità di McLuhan, mette in risalto sotto molti punti di vista, talvolta prevedibili talaltra davvero eterodossi. Come il già citato aspetto della malattia, decisiva nel definire il carattere di "Marshall", come confidenzialmente viene chiamato nelle pagine del libro. L'effetto, e Coupland lo dice come ambizione della sua biografia, è quello di una "&lt;strong&gt;patografia&lt;/strong&gt;", un'analisi che mette sul tavolo tanto le visioni geniali di un uomo che sembrava capace di pensare nel futuro - mentre viveva cercando disperatamente di ancorarsi al passato e alle tradizioni, dato che Coupland mette in risalto molto spesso, giustamente - quanto il suo soffrire di piccoli ictus frequenti, insomma come, scrive Tommaso Pincio in una notevole recensione del libro, se non avesse tutte le rotelle a posto. E proprio Pincio, commentando una delle grandi intuizioni di McLuhan sulla rivoluzione informatica, coglie il fascino contraddittorio che fa da &lt;strong&gt;spina dorsale all'intera biografia&lt;/strong&gt;. "Scrisse questa fedele prefigurazione di Internet - nota il romanziere - quando nemmeno gli alti dirigenti dell'Ibm immaginavano il dilagare di dispositivi quali personal computer e smartphone. Scrisse ciò e altro quando, avendo superato i cinquanta, era ormai 'un babbione in giacca a quadri', un signore di mezza età per nulla attrezzato a calarsi nel ruolo di polo d'attrazione delle feste e dei cocktail cui veniva regolarmente invitato". Già, perché McLuhan &lt;strong&gt;detestava il villaggio globale&lt;/strong&gt; e viveva con malcelato disagio anche il rapporto con gli hippie che lo veneravano come un guru... Insomma, Coupland è bravissimo a mostrare quante contraddizioni ci fossero nel personaggio, ma al tempo stesso quanta preveggenza e forza innovativa si propagò durante il &lt;em&gt;momento McLuhan&lt;/em&gt;, in qualche modo epicentro del salto intellettuale che ci ha preparati al presente iper mediatizzato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci sarebbe molto, &lt;strong&gt;moltissimo altro da dire&lt;/strong&gt;. Ma forse basta uno dei tanti aforismi di Marshall McLuhan che Coupland ha sparso nel suo libro (che sembra quasi un'installazione artistica, ovviamente multimediale): "L'arte è qualcosa con cui si può sempre farla franca". Sia che ti chiami McLuhan, sia che ti chiami Coupland, verrebbe da dire. &lt;strong&gt;Un hurrà per entrambi&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1910575163218465267?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1910575163218465267/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1910575163218465267' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1910575163218465267'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1910575163218465267'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/07/mcluhan-coupland-unacoppiata-davvero.html' title='McLuhan-Coupland, un&apos;accoppiata davvero esplosiva'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2941396920935620200</id><published>2011-07-10T21:36:00.000+01:00</published><updated>2011-07-10T21:37:37.094+01:00</updated><title type='text'>La Domenica torna triste domenica…</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;E’ un pomeriggio inglese, di quelli rivestiti di carta da parati beige e tazze di tè troppo carico mentre fuori piove e la noia se ne sta seduta sorridente sul canapè. Ecco, la nuova (vecchia) Domenica del Sole 24 Ore a Kilgore fa esattamente questo effetto. Il ritorno al formato large e alla veste grafica dei bei tempi andati – tempi fatti di pezzi noiosetti ancorati a una cultura impantanata in qualcosa che a noi, a essere proprio sinceri, non interessa granché – ha portato in eredità direttori e cardinali (niente da dire per l’amor del cielo, ma la cultura secondo il nostro modestissimo avviso non è esattamente il posto delle divise e delle gerarchie…)… E dove sono finite firme brillanti come Lagioia, Carnero o Ricuperati? (Torneranno, vero? E’ solo un caso estivo, ne siamo sicuri!) E il bravissimo Stefano Salis che si batteva per un libro come “Fame di realtà” di David Shields adesso se ne sta un po’ relegato in qualche taglio basso abbastanza nascostino… (Ma presto lo rivedremo in prima, è certo). E poi a noi di Kilgore manca tremendamente, TREMENDAMENTE, quella vocazione pop rappresentata dal formato tabloid e dall’aria fresca, un po’ americana e anti accademica, seppur culturalmente solida…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Domenica era un’attesa eccitante, adesso sembra più leopardiana. (E sappiate che Kilgore, che detesta il Manzoni, invece venera il recanatese, ma questo non importa, o meglio è giusto che non importi. Invece adesso sembra di essere tornati ai tempi in cui DEVE per forza importare, almeno è la sensazione che, con disagio fisico, proviamo guardando l’ultimo numero, quello del 10 luglio…). Perfino Cordelli, Cordelli!, oggi sul Corriere della sera parla di Tommaso Pincio, e sembra, in confronto, di vivere in quadro di Andy Warhol anziché nella campagna pavese in un giorno nebbiosetto, mentre tutti i tuoi amici sono in vacanza ai tropici e &lt;st1:personname productid="la connessione Adsl" st="on"&gt;la connessione Adsl&lt;/st1:personname&gt; non ne vuole sapere di funzionare.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Sparare giudizi non è granché bello, e in effetti ci accorgiamo di averlo fatto, forse con troppa foga. Ma è perché alla Domenica ci teniamo, perché non vediamo l’ora che esca, perché la cultura è una figata, a patto di saperlo dire con una certa eleganza, o quantomeno con la faccia seria e una giacca di felpa verde scuro. Ma una figata va difesa, fatta crescere, tutelata nella sua meravigliosa e postmoderna fragilità, sennò c’è il rischio che l’atmosfera uggiosa della Sunday britannica, triste domenica!, ci ripiombi tra capo e collo come una incudine, di quelle che colpiscono, ma i danni sono più scenografici che reali, il povero Wyle E. Coyote (naturalmente di marca Acme).&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2941396920935620200?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2941396920935620200/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2941396920935620200' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2941396920935620200'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2941396920935620200'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/07/la-domenica-torna-triste-domenica.html' title='La Domenica torna triste domenica…'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1215284765695310598</id><published>2011-06-24T18:23:00.003+01:00</published><updated>2011-06-24T18:26:29.962+01:00</updated><title type='text'>E se Kafka fosse sopravvissuto? Il dilemma di Philip Roth</title><content type='html'>E se Franz Kafka fosse &lt;strong&gt;sopravvissuto&lt;/strong&gt; alla malattia e all’Olocausto e avesse raggiunto l’America? Avremmo ancora il più grande scrittore del Novecento (o almeno uno dei più grandi, ma a contendergli lo scettro, a ben guardare, ci sono solo due irlandesi, &lt;strong&gt;Joyce e Beckett&lt;/strong&gt;) oppure solo un professore attempato che ha tenuto nel cassetto, nascosti a tutti, romanzi intitolati &lt;em&gt;Il Processo&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;Il Castello&lt;/em&gt;? Di questo ha scritto Philip Roth, uno dei maggiori autori viventi, in un breve testo del 1973 che esce per la prima volta in Italia per Einaudi: &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno – Ovvero, guardando Kafka.&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; Un piccolo libro, articolato in due parti, che è una scintilla d’intelligenza e apre una finestra prima sull’ultima felicità di Kafka, quella più autentica e senza speranza, quindi sulla possibilità di una “seconda chance” per lo scrittore praghese, con un prezzo da pagare però.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roth parte dalla citazione del digiunatore kafkiano, che muore di inedia perché non riusciva a trovare un cibo che gli piacesse, per rievocare la figura di Kafka, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, quando, &lt;strong&gt;ormai certo di dover morire&lt;/strong&gt;, vive una breve stagione d’amore accanto alla giovane Dora Dymant. Philip Roth ricorda che Kafka aveva scritto al padre di essere escluso dalla sfera del matrimonio in quanto questa era propriamente sua, del genitore. “Ma adesso – aggiunge lo scrittore di Newark – a quanto pare la prospettiva di una Dora per sempre, di una moglie, di una casa e dei figli per l’eternità, non è più la prospettiva terrificante, sbigottente, che sarebbe stata un tempo, perché adesso ‘per l’eternità’ senza dubbio non significa &lt;strong&gt;più che qualche mese&lt;/strong&gt;”. L’intelligenza di Roth è affilata come un coltello, e poco oltre, quando si parla della relazione casta e quasi genitoriale tra Franz e Dora, ecco la geniale parafrasi del celeberrimo attacco della Metamorfosi: “Quando Franz Kafka una mattina nel suo letto si svegliò da sonni inquieti, si ritrovò trasformato in un padre, uno scrittore e un ebreo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La seconda parte del libro è più narrativa, è una storia ambientata a Newark nel 1942 e il protagonista è il 59enne insegnante della scuola di ebraico dove studia il narratore, un ragazzino ebreo di 9 anni. Manco a dirlo, si tratta del &lt;strong&gt;dottor Franz Kafka&lt;/strong&gt;, con il suo alito cattivo “che alle cinque del pomeriggio è aromatizzato dai succhi intestinali”, tanto da valergli il nomignolo di “dottor Kishka”, ossia in yiddish “interiora”. Il sopravvissuto è timido, ha una storia, poi troncata bruscamente, con una zia zitella del ragazzo, quindi sparisce e muore a 70 anni, senza eredi e, soprattutto, senza libri. “Le carte del deceduto – scrive Roth – non vengono reclamate da nessuno, &lt;strong&gt;e scompaiono&lt;/strong&gt;”. E quindi la gloria letteraria, seppur postuma e forse umanamente ancora più amara, che ha poi raggiunto il nome del Kafka storico, qui si dissolve nel nulla. “No – Conclude Roth – semplicemente non è dato che Kafka possa mai diventare ‘il’ Kafka, perdinci, sarebbe ancora più strano di un uomo che si trasforma in un insetto. Nessuno ci crederebbe, men che meno Kafka”. Ma forse la letteratura sì.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1215284765695310598?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1215284765695310598/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1215284765695310598' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1215284765695310598'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1215284765695310598'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/06/e-se-kafka-fosse-sopravvissuto-il.html' title='E se Kafka fosse sopravvissuto? Il dilemma di Philip Roth'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1799946189737203365</id><published>2011-06-16T08:28:00.001+01:00</published><updated>2011-06-16T08:29:36.237+01:00</updated><title type='text'>La Stella di Ratner, la videoRecensione di Kilgore</title><content type='html'>&lt;a href="http://video.tiscali.it/canali/News/Cultura/81845.html"&gt;http://video.tiscali.it/canali/News/Cultura/81845.html&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1799946189737203365?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1799946189737203365/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1799946189737203365' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1799946189737203365'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1799946189737203365'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/06/la-stella-di-ratner-la-videorecensione.html' title='La Stella di Ratner, la videoRecensione di Kilgore'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-696543300367571722</id><published>2011-06-10T15:36:00.003+01:00</published><updated>2011-06-10T15:40:46.809+01:00</updated><title type='text'>Ratner's Star, la stella più lontana di DeLillo</title><content type='html'>Don DeLillo è uno dei grandi numi tutelari della letteratura contemporanea, uno scrittore che ha saputo attraversare le mode e le tendenze - su tutte il postmoderno - cogliendone il meglio, ma senza mai esserne vincolato rigidamente, anzi, spesso creando con le sue opere dei nuovi paradigmi. Libri come &lt;em&gt;Giocatori,&lt;/em&gt; &lt;em&gt;Rumore bianco&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;Libra,&lt;/em&gt; prima del suo capolavoro &lt;em&gt;Underworld&lt;/em&gt;, hanno segnato&lt;strong&gt; tappe importanti per l'evoluzione del romanzo contemporaneo&lt;/strong&gt;, anche dal punto di vista della riflessione teorica. La bibliografia di DeLillo è ricca anche nelle edizioni italiane, ma un titolo in particolare, &lt;em&gt;Ratner'Star&lt;/em&gt; del 1976, spiccava - insieme al precedente &lt;em&gt;End Zone,&lt;/em&gt; tuttora non tradotto - per la sua assenza. Oggi questa lacuna &lt;strong&gt;viene colmata&lt;/strong&gt; da Einaudi, che concede alla debordante opera di DeLillo la prestigiosa edizione rilegata dei Supercoralli, 35 anni dopo la pubblicazione americana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;La stella di Ratner&lt;/em&gt; è un romanzo potente e complesso, illuminato da una sottile vena di follia, come si addice a &lt;strong&gt;un libro sulla matematica pura&lt;/strong&gt;. La storia, e già questi indizi sono lievemente rivelatori, è quella di Billy Twillig, genio per cui è stato appositamente creato un premio Nobel per la matematica, ma che ha solo 14 anni e viene invitato in un complesso di ricerca segreto per cercare di interpretare, insieme ai migliori cervelli del mondo, un misterioso messaggio inviato da un punto vicino, appunto, alla Stella di Ratner del titolo. Insomma, come nel film &lt;em&gt;Contact&lt;/em&gt;, anche qui si tratta di parlare con &lt;strong&gt;gli extraterresti&lt;/strong&gt;. Ma il compito è talmente complesso che anche i più importanti scienziati rischiano di impazzire, e qualcuno nel libro lo fa veramente. Intorno a questo nucleo tematico fantascientifico ruota un libro anomalo, magnetico, spiazzante... qualcosa che sembra avere fornito una sorta di modello per chi è venuto dopo DeLillo, come per esempio &lt;strong&gt;David Foster Wallace&lt;/strong&gt; (un altro scrittore, tra le altre cose, affascinato e turbato dalla matematica più spinta). "La matematica - ha detto DeLillo in un'intervista alla &lt;em&gt;Paris Review&lt;/em&gt; del 1992 - è conoscenza sotterranea. [...] Sono stato spinto dall'idea di un romanzo su un campo enormemente importante del pensiero umano che rimane largamente sconosciuto".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervistato oggi DeLillo non rinnega il romanzo, ma lo colloca su un'orbita molto lontana. "E' un romanzo molto insolito - ha detto a Kilgore - è la stella più distante della mia produzione, ed è anche l'unica volta in cui affronto il tema della matematica a questo livello. &lt;strong&gt;E' veramente la stella remota nella mia opera&lt;/strong&gt;. C'è un piccolo sistema solare dei miei libri, e poi c'è la Stella di Ratner. Non so cosa mi abbia spinto a coinvolgermi così in fondo in un romanzo sulla matematica. Forse l'unica spiegazione è che &lt;strong&gt;a quel tempo ero pazzo&lt;/strong&gt;". Una pazzia, se vogliamo chiamarla così, che è anche la temperie di un decennio, gli anni Settanta, che hanno prodotto, solo per citare un titolo, un oggetto alieno come &lt;em&gt;L'arcobaleno della Gravità&lt;/em&gt; di Thomas Pynchon. E &lt;em&gt;La Stella di Ratner&lt;/em&gt; si inserisce perfettamente in questo filone, pur tenendosi su un tenore meno apocalittico rispetto al grande recluso suo collega e quasi coetaneo (DeLillo è del 1936, Pynchon ha un anno in meno), ma giunge comunque a quelle che oggi chiameremmo conclusioni - ma 35 anni fa non avrebbero usato questa parola - &lt;strong&gt;altrettanto disturbanti&lt;/strong&gt;. La sensazione è che questo romanzo sia stato una tappa decisiva per poi permettere a DeLillo di scrivere i successivi capolavori e che, anche oggi, resti una potente lettura contemporanea.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-696543300367571722?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/696543300367571722/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=696543300367571722' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/696543300367571722'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/696543300367571722'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/06/ratners-star-la-stella-piu-lontana-di.html' title='Ratner&apos;s Star, la stella più lontana di DeLillo'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7773856030497526592</id><published>2011-04-30T00:05:00.005+01:00</published><updated>2011-04-30T00:16:53.901+01:00</updated><title type='text'>Kilgore e TQ, la nostra modesta proposta</title><content type='html'>“Sono stato cordialmente invitato a fare parte del realismo viscerale”. La nota diaristica del giovane poeta Juan Garcia Madero che apre &lt;em&gt;I detective selvaggi&lt;/em&gt; di Roberto Bolaño descrive con una certa precisione il mio stato d’animo in questo momento. L’invito a prendere parte a &lt;strong&gt;questo incontro fondativo generazionale&lt;/strong&gt; mi lusinga e, come per Garcia Madero, mi lascia un vago retrogusto di inadeguatezza, unito a qualche lampo di incertezza. La proposta apparsa sulla &lt;em&gt;Domenica del Sole24Ore&lt;/em&gt;, comunque, aveva il merito di porre molte domande, e trovare una possibile risposta alle domande, o, meglio, formulare ulteriori domande che spingano l’asticella più in alto è un’attività già di per sé meritoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Dare un senso a quello che facciamo” e “superare la linea d’ombra” sono obiettivi molto ambiziosi, che ciascuno persegue nel privato del proprio lavoro, ma che, a livello collettivo, possono conferire una &lt;strong&gt;cifra generazionale&lt;/strong&gt;. E la nostra generazione, per quanto l’aggettivo possessivo mi lasci una certa inquietudine, è quella che ha vissuto più chiaramente &lt;strong&gt;sulla propria pelle e sul proprio intelletto&lt;/strong&gt; gli effetti della società dello spettacolo di Guy Debord. Siamo stati testimoni, e attori per quanto inconsapevoli o nolenti, del passaggio, come scrive Alain Finkielkraut a proposito di Albert Camus, da “&lt;em&gt;l’essere-nel-mondo della vecchia umanità&lt;/em&gt;” a “un &lt;em&gt;essere-per-lo-schermo&lt;/em&gt;, svincolato dalla gravità, in grado di superare ogni distanza, imbottito di impressioni sensazionali, collegato a tutti i luoghi del mondo, ma separato dalla materia delle cose”. Un passaggio che, a mio modesto avviso, ha rappresentato per molti versi &lt;strong&gt;una grande opportunità&lt;/strong&gt; (per uscire dal provincialismo, o almeno per averne la &lt;em&gt;possibilità&lt;/em&gt;, per avvicinarsi alla natura rizomatica della &lt;em&gt;realtà&lt;/em&gt;, qualunque cosa questa parola indichi, per sperimentare un flusso di comunicazione e di cultura a tratti vorticoso, a tratti annichilente), ma che ha anche, questa opportunità, aperto le porte &lt;strong&gt;a un certo sconforto, a uno sfinimento dello spazio&lt;/strong&gt; (per dirla con Pincio), a un malessere che coglie il navigante la prima volta solo davanti all’immensità del mare (e Conrad, che ha descritto forse il nero più nero della storia della letteratura nella notte del naufragio del Patna, credo lo conoscesse bene).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicola Lagioia ha descritto con chiarezza il meccanismo che, nel corso degli anni Ottanta per &lt;em&gt;noi&lt;/em&gt; cruciali, ha portato a quell’abbassamento culturale letterariamente (ma non solo?) rappresentato dall’apparizione in tv del &lt;em&gt;Drive-In&lt;/em&gt; (“E noi ridevamo”). Il meccanismo che ha portato a generare quel Sistema che oggi è la &lt;strong&gt;televisione-società-politica&lt;/strong&gt; la cui intelligenza si è autoalimentata e ha travalicato (forse) le stesse intenzioni di chi lo ha generato. Del resto la mitologia e la storia sono piene di figli che ambiscono a divorare i padri (talvolta con successo, talvolta meno) e ora che in qualche modo possiamo percepirci come figli di questo meccanismo sta, credo, a noi scegliere quale posizione assumere. Giorgio Vasta ha parlato della &lt;strong&gt;fine della rabbia&lt;/strong&gt; che aveva alimentato le generazioni precedenti e ha citato giustamente il parallelo con la pazzia di Amleto, ben descritta anche da Massimo Cacciari: “Operare ‘quaggiù’ può apparire così difficile e tormentoso – scrive il filosofo in &lt;em&gt;Hamletica&lt;/em&gt; – de indurci o ‘sedurci’ al non fare, a decidere di ‘secedere’ dal fare”. E più avanti aggiunge: “Non potendo impersonare compiutamente il proprio dèmone, ‘soddisfare’ il proprio destino, vivendo, anzi, nella distanza incolmabile tra il contenuto della sua volontà e il senso del suo agire, Amleto non può che ‘&lt;strong&gt;rappresentarsi&lt;/strong&gt;’”. Siamo al cuore del problema e della sfida che, a mio modesto avviso, si pone davanti a noi: persistere – come provocatoriamente denuncia Vasta – nell’inazione del dubbio oppure, forti della lezione postmoderna, che al di là di specifiche valutazioni di merito esiste ed è significativa, spiccare il salto sopra l’abisso immaginario che apparentemente distingue (anche fisicamente, come un fiume tra due città straniere) l’idea della rappresentazione dall’idea della realtà. L’arte e la cultura sono l’arma di cui possiamo disporre, un’arma che non dovrebbe ambire a distruggere il Sistema (i tempi degli eroici furori, è vero, sono lontani, forse per fortuna), ma che &lt;strong&gt;può provare a &lt;em&gt;gestirlo&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, con enorme fatica, ricorrendo a una sorta di etica minore, capace di guidare le scelte individuali e di restituire un respiro alla sommatoria delle azioni individuali (che poi può assumere la forma di sentieri, percorsi, condivisioni di intenti) che, sul palcoscenico della &lt;em&gt;realtà&lt;/em&gt;, possiamo leggere come identità collettiva della generazione TQ.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Partire dal “ciò che non siamo / ciò che non vogliamo” di Montale è un primo passo, mangiarci i maestri, per dirla con Marco Belpoliti, è un altro. Abbiamo la fortuna di sapere, con una chiarezza libera da illusioni, che l’interrogazione di K. davanti al Castello – è sempre Cacciari a metterlo nero su bianco – “fallisce perché &lt;strong&gt;non c’è nulla da scoprire, nessun arcano da disvelare&lt;/strong&gt;” (“Voi siete la prima generazione cresciuta senza religione” ha più semplicemente detto Michael Stipe, citato da Douglas Coupland, uno che di generazioni ne ha descritte almeno tre). E questa consapevolezza, &lt;strong&gt;in potenza annichilente&lt;/strong&gt;, può essere espressa, con ricchezza e infinite sfumature, dall’arte e dalla letteratura. Che diviene una via, una risposta (rigorosamente con la r minuscola), un’opportunità di fissare il campo di gioco entro il quale siamo chiamati – scrittori, ma anche critici ed editori – a muoverci. Ricordando sempre, e qui sono convinto si misuri il coraggio di una generazione seria, la fondamentale massima di Cioran: “&lt;strong&gt;Nessuno degli atti da noi compiuti merita la nostra adesione&lt;/strong&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Non sono l’incultura o la barbarie – scrive ancora Finkielkraut – a ridurre la letteratura all’impotenza, ma &lt;strong&gt;l’ondata narrativa, e dunque letteraria, dei pregiudizi e degli stereotipi&lt;/strong&gt; che conferiscono a ciascuna epoca una particolare fisionomia, tonalità, coerenza. L’Altro dalla letteratura trae la propria forza dal’essere &lt;em&gt;un’altra letteratura&lt;/em&gt;, dalla capacità di soddisfare le attese. […] L’ignoranza non è un vuoto, ma un troppo-pieno di scenari e di certezze, che bisogna perciò svuotare”. In questo contesto &lt;strong&gt;si può pensare di diventare generazione&lt;/strong&gt;: assumendo le premesse filosofiche della situazione (in senso debordiano) con cui ci troviamo a dover fare i conti e provando, e qui si marcherebbe una differenza – seppur minore – con gli anni che ci hanno preceduto, a rinunciare ad avere ragione, scegliendo soltanto di &lt;em&gt;essere-nel-nostro-tempo&lt;/em&gt;. Che non significa astoricismo, bensì la sublimazione del suo contrario, ossia il tentativo di lavorare con una forte consapevolezza del passato, dei suoi successi, spesso grandiosi, e dei suoi, frequentemente tragici, errori. Per farlo credo occorra, oltre che &lt;strong&gt;abbattere le barriere ostinatamente ideologiche&lt;/strong&gt;, anche attraversare i generi e le scritture, guardare con occhio laico e non di casta ai movimenti esterni alla società letteraria propriamente intesa, insomma giocare in trasferta sul campo delle discipline e anche della alterità culturale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo scrittore Aurelio Picca sul &lt;em&gt;Corriere della Sera&lt;/em&gt; ha proposto un ritorno ai “doveri” in contrapposizione al secolo dei “diritti individuali” che si è da poco concluso. L’invito, in qualche modo diretto anche a questa assemblea, mi pare interessante solo &lt;strong&gt;se percepito in un’ottica kantiana&lt;/strong&gt;, di dovere interiore verso se stesso in primis, come precondizione per qualsiasi attività che si ponga come indagatrice del mondo. Decaloghi e retoriche specifiche – religione, patria, bene comune – mi sembrano invece esulare da quello che è il compito della letteratura. E Filippo La Porta, sullo stesso giornale, ha invitato tutti a “rassegnarsi: la letteratura non ‘incide’ mai sulla realtà, o almeno nei tempi e modi che ci prefiguriamo”. Credo che si possa essere d’accordo con lui e al tempo stesso rivendicare comunque l’utilità di un percorso che crea una &lt;em&gt;posizione&lt;/em&gt; (filosofica se si vuole, ma non necessariamente, di certo immateriale) dalla quale partire per elaborare individualmente le proprie specifiche uscite dalla caverna platonica evocata dal critico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo che quello che oggi si possa fare sia seguire dei modelli, e parlo dal punto di vista di chi scrive &lt;em&gt;di &lt;/em&gt;letteratura e di cultura, che esistono e che sono rappresentati, solo per citare alcuni nomi clamorosamente evidenti, &lt;strong&gt;da David Foster Wallace o da Camus&lt;/strong&gt; (entrambi morti a 46 anni e dunque, in qualche modo, anche lo scrittore francese potrebbe rientrare tra i TQ). Cercare di lavorare avendo presente il “&lt;strong&gt;cuore intelligente&lt;/strong&gt;” di Finkielkraut, ossia quella convergenza tra la componente più emozionale e la riflessione sulla realtà, e di pensare la critica come qualcosa che vive &lt;em&gt;intorno e con&lt;/em&gt; la letteratura, che ne mutua a volte le forme in un gioco di continui rimandi che ci riportino sia a sudare nel letto di Ismaele la notte prima della partenza del Pequod sia a ragionare sulle suggestive proposte di un critico come David Shields o sulla tragedia di Ofelia, che, a parlare è ancora Cacciari, “deve cadere proprio per mostrare &lt;strong&gt;l’incommensurabile miseria del mondo rispetto alla sua misura di amore&lt;/strong&gt;”. Se, come critico, fossi minimamente capace di essere un Sancho Panza della letteratura (fedele, umile, ma dotato di lucidità comunque sognatrice) credo che sarei enormemente soddisfatto del piccolo contributo che avrò potuto dare a questa generazione TQ.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7773856030497526592?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7773856030497526592/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7773856030497526592' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7773856030497526592'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7773856030497526592'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/04/kilgore-e-tq-la-nostra-modesta-proposta.html' title='Kilgore e TQ, la nostra modesta proposta'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2559232429924907980</id><published>2011-04-24T14:56:00.003+01:00</published><updated>2011-04-24T15:00:43.348+01:00</updated><title type='text'>Nasce "TQ", un tentativo di generazione</title><content type='html'>"Gli intellettuali, si sa, amano piangersi addosso. Se la prendono con la cultura di massa, con lo strapotere della televisione, con i bestseller facili che dominano le classifiche di vendita". Si apre così la proposta-manifesto di "&lt;strong&gt;Generazione TQ&lt;/strong&gt;", firmata dal linguista e scrittore Giuseppe Antonelli, dal responsabile dell'ufficio stampa di Minimum Fax Alessandro Grazioli, dallo scrittore e poeta Mario Desiati, e da due scrittori ed editor molto apprezzati come Nicola Lagioia e Giorgio Vasta. Un progetto che mira a rilanciare la &lt;strong&gt;riflessione sul ruolo degli intellettuali nella società italiana&lt;/strong&gt;, anche alla luce del difficile confronto, per i nati dagli anni Settanta in avanti, con gli intellettuali delle generazioni precedenti "che non si decidono a cedere il passo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Il silenzioso ma incessante movimento tellurico - scrivono i cinque sulla &lt;em&gt;Domenica &lt;/em&gt;del &lt;em&gt;Sole24Ore&lt;/em&gt; - che ha segnato la fine della società letteraria come l'avevano conosciuta i nostri padri e ha &lt;strong&gt;cambiato radicalmente&lt;/strong&gt; i rapporti tra chi produce cultura e chi la promuove, la veicola, la vende, la consuma, per noi è un dato di fatto. E' il rumore di fondo che ha accompagnato la nostra crescita e la nostra formazione". Insomma, come scriveva Marco Belpoliti, forse è venuto il momento &lt;strong&gt;di mangiarsi davvero Pasolini&lt;/strong&gt;, inteso qui come simbolo di quella transizione culturale che lui, uomo di un'altra epoca, aveva lucidamente previsto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo passo della "Generazione TQ" sarà un seminario in programma il 29 aprile nella sede romana dell'editore Laterza, che metterà a confronto oltre un centinaio di scrittori, critici ed editori trenta-quarantenni (&lt;strong&gt;ci sarà anche Kilgore&lt;/strong&gt;). "Per provare a fare qualche passo avanti e a proiettarci finalmente oltre la linea d'ombra".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2559232429924907980?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2559232429924907980/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2559232429924907980' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2559232429924907980'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2559232429924907980'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/04/nasce-tq-un-tentativo-di-generazione.html' title='Nasce &quot;TQ&quot;, un tentativo di generazione'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7294374430954511667</id><published>2011-03-24T13:23:00.000Z</published><updated>2011-03-24T13:23:26.690Z</updated><title type='text'>TMNews - Jonathan Franzen incanta Torino e racconta il suo segreto</title><content type='html'>&lt;a href="http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20110324_video_13050950.shtml"&gt;TMNews - Jonathan Franzen incanta Torino e racconta il suo segreto&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7294374430954511667?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='related' href='http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20110324_video_13050950.shtml' title='TMNews - Jonathan Franzen incanta Torino e racconta il suo segreto'/><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7294374430954511667/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7294374430954511667' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7294374430954511667'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7294374430954511667'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/03/tmnews-jonathan-franzen-incanta-torino.html' title='TMNews - Jonathan Franzen incanta Torino e racconta il suo segreto'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4598620246353649759</id><published>2011-02-06T12:01:00.004Z</published><updated>2011-02-06T12:08:18.681Z</updated><title type='text'>Bolaño postumo, le tracce di una grandezza</title><content type='html'>Per chi ancora oggi piange la prematura scomparsa di Roberto Bolaño, l'uscita di un nuovo romanzo postumo dopo l'incommensurabile &lt;em&gt;2666 &lt;/em&gt;è di per sé &lt;strong&gt;un evento da festeggiare&lt;/strong&gt;. Anche perché il vero e proprio boom dello scrittore cileno negli ultimi anni - partito dagli Stati Uniti dove peraltro ne hanno fatto un'improbabile icona di ribellismo giovanilista molto limitativa, oltre che &lt;strong&gt;filologicamente scorretta&lt;/strong&gt;, rispetto alla sua reale grandezza letteraria - ha creato una vera e propria generazione di cultori che attendevano con ansia la pubblicazione de &lt;em&gt;Il Terzo Reich,&lt;/em&gt; di cui la stampa parlava ormai da molto tempo. Il libro, edito in Italia da Adelphi, è notevole, e la mano di Bolaño sempre ispirata. Si tratta comunque di un romanzo scritto nel 1989, ossia ancora &lt;strong&gt;nove anni prima&lt;/strong&gt; del grande capolavoro pubblicato in vita, &lt;em&gt;I detective selvaggi,&lt;/em&gt; e che mostra in alcune pagine l'ancora non completata metamorfosi dell'oscuro poeta infrarealista nel meraviglioso e magnetico narratore universale capace di raccontare come pochi altri &lt;strong&gt;l'orlo dell'abisso&lt;/strong&gt;. Eppure, seppur talvolta acerbo, &lt;em&gt;Il Terzo Reich&lt;/em&gt; è un romanzo bolañiano in tutti i sensi, con alcuni personaggi molto ben riusciti, e alcune frasi che fanno già intravedere l'imminente grandezza. Si può leggere, per esempio, a pagina 29: "Come animali degli abissi, i pattìni formavano un'isola nera in mezzo alla penombra uniforme che copriva la spiaggia. Seduto su un galleggiante di uno di quegli strani veicoli, con la camicia sbottonata e i capelli spettinati, Charly ci stava aspettando". Bellissimo, anche senza contestualizzazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come &lt;strong&gt;Raymond Carver&lt;/strong&gt; (e viene in mente il memorabile verso finale della poesia &lt;em&gt;Bevendo e guidando&lt;/em&gt;: "Mio fratello mi dà di gomito. Tra un minuto, chissà, accadrà qualcosa") anche Bolaño è un maestro nel creare un clima di tensione intorno a eventi che, in buona parte, agli occhi di tutti noi apparirebbero come normali: una vacanza in Costa Brava, l'amicizia con degli sfaccendati spagnoli, l'incontro con la matura e affascinante proprietaria dell'hotel, la spiaggia vuota di notte o durante un temporale estivo. E invece fin dall'inizio, forse anche per via dell'ottica sempre &lt;strong&gt;vagamente allucinata&lt;/strong&gt; del narratore - Udo Berger, appassionato di wargame, da cui il titolo che è il nome di uno di questi giochi, ma ovviamente in Bolaño non può che essere anche un intero universo - il romanzo scivola lungo un confine che la nostra mente di lettori percepisce segnalato da cartelli luminosi che riportano la parola "Pericolo". La tragedia arriverà, &lt;strong&gt;forse&lt;/strong&gt;, ma in fondo questo non è il punto, a ben guardare non lo è mai.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello che accomuna &lt;em&gt;Il Terzo Reich&lt;/em&gt; e i più grandi romanzi successivi di Bolaño è l'acutezza con cui sfrutta le sue epifanie ("Che stupidaggine morire in vacanza, ho commentato") e l'intuizione che una certa "&lt;strong&gt;maniera&lt;/strong&gt;", sia detto in tono assolutamente lusinghiero, è necessaria per fondare una mitologia. Nella storia di Udo, Ingeborg, Hanna e Frau Else (personaggio affascinante la signora, ma quando appare lei la scrittura di Bolaño perde qualcosa) la mano del gran cileno arriva a momenti visionari, intervallati però da qualche debolezza. Sono comunque i segnali di un autore che &lt;strong&gt;si stava formando&lt;/strong&gt;, che aveva visto la strada da percorrere e che, con il suo grandissimo talento, provava a battere un sentiero diverso, che di lì a pochi anni lo avrebbe consacrato tra i più grandi narratori del XXI secolo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4598620246353649759?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4598620246353649759/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4598620246353649759' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4598620246353649759'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4598620246353649759'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/02/bolano-postumo-le-tracce-di-una.html' title='Bolaño postumo, le tracce di una grandezza'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5999606657917708948</id><published>2011-01-19T12:36:00.006Z</published><updated>2011-01-21T08:31:19.236Z</updated><title type='text'>"Elegia per David Foster Wallace" di Richard L. Blackbirds</title><content type='html'>I &lt;em&gt;Minuteman&lt;/em&gt; mappano il cielo&lt;br /&gt;Con la coscienza irrazionale dell’obbedienza&lt;br /&gt;Squarci di silenzio nel fracasso&lt;br /&gt;Dell’ultima (o forse unica)&lt;br /&gt;Notte Globale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le traiettorie sono ultrasuoni&lt;br /&gt;(per primi muoiono gli animali)&lt;br /&gt;Arcuate dalla lucidità del Giotto cibernetico&lt;br /&gt;Senza nome, senza corpo, solo&lt;br /&gt;Sistema d’informazioni&lt;br /&gt;Interpolate, quanticizzate, assunte&lt;br /&gt;A mano eterna dell‘Assoluto&lt;br /&gt;(oh, quanta poesia, quanta dolcezza)&lt;br /&gt;Casti latori di una pienezza&lt;br /&gt;- come coscienza collettiva che da potenza&lt;br /&gt;si fa atto -&lt;br /&gt;Estrema, irreplicabile&lt;br /&gt;(forse un &lt;em&gt;Finale di Partita&lt;/em&gt;? No&lt;br /&gt;Non sia retorico, mio caro)&lt;br /&gt;Che vola sopra il grano dell’Ohio&lt;br /&gt;Lungo le sillabe dell’Arcipelago&lt;br /&gt;Giù fino al Cocito ghiacciaia&lt;br /&gt;(&lt;em&gt;Come Down Daniel To The Lions’ Den&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Come Down Daniel And Enjoy The Feast&lt;/em&gt;)&lt;br /&gt;Al vertice della parola “AMORE”&lt;br /&gt;(ma come possiamo dirla senza apparire&lt;br /&gt;dei postmoderni di maniera?)&lt;br /&gt;Certi di aver cercato consci&lt;br /&gt;Quel nastro verde di taffettà&lt;br /&gt;Dimenticato in taxi da Baudelaire&lt;br /&gt;Nel pieno di un delirio di creazione che non voleva&lt;br /&gt;Smettere di suppurare&lt;br /&gt;Immondo e florido, lo sfregio,&lt;br /&gt;Nel centro tiepido della sua Pergamena&lt;br /&gt;(non te lo chiederò com’era&lt;br /&gt;quel pomeriggio al tennis&lt;br /&gt;davanti a Jon, insulso come sportivo eppure&lt;br /&gt;ricettivo come il più acuto dei parassiti)&lt;br /&gt;La stessa di Gregorio Samsa&lt;br /&gt;Finita poi ad assorbire l’unto&lt;br /&gt;(del Signore, dicono che tu lo fossi)&lt;br /&gt;Sul tavolaccio di una taverna&lt;br /&gt;Nei Grigioni&lt;br /&gt;(ora le Alpi tremeranno al cospetto degli&lt;br /&gt;Intercontinentali&lt;br /&gt;le vette si son fatte Teano delle parabole d’arcobaleno&lt;br /&gt;mute come lo spazio esterno&lt;br /&gt;brevi come il sorriso di Shakespeare...&lt;br /&gt;“&lt;em&gt;Andiamo in scena, o miei signori,&lt;br /&gt;s’alza il Sipario, siate i Migliori&lt;/em&gt;”)&lt;br /&gt;E dell’inchiostro dei ricordi&lt;br /&gt;Non c’è più traccia in superficie&lt;br /&gt;Ma con le dita posso sentirle ancora,&lt;br /&gt;Quelle parole&lt;br /&gt;Quali parole&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi le bocche son sol’ottuse e spalancate&lt;br /&gt;In un trionfo d’immobilismo stupefacente&lt;br /&gt;El Greco, Jasper Johns, Kiefer e Richter&lt;br /&gt;Potevano vederlo. Questo momento&lt;br /&gt;(l’Epifania Superna, la danza&lt;br /&gt;tantrica del Terzo Pianeta, la capiranno solo a Mumbai&lt;br /&gt;pochi secondi prima del Tuono&lt;br /&gt;- &lt;em&gt;What The Thunder Said&lt;/em&gt; continua a riaffacciarsi in mente&lt;br /&gt;Con la cadenza di una domanda&lt;br /&gt;Ma non lo è&lt;br /&gt;Il loro tempo, delle domande intendo, ormai è andato&lt;br /&gt;Adesso è l’Ora della Risposta -&lt;br /&gt;E l’escalation è puramente SPIRITUALE&lt;br /&gt;O matematica, che poi è lo stesso&lt;br /&gt;A decrittarla solo la folla di autisti&lt;br /&gt;Di risciò motorizzati&lt;br /&gt;Scattati in massa, ammutinati&lt;br /&gt;Verso quella rotonda senza ritegno dove ben pochi&lt;br /&gt;Riusciranno a passare&lt;br /&gt;Ma la felicità era la corsa&lt;br /&gt;Non il traguardo)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RESPIRA.&lt;br /&gt;Muore la solitudine, con essa la paura&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io non sarò qui&lt;br /&gt;Senza di te&lt;br /&gt;Stasera&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;New York, 2010&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Traduzione di Leonardo Merlini&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5999606657917708948?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5999606657917708948/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5999606657917708948' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5999606657917708948'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5999606657917708948'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2011/01/elegia-per-david-foster-wallace-di.html' title='&quot;Elegia per David Foster Wallace&quot; di Richard L. Blackbirds'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6103585626331122324</id><published>2010-11-10T10:54:00.004Z</published><updated>2010-11-10T11:03:52.892Z</updated><title type='text'>Belpoliti e Pasolini: mangiamoci il maestro</title><content type='html'>"Pasolini oggi è da accettare come grande poeta della modernità, ma è da respingere perché nella realtà complessa del nostro presente &lt;strong&gt;lui non c'è, non ci serve&lt;/strong&gt;".  Marco Belpoliti, saggista autorevole e docente universitario, spiega così a Kilgore il paradosso che è alla base del suo ultimo libro, un pamphlet sul grande poeta friulano che sottolinea &lt;strong&gt;la rilevanza dell'omosessualità&lt;/strong&gt; nella sua opera e invita,  provocatoriamente ma non troppo, a mangiarsi il maestro, proprio come suggeriva il corvo a Totò nel film pasoliniano &lt;em&gt;Uccellacci e uccellini&lt;/em&gt;. &lt;em&gt;Pasolini in salsa piccante&lt;/em&gt; (edizioni Guanda) è un saggio che riunisce scritti diversi che affrontano il tema della sessualità del poeta, la sua corporeità e i suoi lati più oscuri, quelli che partono dalle "buie viscere" delle Ceneri di Gramsci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il risultato è un piccolo libro brillante e provocatorio, che getta un sasso nei non detti della società - culturale, ma non solo - italiana e porta i lettori di oggi a riflettere &lt;strong&gt;da un diverso punto di vista&lt;/strong&gt; sulla vicenda umana e artistica (etica ed estetica si dovrebbe forse dire) di un intellettuale che ha segnato un'epoca e non finisce di fare scandalo, ma che oggi - nella metafora di Belpoliti - andrebbe digerito per avere poi la possibilità di guardare avanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Belpoliti ci parla di un Pasolini che richiede &lt;strong&gt;adesioni totalizzanti&lt;/strong&gt;, tanto da creare "il paradosso di avere sempre ragione, anche quando ha torto o, girando la prospettiva, con cui sono in disaccordo anche quando ha ragione". Il tema della duplicità del poeta è onnipresente nei saggi di Belpoliti, perfino in quello dedicato ai ritratti di Pasolini fatti da Ugo Mulas: lo scrittore viene descritto come un "&lt;strong&gt;vecchio-bambino&lt;/strong&gt;", dove alle rughe evidenti e profonde si unisce la costante espressione di stupore e di scoperta. Il profilo che emerge è tanto quello reale dell'immagine di copertina quanto quello affettuoso che Belpoliti ricostruisce pagina dopo pagina. Ma l'affetto non copre il cuore polemico del saggio, che solleva la coperta che da 35 anni - tanti ne sono passati dalla morte di Pasolini - sembra voler tacere sulla &lt;strong&gt;componente più disturbante della personalità del poeta: il suo erotismo&lt;/strong&gt;. Belpoliti parla esplicitamente - rifacendosi a Walter Siti, scrittore e studioso di Pasolini - di "un culto della bellezza e del sacro che nel friulano assumono l'aspetto del dono e dello stupro". La parola piomba come un macigno sul tavolo degli intellettuali, ma è proprio di questo che si sta parlando, come si sta parlando di un altro enorme tabù sociale, "la pedofilia".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Pasolini - spiega Belpoliti - è ancora scandaloso&lt;strong&gt; in una società omofoba come la nostra&lt;/strong&gt; perché a lui non interessa il rapporto paritario tra due adulti omosessuali, il suo modello è quello del rapporto tra un uomo adulto, lui stesso, e un ragazzo etero. Questa è una delle radici della sua &lt;strong&gt;diversità intellettuale e poetica&lt;/strong&gt;. Noi viviamo in un'epoca post-gay, e ora Pasolini è incollocabile, appartiene al passato". Spostandosi sul tema letterario l'analisi di Belpoliti si fa, se possibile, ancora più esplicita: "Pasolini va letto per la dolcezza della sua poesia, che però è una poesia morta, &lt;strong&gt;più lontana da noi di quella di Dante&lt;/strong&gt;. E' la povera Italia che non c'è più ed è scomparsa". Quell'Italia che lo scrittore corsaro e luterano amava anche per aspetti come la forte repressione sessuale, che rendeva - nelle sue parole - i giovani più belli e - aggiunge Belpoliti - più disponibili all'avventura omoerotica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il discorso di Marco Belpoliti però è rivolto soprattutto al presente e, citando di nuovo Siti che ha presentato il libro a Roma nei giorni scorsi, ricorda che, dopo la sua morte, Pasolini è stato usato per zittire molti intellettuali con lo slogan "guardate come era scandaloso lui, voi non ne siete neppure capaci". "Mangiarsi Pasolini - spiega Belpoliti - vuol dire &lt;strong&gt;prendersi la responsabilità di parlare dell'oggi, anche sbagliando&lt;/strong&gt;". E il professore non si tira certo indietro: "Oggi - ci spiega con passione - gli intellettuali non sono liberi di esprimersi se non all'interno di un coro. Chi non rientra in questi schemi (e Belpoliti fa dei nomi: Cortellessa, Trevi, Scurati, ndr) fa fatica a trovare spazio". L'analisi poi si sposta sulla stringente attualità: "Oggi &lt;strong&gt;l'immaginario sessuale di Colpo Grosso è andato al potere&lt;/strong&gt;, e il rito osceno del Bunga Bunga è qualcosa che va al di là anche della distinzione tra il maschile e il femminile".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un'ultima notazione, tutt'altro che marginale, sull'omicidio di Pasolini. Belpoliti dice di non avere mai detto che il poeta è stato ucciso dal solo Pelosi e di essere favorevole alla riapertura delle indagini. "Ma io &lt;strong&gt;non penso che sia stato ucciso per motivi politici&lt;/strong&gt;. Il capitolo trafugato di Petrolio - che secondo alcuni conteneva delle verità sulla morte di Mattei e avrebbe provocato l'uccisione di Pasolini - non lo ha visto nessuno, è una fantasia, esprime la paranoia degli intellettuali italiani".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6103585626331122324?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6103585626331122324/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6103585626331122324' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6103585626331122324'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6103585626331122324'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/11/belpoliti-e-pasolini-mangiamoci-il.html' title='Belpoliti e Pasolini: mangiamoci il maestro'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6054858769680620975</id><published>2010-09-25T15:01:00.007Z</published><updated>2010-09-25T16:16:47.124Z</updated><title type='text'>Joshua Ferris: "Il romanzo è complicazione"</title><content type='html'>E' uno degli autori che il Time Magazine ha indicato tra i tre più importanti scrittori della nuova generazione americana, ma, quando glielo si fa notare, Joshua Ferris risponde serenamente: "&lt;strong&gt;Non mi interessa per niente&lt;/strong&gt;". Nato nell'Illinois quasi 36 anni fa, Ferris ha già ottenuto un successo mondiale con il romanzo d'esordio &lt;em&gt;E poi siamo arrivati alla fine&lt;/em&gt;, e ora è al Festivaletteratura di Mantova per presentare il nuovo lavoro, &lt;em&gt;Non conosco il tuo nome&lt;/em&gt;, entrambi editi da Neri Pozza. Quest'ultima è la storia di un uomo, Tim, afflitto da una &lt;strong&gt;misteriosa malattia&lt;/strong&gt; che lo porta a lasciare tutta la sua vita felice e di successo per mettersi a camminare, senza mai fermarsi e senza una meta precisa, fino a quando lo sfinimento non ha il sopravvento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://video.tiscali.it/canali/Lifestyle/AP_Cultura/58202.html" TARGET = "_blank"&gt;VIDEO: Joshua Ferris consiglia il suo libro&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Un romanzo affascinante e complesso, ricco di stile e di pagine (350 nell'edizione italiana), che corrisponde all'idea di fondo dello scrittore. "Il romanzo - &lt;strong&gt;ha spiegato Ferris a Kilgore&lt;/strong&gt; - è il luogo dove si incontra&lt;strong&gt; la complessità&lt;/strong&gt;. Non puoi raggiungerla con un post su Twitter, ma puoi farlo con un romanzo". Qualcuno, semplicisticamente, ha letto la fuga del protagonista come uno scappare dalla felicità, ma Ferris rifiuta questa interpretazione ("&lt;strong&gt;E' molto facile fare un 'tweet' su questa idea&lt;/strong&gt;"): "Non c'è nulla che Tim voglia di più che rimanere a casa sua. Ma non può farlo, non ci riesce". E come in un gioco di specchi nel quale le sensazioni si moltiplicano all'infinito, il romanzo disorienta e colpisce il lettore con quella "bellezza obliqua", che Ferris indica come la caratteristica di quelli che lui definisce "romanzi perfetti".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un esempio di libro perfetto, secondo Joshua Ferris, è &lt;em&gt;Lolita&lt;/em&gt; di Vladimir Nabokov: "In un romanzo non ci deve essere un messaggio - ha spiegato - solo &lt;strong&gt;diverse tipologie di piaceri&lt;/strong&gt;. Il romanzo perfetto contiene tutto questo, 'Lolita' suscita mistero e poi porta verso le possibili verità. E ha la magia di un grande finale, con una sensazione di grande chiarezza, pur senza una vera e propria conclusione". Di formazione filosofica, Ferris ha il merito di mettere il lettore &lt;strong&gt;di fronte a dilemmi morali&lt;/strong&gt;, nel caso di &lt;em&gt;Non conosco il tuo nome,&lt;/em&gt; per esempio quello della tenuta di un matrimonio in condizioni difficili, oppure quello del confronto con una malattia - perché quella di Tim lo è indubbiamente – che però non viene identificata in nessun modo, e resta un &lt;strong&gt;inquietante rumore di fondo&lt;/strong&gt; sotto la narrazione e sotto la vita dei personaggi di Joshua Ferris.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Il matrimonio - ci ha spiegato lo scrittore - è &lt;strong&gt;una relazione difficile&lt;/strong&gt;, l'istituto è quasi sempre in crisi, è una cosa veramente complessa. Mi ha interessato molto come tema per il romanzo, perché contiene tutte le complicazioni più una: lo stare insieme di due persone che, comunque, restano per sempre distinte". Per quanto riguarda la camminata irrefrenabile di Tim, che ovviamente non può non coinvolgere anche la moglie Jane e la figlia adolescente Becka, Ferris ha spiegato che "è ovviamente &lt;strong&gt;una metafora&lt;/strong&gt; della malattia, ma non essendo poi davvero tale costringe il romanzo a confrontarsi con la necessità di raccontare realisticamente le difficoltà della famiglia e al tempo stesso trattare anche di una sindrome che è solamente fantastica". Lungo questo confine si prova la forza del libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://video.tiscali.it/canali/Lifestyle/AP_Cultura/58218.html" TARGET = "_blank"&gt;VIDEO: Lo stato del romanzo secondo Ferris&lt;br /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Il critico Lev Grossman, sempre sul Time, ha elogiato Ferris ma al tempo stesso ha auspicato che il prossimo romanzo - al quale lo scrittore ci ha confermato che sta già lavorando – metta insieme il registro più comico del primo libro e quello più tragico del secondo. "&lt;strong&gt;Con un po' di fortuna&lt;/strong&gt; - ha commentato sorridendo Ferris - ce la farò".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6054858769680620975?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6054858769680620975/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6054858769680620975' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6054858769680620975'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6054858769680620975'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/09/joshua-ferris-il-romanzo-e.html' title='Joshua Ferris: &quot;Il romanzo è complicazione&quot;'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-9011420641062021851</id><published>2010-07-19T15:00:00.002+01:00</published><updated>2010-07-19T15:03:45.817+01:00</updated><title type='text'>Paul Murray, nuovo capitolo del romanzo totale</title><content type='html'>“E' impossibile fare entrare un mondo intero in un libro”. Si presenta così Paul Murray, 35enne scrittore &lt;strong&gt;dublinese&lt;/strong&gt; autore del sorprendente romanzo &lt;em&gt;Skippy muore,&lt;/em&gt; che esce in Italia per i tipi di Isbn edizioni nella gustosissima collana Special Books. Però, dopo aver letto il libro, un’opera che parte da una storia di studenti in un elitario college cattolico e poi &lt;strong&gt;esplode in mille altre suggestioni&lt;/strong&gt;, viene il sospetto che Murray in realtà si sia avvicinato a creare qualcosa che assomiglia davvero a un mondo intero. Romanzo monumentale (815 pagine in carattere abbastanza piccolo), &lt;em&gt;Skippy muore&lt;/em&gt; è un oggetto &lt;strong&gt;difficile da circoscrivere&lt;/strong&gt;, nuovo tassello di quella storia sempre – sorprendentemente – in evoluzione che è il romanzo totale. Da &lt;em&gt;Moby Dick&lt;/em&gt; all’&lt;em&gt;Ulisse&lt;/em&gt;, la storia della letteratura è scandita da momenti che portano scompiglio sulla scena e cambiano le carte in tavola. Senza voler paragonare Murray &lt;strong&gt;a Melville e Joyce&lt;/strong&gt;, confronto impossibile quasi per chiunque, resta però il fatto che è in quel solco che il suo romanzo si va a collocare, con il giusto mix di narrazione più o meno classica e vere proprie epifanie letterarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Quando ho cominciato a scrivere il libro – ha spiegato Paul Murray a Kilgore – pensavo a un racconto, ma poi mi sono reso conto che nell’ambientazione della scuola si poteva mettere moltissimo: in fondo è un periodo cruciale della vita nel quale si sviluppano le personalità e si è obbligati a confrontarsi con persone diversissime. E attraverso questo espediente potevo affrontare moltissimi aspetti della vita irlandese”. Le storie di &lt;strong&gt;Daniel “Skippy” Juster&lt;/strong&gt;, il cui destino è manifesto fin dal titolo e si compie addirittura nel prologo, e dei suoi compagni di corso, degli insegnanti, dei genitori e dei religiosi che gestiscono la scuola, sembrano quasi &lt;strong&gt;un pretesto&lt;/strong&gt; per dare vita a un’opera corale e piena di rimandi ad altro, nella quale Murray crea un gran numero di registri linguistici. Per lo scrittore “lo stile è &lt;strong&gt;immensamente importante&lt;/strong&gt;. Io sono irlandese – ci ha spiegato – e la nostra letteratura è ossessionata dal linguaggio, sulla scia di autori come Joyce o Beckett. In questo romanzo la sfida era proprio quella di trovare le voci diverse per così tanti personaggi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre alle suggestioni linguistiche, che sono comunque la spina dorsale della letteratura e che potrebbero da sole “fare” il romanzo, &lt;em&gt;Skippy muore&lt;/em&gt; è anche &lt;strong&gt;un interessante caleidoscopio di spunti&lt;/strong&gt;: dalle teorie scientifiche più avanzate sull’origine dell’universo a considerazioni sul senso della storia, dalla sintassi degli sms al sempre complesso universo dei sentimenti familiari. Che si connota pure come un’opera fortemente ancorata al presente. “Viviamo un tempo molto interessante – ha spiegato Murray – con i nuovi media e Internet che stanno cambiando la nostra civiltà. Il romanzo deve adeguarsi, deve contenere tutte queste cose”. E quando gli chiediamo come possa funzionare un librone di 800 pagine al tempo della messaggeria istantanea, Murray risponde: “In Internet c’è di certo una fruizione veloce dei contenuti, ma c’è anche &lt;strong&gt;un universo di informazioni e rimandi&lt;/strong&gt; che ti tengono incollato al video per giorni interi. E’ qualcosa che ricorda il tentativo di Joyce di racchiudere tutta una singola giornata in un libro, con un’infinità di connessioni e relazioni”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oltre che ai superbi modelli irlandesi, Paul Murray guarda anche a due giganti – a loro modo enigmatici – della letteratura più recente: &lt;strong&gt;Roberto Bolaño e Thomas Pynchon&lt;/strong&gt;, ai quali è accomunato da apparentemente trascurabili coincidenze. “Il cileno – ha spiegato lo scrittore ha un linguaggio incredibilmente potente e Pynchon è un eroe. Entrambi sono scrittori di enorme coraggio”. Chissà che Paul Murray non sia destinato nel prossimo futuro a entrare nel club.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-9011420641062021851?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/9011420641062021851/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=9011420641062021851' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9011420641062021851'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9011420641062021851'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/07/paul-murray-nuovo-capitolo-del-romanzo.html' title='Paul Murray, nuovo capitolo del romanzo totale'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2712448282521246450</id><published>2010-06-30T16:21:00.002+01:00</published><updated>2010-06-30T16:29:20.946+01:00</updated><title type='text'>Bolaño, Amuleto e il "segreto" di 2666</title><content type='html'>Roberto Bolaño continua a vivere, almeno per quanto riguarda la pubblicazione delle sue opere. In attesa di due inediti annunciati anche in Italia per i prossimi mesi ecco che Adelphi ripubblica &lt;em&gt;Amuleto&lt;/em&gt;, romanzo falso-giallo del 1999, nella nuova versione della valente ispanista Ilide Carmignani. &lt;strong&gt;Una storia oscura, segreta&lt;/strong&gt; probabilmente è il termine più calzante, raccontata in prima persona da Auxilio Lacouture, la “madre di tutti i giovani poeti messicani”, che visse il proprio momento di celebrità allorché resto chiusa – sostanzialmente immobile – in un gabinetto dell’università di Città del Messico mentre i militari facevano irruzione nell’ateneo durante i moti del Sessantotto. Quell’esperienza, che Bolaño racconta con &lt;strong&gt;l’usuale visionarietà lucida e folle al tempo stesso&lt;/strong&gt;, lasciò un segno indelebile sulla giovane donna, che da quel momento porta con sé la propria solitaria resistenza proprio come un amuleto. L’orrore di fondo, quello che lo scrittore cileno è un maestro nel lasciare in secondo piano, quasi fosse un rumore bianco percepibile solo con una particolare strumentazione, è proprio quello della violenza politica che si abbattè su un’intera generazione di giovani latinoamericani. Ma, come in tutte le migliori pagine di Bolaño, il fascino del libro sta nell’incredibile maestria con cui lo scrittore &lt;strong&gt;sembra parlare di altro&lt;/strong&gt;, lasciando solo delle tracce, che il lettore può scegliere di seguire come di non considerare, certo che ogni strada intrapresa sarà al tempo stesso &lt;strong&gt;perfetta e clamorosamente sbagliata&lt;/strong&gt;. Borges, insomma, non è passato invano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dei possibili sentieri che si biforcano che si pongono davanti al lettore, uno porta dritto a un tesoro per gli appassionati di Bolaño: nelle pagine di &lt;em&gt;Amuleto&lt;/em&gt;, infatti, convergono i personaggi più famosi inventati dal cileno, su tutti il suo alter ego&lt;strong&gt; Arturo Belano&lt;/strong&gt;, indimenticabile protagonista insieme a Ulises Lima del capolavoro &lt;em&gt;I detective selvaggi.&lt;/em&gt; Romanzo questo in cui compare anche la storia di Auxilio, e qui già si spande&lt;strong&gt; un leggero senso di vertigine&lt;/strong&gt;. Ma siamo solo all’inizio: a pagina 72 dell’edizione Adelphi, infatti, si trova inattesa la probabile risposta a una delle domande che più hanno assillato i lettori che hanno amato &lt;em&gt;2666&lt;/em&gt;, il monumentale romanzo postumo di Bolaño – anche qui si deve spendere la parola capolavoro, non è ridondante: &lt;strong&gt;è inevitabile&lt;/strong&gt; – sul cui titolo tutti noi ci siamo interrogati. Lungo le oltre mille pagine del libro la misteriosa cifra non appare mai. La troviamo però in &lt;em&gt;Amuleto&lt;/em&gt;: “La Guerrero – scrive Bolaño a proposito di una strada malfamata di Città del Messico – a quell’ora sembra più che altro un cimitero, ma non un cimitero del 1974, né un cimitero del 1968, né un cimitero del 1975, ma &lt;strong&gt;un cimitero del 2666&lt;/strong&gt;, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto”. Puro Bolaño, una frase che, da sola, vale il prezzo del biglietto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sensazione è che, in fondo, il cileno abbia sempre scritto&lt;strong&gt; un'unica grande storia&lt;/strong&gt;, declinata per puri motivi editoriali in vari libri e raccolte di racconti, che però vivono come le necessarie appendici di un unico rizoma letterario, che si dipana e si biforca – un po’ come il tratto di penna che chiude &lt;em&gt;Il barone rampante&lt;/em&gt; di Italo Calvino – fino a tracciare l’intera vicenda di uno scrittore manifesto o segreto, ma senza dubbio &lt;strong&gt;scomparso troppo presto&lt;/strong&gt;. Un’ultima notazione: in questo gioco di coincidenze e incroci che porta il lettore a lambire i confini infernali del nostro mondo spicca un’altra cifra: &lt;em&gt;Amuleto&lt;/em&gt; è il volume &lt;strong&gt;222&lt;/strong&gt; della collana Fabula di Adelphi. Moltiplicandolo per tre, ossia il numero di opere di Bolaño finora pubblicate dalla casa editrice di Calasso, si ottiene un risultato assai inquietante. E’ solo un gioco, ma chissà che nel 2666 qualcuno non possa scoprirci un qualche altro tipo di interpolazione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2712448282521246450?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2712448282521246450/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2712448282521246450' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2712448282521246450'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2712448282521246450'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/06/bolano-amuleto-e-il-segreto-di-2666.html' title='Bolaño, Amuleto e il &quot;segreto&quot; di 2666'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4562556901953027483</id><published>2010-06-18T20:15:00.003+01:00</published><updated>2010-06-18T20:20:40.083+01:00</updated><title type='text'>Addio a José Saramago (1922-2010)</title><content type='html'>Viveva sull'isola di Lanzarote, nelle Canarie, dove si era esiliato in seguito al clamore e alla rabbia suscitate dal suo romanzo &lt;em&gt;Il Vangelo secondo Gesù Cristo&lt;/em&gt;. Ma l'intera carriera di José Saramago, &lt;strong&gt;probabilmente il più grande scrittore europeo e uno dei più importanti al mondo&lt;/strong&gt;, è stata costellata di polemiche per le sue prese di posizione senza compromessi, tanto in tema di politica quanto di religione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nato ad Azinhaga, nell'entroterra portoghese, nel 1922, Saramago ha debuttato nel 1947 con un romanzo poi ripudiato dallo stesso scrittore. Il successo è arrivato &lt;strong&gt;molto più tardi&lt;/strong&gt;, nel 1980, con &lt;em&gt;Una terra chiamata Alentejo&lt;/em&gt;, ma da quel momento in avanti ogni suo libro ha segnato tappe importanti per la letteratura portoghese ed europea, con capolavori assoluti come &lt;em&gt;L'anno della morte di Ricardo Reis&lt;/em&gt; (1984), &lt;em&gt;Il Vangelo secondo Gesù Cristo&lt;/em&gt; (1991), &lt;em&gt;Cecità&lt;/em&gt; (1995). Fino al suo ultimo romanzo, &lt;em&gt;Caino&lt;/em&gt;, pubblicato in Italia solo poche settimane fa, tra l'altro a breve distanza dai &lt;em&gt;Quaderni di Lanzarote,&lt;/em&gt; estratto dei suoi diari uscito nel nostro Paese in primavera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Irriverente verso l'autorità e profondamente intriso di umanesimo, Saramago ha inventato una prosa unica, fatta di una sorta di &lt;strong&gt;continuo dialogo interiore nel quale non trovano spazio i vincoli più rigidi della punteggiatura&lt;/strong&gt;. Il discorso fluisce continuo in una massa armonica di parole che assumono, pagina dopo pagina, la struttura concreta di un edificio superbo e forse difficilmente accessibile. Come se il Castello di Kafka - o la Torre di Babele, per citare esempi biblici cari a Saramago - si fossero fatti &lt;strong&gt;scrittura e suono&lt;/strong&gt;, in un'architettura letteraria che arriva fino ad assumere una corporeità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché la cifra dello scrittore è anche quella di una costante riconduzione all'umano, in una polemica con la religione ufficiale che affonda in radici antiche. Quasi che per premio Nobel del 1998, con la sua pagina &lt;strong&gt;così intrisa di grandezza epica&lt;/strong&gt;, la Bibbia fosse in qualche modo un libro &lt;strong&gt;con cui rivaleggiare&lt;/strong&gt;, letterariamente s'intende. La vocazione umanista della sua lettura della storia religiosa è ben più profonda di quella di un semplice ateo, e si incentra intorno alla figura di Cristo: "Prima di Gesù - scrive nei &lt;em&gt;Quaderni &lt;/em&gt;- gli uomini erano già capaci di perdonare, ma gli dèi no". E in Caino la lettura di Saramago del quasi sacrificio di Isacco, raccontato dal punto di vista del bambino, è al tempo stesso grande letteratura e denuncia di &lt;strong&gt;una violenza incomprensibile&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Saramago, inscritto al Partito comunista portoghese da fine anni Sessanta, ha anche preso dure posizioni politiche. Nel suo &lt;em&gt;Cecità,&lt;/em&gt; sulle orme della &lt;em&gt;Peste &lt;/em&gt;di Camus, ha descritto &lt;strong&gt;la follia totalitaria sotto forma di malattia&lt;/strong&gt; della vista. Ma in Italia sono note soprattutto le sue polemiche con Silvio Berlusconi, che tra l'altro lo scrittore ha definito "un delinquente". Per l'accusa di diffamazione nei confronti del Cavaliere una diversa edizione del suo &lt;em&gt;Quaderno&lt;/em&gt; è stata rifiutata da Einaudi, parte del gruppo Mondadori, ed è apparso per i tipi di Bollati Boringhieri.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4562556901953027483?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4562556901953027483/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4562556901953027483' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4562556901953027483'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4562556901953027483'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/06/addio-jose-saramago.html' title='Addio a José Saramago (1922-2010)'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1146927579223367577</id><published>2010-06-03T15:42:00.008+01:00</published><updated>2010-06-03T16:39:51.891+01:00</updated><title type='text'>Maradona, l'ultima (folle) star del calcio umanista</title><content type='html'>Ci sono Messi, Cristiano Ronaldo, Milito, Drogba ed Eto’o, ma forse l’ultima vera star (&lt;strong&gt;umana&lt;/strong&gt;) dei Mondiali di calcio che stanno per cominciare in Sudafrica è ancora lui, l’indomito e indomabile Diego Maradona. Alla guida di un’Argentina che sulla carta ha tutto per vincere la Coppa del mondo, &lt;strong&gt;salvo forse proprio l’imprevedibilità del suo allenatore&lt;/strong&gt;. Per l’occasione Fandango ripropone nei tascabili la straordinaria autobiografia del Pibe de Oro &lt;em&gt;Io sono El Diego&lt;/em&gt;, un libro picaresco e irrefrenabile che, con apparente umiltà, non fa altro che aggiungere nuova linfa a mito di un campione assoluto. Un po’ la stessa operazione fatta dal film &lt;em&gt;Maradona&lt;/em&gt; di &lt;strong&gt;Emir Kusturica &lt;/strong&gt;(&lt;a href="http://www.youtube.com/watch?gl=IT&amp;amp;hl=it&amp;amp;v=skqSasWQc5c" target="_blank"&gt;lui che canta &lt;em&gt;La mano de Dios&lt;/em&gt;, INDIMENTICABILE&lt;/a&gt;), solo che questa volta Diego parla in prima persona. Ai tempi dei giocatori-cyborg e del calcio iper professionalizzato, rileggere la storia del bambino povero diventato una star mondiale nonostante se stesso è un’esperienza tra il liberatorio e il nostalgico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La personalità di Maradona è straripante fin dalle dediche del libro: un elenco di persone lungo due pagine, dalle figlie fino a Dio (&lt;strong&gt;altrove chiamato “il barbuto”&lt;/strong&gt;), passando per “tutti i calciatori del mondo”, Fidel Castro, Caniggia, Ciro Ferrara e Michael Jordan, senza dimenticare “gli avvocati che hanno tirato fuori il mio amico dal carcere”. Già qui siamo in &lt;strong&gt;dadaismo puro&lt;/strong&gt;, ma le pagine successive non sono da meno. Maradona racconta con candore del regalo più bello di tutta la sua vita, &lt;strong&gt;il primo pallone&lt;/strong&gt;: “Io avevo tre anni e dormii tutta la notte abbracciandolo”. Del piccolo Diego è rimasto nell’immaginario collettivo quel sogno registrato dalla tv: giocare un Mondiale e vincerlo con l’Argentina. Rivedendo le immagini oggi è impossibile non pensare a parole come “destino”, ma in realtà è lo stesso Maradona a spiegare che “era lo stesso sogno di tutti i ragazzini, uguale a tutti gli altri”. Di diverso c’è che Diego &lt;strong&gt;ce l’ha fatta&lt;/strong&gt;, ma anche qui il percorso non è stato né semplice né lineare. Nel 1978 resta fuori dalla Seleccion che poi vincerà la Coppa sotto lo sguardo ghiacciato dei militari, nell’1982 ha la grande occasione, è la star del torneo, ma anche questa volta, complice l’Italia di Bearzot e Gentile, le cose andranno male. “Quel che è sicuro – scrive Maradona – è che fui io a perderci più di tutti: nessuno stava rischiando quanto me, nessuno più di me aveva voglia che le cose andassero bene”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Diego, pur nel suo sconfinato ego, nel libro mantiene una prospettiva di &lt;strong&gt;costante stupore&lt;/strong&gt;, come se non si aspettasse mai di essere apprezzato. Quando il commissario tecnico Bilardo gli chiede di diventare capitano dell’Argentina piange di gioia, quando finalmente alza la sua Coppa del mondo nel 1986 non la lascia a nessun altro: “Volevo essere sicuro &lt;strong&gt;che fosse vera&lt;/strong&gt;, che fosse nostra, degli argentini”. Gli anni di Barcellona sono turbolenti e contraddistinti dalla costante tensione con il presidente Nuñez, culminata in una incredibile protesta con lancio di trofei nella sede del club catalano. Poi è il Napoli, e la guerra di Diego, campione dei poveri e dei “terroni” contro il potere delle squadre del Nord. La storia è nota, &lt;strong&gt;compreso il triste epilogo&lt;/strong&gt;. E come ogni epopea che si rispetti, anche quella di Maradona si fa a un certo punto cupa, e Diego incontra la camorra. “Riconosco – scrive – che era qualcosa di intrigante quel mondo, lo riconosco. Per gli argentini era una novità: la mafia!, e come sarà la mafia!? C’era qualcosa di affascinante in questo”. Il&lt;strong&gt; lato oscuro&lt;/strong&gt; è sempre pronto a ghermire l’eroe, e Maradona in quella zona grigia ha camminato a lungo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’ultima nota sul presente. Ai Mondiali Maradona ha tutto da perdere e in molti probabilmente lo stanno aspettando al varco. Ma se vincesse, anche alla Fifa, dove non lo hanno mai amato, non potrebbero non accorgersi che sarebbe il miglior modo di rinverdire &lt;strong&gt;la leggenda senza tempo del pallone&lt;/strong&gt;. Un gioco il cui più grande interprete di tutti i tempi era uno, come scrive lo stesso Maradona, che si allenava tutti i giorni in garage. Una via di mezzo tra Don Chisciotte e Sancio Panza, ovviamente pazzo, che si batte contro i mulini a vento di quello che identifica come il Potere. Fantastico&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1146927579223367577?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1146927579223367577/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1146927579223367577' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1146927579223367577'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1146927579223367577'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/06/maradona-lultima-folle-star-del-calcio.html' title='Maradona, l&apos;ultima (folle) star del calcio umanista'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5012844042980060792</id><published>2010-05-01T14:12:00.003Z</published><updated>2010-05-01T14:21:32.682Z</updated><title type='text'>Milano Garibaldi Passante, una sera</title><content type='html'>&lt;p&gt;&lt;p&gt;L’estate, di nuovo mentitrice&lt;br /&gt;Ha presentato il conto ai debitori&lt;br /&gt;(ben prima che la cedola fosse scaduta)&lt;br /&gt;Nel sangue di una strage di sandali innocenti&lt;br /&gt;E stanche fodere, di colpo condannate&lt;br /&gt;All’insipienza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Trevaglao,&lt;/em&gt; canta la musa del display della stazione&lt;br /&gt;E il mio pensiero corre al facile esotismo&lt;br /&gt;Di un sogno in portoghese smozzicato&lt;br /&gt;Mentre succede che si sfiorino due donne&lt;br /&gt;In un colloquio che scimmiotta un bacio&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Dobbiamo ripensare&lt;/em&gt; – dice la bionda&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Innanzitutto il concetto di per sempre&lt;/em&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;(&lt;em&gt;aprile 2010&lt;/em&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5012844042980060792?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5012844042980060792/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5012844042980060792' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5012844042980060792'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5012844042980060792'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/05/milano-garibaldi-passante-una-sera.html' title='Milano Garibaldi Passante, una sera'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1111490296210452239</id><published>2010-04-07T14:34:00.002Z</published><updated>2010-04-07T14:43:17.263Z</updated><title type='text'>Harold Bloom e l'arte di leggere poesia</title><content type='html'>La funzione della poesia è “&lt;strong&gt;aiutarci a diventare liberi artefici di noi stessi&lt;/strong&gt;”. Ne è convinto il grande critico statunitense Harold Bloom, lo sfacciato teorizzatore del Canone occidentale, che con il suo piccolo libro &lt;em&gt;L’arte di leggere la poesia&lt;/em&gt; (Rizzoli) risponde, forse definitivamente forse no, a una delle domande più ricorrenti quando si parla dei componimenti poetici (ma spesso anche dell’arte in generale): &lt;strong&gt;a cosa serve&lt;/strong&gt;. In realtà la premessa fondamentale è che l’arte, in quanto arte, non deve necessariamente "servire" a qualcosa, nel senso più pratico del termine. Ma l’analisi di Bloom, appassionato cultore dei versi, punta più in alto, come dice lo stesso titolo, ossia a valorizzare e a rendere più comprensibile il perché sia tuttora importante e necessario leggere poesia. &lt;p&gt;I libri di Harold Bloom e sono &lt;strong&gt;strabordanti di rimandi e connessioni&lt;/strong&gt;, anche quando hanno una misura non certo monumentale come in questo caso. L'argomento poetico, però, ha anche il merito di sedare, almeno in parte, la furia metodologica del prominente studioso, che ha infarcito le sue opere precedenti di &lt;strong&gt;rabbiosi monologhi&lt;/strong&gt; contro quelle che, secondo lui, sono le degenerazioni di genere piuttosto che razziali della critica accademica americana. Qui di certe prese di posizione si avverte solo una flebile eco, e il libro ne risente in positivo, come se la bellezza dell’argomento avesse anche la forza di rendere più sereno l’approccio di Bloom. &lt;p&gt;Entrando nel merito del testo, il critico fornisce subito una interessante definizione della poesia: "E’ essenzialmente linguaggio figurato, condensato in modo tale che la sua forma sia espressiva e al contempo evocativa". Quindi Bloom passa all'analisi del "&lt;strong&gt;funzionamento&lt;/strong&gt;" della composizione poetica: ecco allora fare la propria comparsa la memoria poetica, che permette il "&lt;strong&gt;riconoscimento&lt;/strong&gt;", ossia il punto chiave del pensiero applicato alla letteratura. Con esempi presi pressoché in toto dalla poesia anglofona – sebbene Bloom abbia posto al centro del suo Canone, secondo solo a Shakespeare, il fiorentino Dante – il critico apre al lettore il terreno decisivo dell’allusività, sul cui campo di battaglia Bloom misura la maggiore o minore grandezza di un’opera in versi. Il passo successivo è poi quello di arrivare all’empireo dei poeti, dove regna sovrana l’inevitabilità. Dell’Alighieri non si parla mai direttamente in questo libro, ma lo schema logico costruito da Harold Bloom, in qualche modo, &lt;strong&gt;ricorda la geografia teologica della Commedia&lt;/strong&gt;. Forse anche questa è una dimostrazione dell’uso dell’allusione. &lt;p&gt;Di carattere assolutamente straripante, Bloom non si esime certo dal giudicare i poeti, ed eccolo stroncare un mostro sacro come Edgar Allan Poe: "So recitare Poe a menadito, perché i suoi sono versi &lt;strong&gt;scontati, meccanici e ripetitivi&lt;/strong&gt;. Quando conosco una grande poesia a memoria, accade perché l’opera è inevitabile, perfettamente realizzata e realizzabile". Un esempio, preso quasi a caso, dall’&lt;em&gt;Ulisse&lt;/em&gt; di Tennyson: “Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza / più che nei giorni lontani moveva la terra e il cielo: / noi, s'è quello che s'è”. Cullati da queste mirabili parole, ecco che si profila &lt;strong&gt;una parola kantiana&lt;/strong&gt; che pochi critici hanno il coraggio di scrivere oggi: il sublime. Che nasce, conclude Bloom in un crescendo di passione che ricorda l'entusiasmo con cui il professore de "L'attimo fuggente" declamava i versi di Walt Withman, dalla "&lt;strong&gt;stranezza&lt;/strong&gt;" poetica che deriva "dal contatto con un tipo di coscienza diverso dal nostro" (Owen Barnfield) e spiana la strada alla conclusione: "La missione della grande poesia – scrive Bloom – è dunque di aiutarci a diventare liberi artefici di noi stessi. [...] L'arte di leggere la poesia è un autentico esercizio di accrescimento della coscienza, forse il più autentico fra tutti i modi salutari".&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1111490296210452239?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1111490296210452239/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1111490296210452239' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1111490296210452239'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1111490296210452239'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/04/harold-bloom-e-larte-di-leggere-poesia.html' title='Harold Bloom e l&apos;arte di leggere poesia'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-3196361999500059374</id><published>2010-03-22T10:24:00.003Z</published><updated>2010-03-25T19:25:41.931Z</updated><title type='text'>Jules e Jim, appunti su un romanzo e un film</title><content type='html'>&lt;em&gt;Jules e Jim&lt;/em&gt;: il più celebre triangolo amoroso del cinema d’autore o, almeno, il più delicato, quello che – grazie al cielo – esclude le situazioni da &lt;em&gt;Attrazione fatale&lt;/em&gt; e prova anche a raccontare la &lt;strong&gt;più difficile tra le amicizie maschili&lt;/strong&gt;: quella di due uomini che amano la stessa donna . Prima del film viene però il romanzo di Henry-Pierre Roché, pubblicato in Francia nel 1953 e passato sostanzialmente inosservato. L’autore debuttò sulla scena letteraria a 74 anni, pur con un libro che viene definito, ed è per molti versi, &lt;strong&gt;adolescenziale&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il titolo avrebbe dovuto essere &lt;em&gt;Un amitié&lt;/em&gt;, e questo è un segnale sul senso profondo della storia di Roché. Il romanzo ha una qualità fondamentale, soprattutto nella prima parte: quella della &lt;strong&gt;leggerezza&lt;/strong&gt;, che la mano magica di Truffaut riesce a trasferire in tutto il film. La storia di Roché è autobiografica, con lui stesso nella parte del francese Jim, lo scrittore Franz Hessel in quella di Jules e la bellissima Helen Grund che nel romanzo diventa Kathe, poi trasformata in un più accessibile Catherine nel film. L’interesse però, più che sul gioco del romanzo a chiave, sta nella &lt;strong&gt;originale universalità della storia&lt;/strong&gt; che racconta e nello stile – rapido, ironico, lieve – che lo scrittore ha scelto per raccontarla&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo senso la prima parte del libro, quella in cui non c’è Kathe, è &lt;strong&gt;meravigliosamente felice&lt;/strong&gt; e ricca di sensualità. Quello che colpisce è la non dissolutezza di Jules e Jim, pur nel loro sereno dongiovannismo. La seconda parte, pur introducendo il personaggio di Kathe che è memorabile, è &lt;strong&gt;artisticamente più debole&lt;/strong&gt;, forse perché soffre del coinvolgimento autobiografico di Roché. Quella brillantezza di linguaggio e quelle frasi brevi che erano il tesoro della prima parte un po’ poi si perdono. Fino alla gestione, mirabile, del finale choc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Truffaut scoprì il libro &lt;strong&gt;prima di diventare regista&lt;/strong&gt; e se ne innamorò perché lo trovò “una dimostrazione dell’impossibilità di qualunque combinazione amorosa al di fuori della coppia”. Scrive il regista: “Leggendo &lt;em&gt;Jules e Jim&lt;/em&gt; ebbi la sensazione di trovarmi di fronte un esempio di ciò che il cinema non riusciva mai a fare: &lt;strong&gt;mostrare due uomini che amano la stessa donna senza che il pubblico possa fare una scelta affettiva tra questi personaggi&lt;/strong&gt;, tanto si trova costretto ad amarli tutti e tre nella stessa misura”. E per Truffaut il loro triangolo è “Un amore puro a tre”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sintassi di Roché, che è parte integrante della storia, si trasferisce nel film in scene brevi, intervallate da dissolvenze e altri escamotage “di passaggio” e, soprattutto nelle più belle riprese da nouvelle vague: Jules, Jim e Catherine che vanno per le strade di Parigi con lei vestita da uomo, i tre al mare o nella palestra di pugilato, oppure ancora nella meravigliosa scena di loro &lt;strong&gt;che corrono in bicicletta&lt;/strong&gt; insieme all’ambiguo Albert. In questi momenti il film, come scrive Fernaldo Di Giammatteo nel &lt;em&gt;Dizionario dei capolavori del cinema&lt;/em&gt;, “emana un acuto senso di libertà, che una mobilissima macchina da presa esprime cogliendo gioie, tristezze e piaceri dei protagonisti”. E anche i movimenti delle inquadrature, a volte bruschi e apparentemente amatoriali, sono la &lt;strong&gt;traduzione tecnica dei quella semplicità di vita&lt;/strong&gt; che è la cifra migliore del racconto di Roché. Le musiche di Georges Delerue, quasi sempre felici, a volte più intimiste, contribuiscono all’atmosfera magica del film.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Truffaut voleva che &lt;em&gt;Jules e Jim&lt;/em&gt; – opera che resta sostanzialmente fedele al romanzo di Roché, pur con piccole licenze e qualche semplificazione di trama e personaggi – fosse un film non “alla moda”. Il modello per il regista sono stati i “filmetti della MGM” della metà degli anni Quaranta, “film – spiega Truffaut – che avevano l’unico difetto di essere convenzionali, ma che &lt;strong&gt;rendevano bene l’idea di un grosso libro di ottocento pagine, con gli anni che passano e i capelli bianchi che fanno la loro comparsa&lt;/strong&gt;”. Il libro di Roché non è lungo, ma – grazie a una sapiente gestione del tempo che, per esempio, liquida la Prima Guerra mondiale in poche righe – è lungo l’arco temporale che copre e, soprattutto, l’arco sentimentale che descrive.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il film, vietato ai minori di 18 anni e in Italia quasi messo al bando, rappresentava anche una sfida alla morale comune del tempo. In questo senso le opere di Roché e Truffaut sono assolutamente speculari (seppur le immagini siano del tutto e totalmente pudiche, mentre le parole sono spesso più allusive ed esplicite): i tre protagonisti non sono immorali, &lt;strong&gt;sono dotati di una moralità diversa&lt;/strong&gt;, ma non meno pura. La moralità dell’amicizia e dell’amore assoluto, sciolto. Potremmo dire che sono esempi viventi del &lt;strong&gt;migliore relativismo&lt;/strong&gt;, unico antidoto - se ben usato - contro tutti gli integralismi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scrive ancora Truffaut: “La sceneggiatura di Jules e Jim non piaceva alla gente. I distributori dicevano: la moglie è una puttana, il marito sarà un personaggio grottesco, eccetera. &lt;strong&gt;La scommessa,&lt;/strong&gt; per me, era che la moglie commuovesse (senza ricorrere a mezzi melodrammatici) e non fosse una puttana, e che il marito non fosse ridicolo. Mi piace tentare di arrivare a una cosa che non è chiara all’inizio”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’ultima notazione sugli attori: giustamente celebrata Jeanne Moreau, che impersona il personaggio più complesso e difficile rendendo bene il senso di costante sofferenza che arde sotto l’apparente spensieratezza anarchica. “Le sue qualità di attrice e di donna – scrive il regista – rendevano Catherine reale sotto i nostri occhi, &lt;strong&gt;plausibile, folle, smodata, appassionata&lt;/strong&gt;, ma soprattutto adorabile, cioè degna di adorazione”. Ma altrettanto notevoli sono le interpretazioni di Oskar Werner, protagonista anche di &lt;em&gt;Fahrenheit 451&lt;/em&gt; dello stesso Truffaut, che è un Jules tenero e ingenuo prima, attonito e provato poi, e quella di &lt;strong&gt;Henri Serre&lt;/strong&gt;, attore debuttante scelto dal regista per la sua somiglianza con Roché, che è un Jim “alto, magro, dolce e onesto”. Nella mimica ridotta e un po’ rigida dei due uomini, che a volte fanno pensare &lt;strong&gt;al cinema muto&lt;/strong&gt;, scorre la morale minima della storia, la sua capacità di parlare con delicatezza anche delle tematiche più ustionanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In sintesi: il libro di Roché è un romanzo importante, ma il film di Truffaut &lt;strong&gt;come opera d’arte lo supera&lt;/strong&gt;, perché riesce a coglierne il meglio, rinunciando alle parti più faticose e a volte auto commiseranti del testo di Roché. Grandi libri quasi sempre diventano film deludenti. Libri in qualche modo minori, &lt;strong&gt;si pensi all’opera di Kubrick&lt;/strong&gt;, a volte hanno la forza di diventare capolavori del cinema. Forse questo è il caso di &lt;em&gt;Jules e Jim&lt;/em&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-3196361999500059374?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/3196361999500059374/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=3196361999500059374' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3196361999500059374'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3196361999500059374'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/03/jules-e-jim-appunti-su-un-romanzo-e-un.html' title='Jules e Jim, appunti su un romanzo e un film'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2023009216882820928</id><published>2010-03-19T20:11:00.014Z</published><updated>2010-03-20T16:28:41.663Z</updated><title type='text'>Jonathan Safran Foer: io sto con gli animali</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:times new roman;"&gt; &lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Dopo il successo mondiale di due romanzi come &lt;em&gt;Ogni cosa è illuminata&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Molto forte incredibilmente vicino&lt;/em&gt; Jonathan Safran Foer, 33enne star della letteratura americana, torna nelle librerie italiane con &lt;em&gt;Se niente importa&lt;/em&gt; (Guanda), un saggio che risponde, anche con toni molto duri, alla domanda sul perché mangiamo gli animali. “Abbiamo intrapreso una guerra – scrive Safran Foer – o meglio abbiamo permesso che si intraprendesse &lt;strong&gt;una guerra contro tutti gli animali che mangiamo&lt;/strong&gt;. Questa guerra è nuova e ha un nome: allevamento industriale”. Vegetariano a singhiozzo per molti anni, come racconta lui stesso, lo scrittore si è posto seriamente di fronte al problema del consumo di carne dopo la nascita dei suoi figli e, come ha spiegato a Kilgore nel corso di un incontro a Milano, si è concentrato “sulla &lt;strong&gt;differenza tra le cose che ci raccontano a proposito del cibo e la realtà&lt;/strong&gt;”. Quello che colpisce, nel libro di Safran Foer, è l’assenza di posizioni ideologiche, spesso ricorrenti in libri che trattano per esempio l’argomento del vegetarianesimo, che alla fine risulta essere una scelta dettata dalla presa di coscienza delle pratiche terribili cui gli animali vengono sottoposti nel 99% degli allevamenti e dal costo ambientale elevatissimo correlato al sistema di produzione del cibo. &lt;p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;“La letteratura – ci ha detto Safran Foer – è utile per ricordarci le cose che, presi dalle circostanze della vita, &lt;strong&gt;spesso finiamo con il dimenticare&lt;/strong&gt;. Il punto è che ci può incoraggiare ad agire meglio e ci può anche aiutare a sentire più profondamente le cose”. Ma, e su questo lo scrittore è categorico, &lt;em&gt;Se niente importa&lt;/em&gt; non è un’opera d’arte (“L’arte dovrebbe essere solo fine a se stessa”), ma il resoconto di un’indagine lunga tre anni che vorrebbe sollevare il velo che nasconde gli orrori e le sofferenze che gli animali destinati a diventare cibo per le nostre tavole subiscono quotidianamente, e su vastissima scala. Sofferenze che, spiega Safran Foer, forse possiamo capire solo se le inseriamo in una storia che parla di noi. E quindi, chiediamo, la letteratura può in qualche modo salvare noi e gli animali? “&lt;strong&gt;Un libro non salva le vite&lt;/strong&gt; – ha risposto lo scrittore – &lt;strong&gt;ma può contribuire a vasti cambiamenti culturali&lt;/strong&gt;. Io credo che i libri possano cambiare i lettori, e spero che qualcuno leggendo il mio saggio possa cambiare idea sulla carne. Ma comunque non è questo il motivo per cui ho cominciato a scriverlo”. &lt;p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Una delle parole ricorrenti nelle pagine di Safran Foer è &lt;strong&gt;vergogna&lt;/strong&gt; (definita “il lavoro della memoria contro la dimenticanza”): “La vergogna – ci ha detto – è molto utile, e spesso ti impedisce di fare cose che non dovresti, ci aiuta a essere migliori. Alle volte avremmo davvero bisogno di &lt;strong&gt;vergognarci di più&lt;/strong&gt;”. Dallo sterminio degli animali allo stermino degli esseri umani a volte il passo può sembrare breve e non sono mancati parallelismi con la Shoah, ma Jonathan Safran Foer non ama questo paragone: “Non ho problemi con chi lo vuole fare, ma non è appropriato: &lt;strong&gt;qui si parla di animali da allevamento e non di uomini&lt;/strong&gt;. Non dobbiamo considerarli come esseri umani, ma semplicemente come animali”. Con il rispetto che si deve agli esseri viventi e senza dimenticare che il problema riguarda tutti noi, dato che gli allevamenti di animali contribuiscono al riscaldamento globale più di tutti i trasporti del mondo messi insieme. &lt;p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Un’ultima notazione sul titolo italiano (in originale è &lt;em&gt;Eating Animals&lt;/em&gt;): il riferimento è alla nonna dello scrittore che, anche nella fame più nera durante la guerra in Ucraina non mangiò la carne di maiale donatale da un contadino russo, &lt;strong&gt;perché non era kosher&lt;/strong&gt;, neppure per salvarsi la vita. “Se niente importa – spiegò la donna al nipote – non c’è niente da salvare”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt" class="MsoNormal"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2023009216882820928?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2023009216882820928/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2023009216882820928' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2023009216882820928'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2023009216882820928'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/03/jonathan-safran-foer-io-sto-con-gli.html' title='Jonathan Safran Foer: io sto con gli animali'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-877860237041333027</id><published>2010-03-02T15:40:00.003Z</published><updated>2010-03-03T13:53:22.708Z</updated><title type='text'>Per E.L.M.</title><content type='html'>&lt;em&gt;Quando è successo&lt;/em&gt;, mi hai chiesto&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Cosa hai pensato&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Ti ho visto, gli ho risposto&lt;br /&gt;In una luce di perfezione&lt;br /&gt;&lt;em&gt;C’era del sangue&lt;/em&gt;, volle sapere&lt;br /&gt;Da qualche parte sì, ne sono quasi certo&lt;br /&gt;Sulla tua testa, e su uno zigomo&lt;br /&gt;Se non m’inganna il tempo&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Cosa hai pensato&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Forse a Parmenide o alla pioggia&lt;br /&gt;No, eri una scimmia, questo ho pensato&lt;br /&gt;Una scimmia esatta, sovrumana&lt;br /&gt;Inaspettatamente carica d’esperienza&lt;br /&gt;&lt;em&gt;E ti è bastato&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Penso di sì, ma era ormai notte fonda&lt;br /&gt;Ed io ero stanco&lt;br /&gt;E tu eri stanco&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sai, certe parole sono un tesoro&lt;br /&gt;Non sprechiamo questa felicità&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Quando è successo&lt;/em&gt;, mi hai chiesto&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Cosa hai pensato&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Alla morte, alla mia morte&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Non ti capisco papà&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Finché sei figlio sei come immortale&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Tutti lo siamo fino a prova contraria&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;E’ vero, tu sei un ragazzo saggio&lt;br /&gt;Ma tu nascevi e io incominciavo a morire&lt;br /&gt;Naturalmente non era colpa tua&lt;br /&gt;Era la divina indifferenza della biologia&lt;br /&gt;O di Dio, sceglila tu la parola&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Mi dispiace&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Non dovrebbe, è stato tutto naturale&lt;br /&gt;Anche le mie lacrime che,&lt;br /&gt;Adesso lo capisco,&lt;br /&gt;Erano più per me che per te&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(2029)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-877860237041333027?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/877860237041333027/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=877860237041333027' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/877860237041333027'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/877860237041333027'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/03/per-elm.html' title='Per E.L.M.'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-3900978240400308096</id><published>2010-02-02T11:12:00.004Z</published><updated>2010-02-02T11:23:54.596Z</updated><title type='text'>Bolaño saggista, quasi un nuovo romanzo</title><content type='html'>Era stato annunciato da tempo e non ha tradito le attese: &lt;em&gt;Tra parentesi&lt;/em&gt;, la raccolta di saggi, articoli e discorsi di Roberto Bolaño è &lt;strong&gt;un evento per tutti gli amanti del grande scrittore cileno&lt;/strong&gt;, la cui morte a soli 50 anni nel 2003 resta una delle perdite più grandi per la letteratura mondiale. Pubblicato in Italia da Adelphi, forse a un prezzo di copertina un po’ troppo alto, il libro è una sorta di lato B dell’opera di fiction di Bolaño, che però insiste &lt;strong&gt;sullo stesso vinile&lt;/strong&gt;, la stessa materia incandescente e magnetica che alimenta libri memorabili come &lt;em&gt;La letteratura nazista in America&lt;/em&gt; o &lt;em&gt;I detective selvaggi&lt;/em&gt;. Il curatore Ignacio Echevarrìa ha selezionato gli scritti, apparsi tra il 1998 e il 2003, e ha suddiviso il libro “in sei parti principali, precedute da un breve autoritratto e seguite da una delle ultime interviste concesse da Bolaño prima di morire”. “Tutti i testi qui raccolti – aggiunge Echevarrìa – &lt;strong&gt;furono scritti ‘tra parentesi’, ossia in margine all’incessante attività creatrice che inevitabilmente traspare da queste pagine&lt;/strong&gt;” e che, con l’ultimo capolavoro &lt;em&gt;2666&lt;/em&gt; ha confermato Bolaño “come un romanziere assolutamente fuori serie, &lt;strong&gt;decisivo&lt;/strong&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per chi conosce e ama la voce di Bolaño, anche quella solo apparentemente minore dei racconti, i testi di &lt;em&gt;Tra parentesi&lt;/em&gt; sono come un ritorno a casa. Solo lui infatti può scrivere a proposito della letteratura argentina contemporanea: “Ha tre linee di riferimento. Due sono note a tutti. &lt;strong&gt;La terza è segreta&lt;/strong&gt;”. Ecco, questa via segreta, questa capacità di essere ossessivo e distante, sono la cifra dello scrittore cileno, per il quale la scrittura di qualità è “saper ficcare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso”. Tutte quelle sensazioni che la lettura (e lo stesso scrittore ci dice “sono molto più felice quando leggo che quando scrivo”) dei romanzi e dei racconti di Bolaño ci hanno suscitato in maniera evidente, ma spesso oscura, qui trovano &lt;strong&gt;una loro collocazione coerente&lt;/strong&gt;, che aumenta nel lettore la sensazione di averla sempre avuta sotto gli occhi quella verità, senza essersene accorto, forse stordito dalla meraviglia della pagina letteraria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La quantità delle suggestioni degli scritti di Bolaño è enorme, possiamo scegliere solo qualche citazione: “Ogni letteratura reca in sé l’esilio, non importa che lo scrittore sia stato costretto ad andarsene a vent’anni o non si sia mai mosso di casa. Probabilmente i primi esuli di cui si abbia notizia furono &lt;strong&gt;Adamo ed Eva&lt;/strong&gt;”. Viene in mente la Bibbia, certo, ma anche Kafka, che raccontò il suo esilio interiore di impiegato in una grande impresa di assicurazioni e morì per non dover vivere l’esilio del corpo che avrebbe rappresentato Auschwitz. Borges, Neruda, Gombrowicz, Dick, Joyce: negli articoli di Bolaño sfilano i grandi nomi della letteratura universale insieme a molti autori sudamericani a noi pochissimo noti, ma attenzione, ci ricorda il cileno, &lt;strong&gt;il primo requisito di un capolavoro è passare inosservato&lt;/strong&gt;. Dal labirinto verbale si esce solo per entrare in un altro, e via così. Se volessimo provare a trovare un punto fermo, in tutto questo mare di incertezze e dolore – che traspare dai molti riferimenti alla dittatura di Pinochet – forse potremmo scegliere la reazione di Bolaño dopo un incontro con il pur amato poeta Nicanor Parra: “La cosa migliore da fare è filarsela di corsa, la cosa migliore è cercare un’uscita da quel pozzo asimmetrico e &lt;strong&gt;tagliare la corda in silenzio&lt;/strong&gt;, mentre i passi di Nicanor risuonano su e giù lungo il corridoio”. Leggere Bolaño, grosso modo, è una magnifica esperienza di questo tipo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-3900978240400308096?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/3900978240400308096/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=3900978240400308096' title='23 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3900978240400308096'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3900978240400308096'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/02/bolano-saggista-quasi-un-nuovo-romanzo.html' title='Bolaño saggista, quasi un nuovo romanzo'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>23</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-3874951904787152048</id><published>2010-01-19T15:36:00.003Z</published><updated>2010-01-19T17:10:40.722Z</updated><title type='text'>Isherwood e la meraviglia del niente</title><content type='html'>Un libro sul niente. Così Claudio Magris aveva definito, ovviamente in tono lusinghiero, &lt;em&gt;L’educazione sentimentale&lt;/em&gt; di Flaubert. Lo stesso oggi possiamo dire sul romanzo del 1964 di Christopher Isherwood, che Adelphi ha ripubblicato in occasione dell’uscita del film di Tom Ford &lt;em&gt;A Single Man&lt;/em&gt;, che al libro si ispira. Uscito per prima volta in Italia nel 2003, &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Un uomo solo&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; racconta una giornata di George, maturo professore di letteratura in California nei primi anni Sessanta, ancora scosso dalla perdita del compagno Jim, ma comunque sempre alla ricerca di quelle emozioni che, in una parola, costituiscono la vita. Non c’è una trama nel senso classico del termine – e Adelphi parla infatti di un “&lt;strong&gt;romanzo per immagini&lt;/strong&gt;” – e il nodo intorno a cui ruota la vicenda è, tecnicamente, un non-evento, poiché Jim è morto al di fuori dello spazio romanzesco e tutto ruota intorno ad altri non-eventi, come una possibile nuova relazione con un giovane studente, che resta, a quanto ne possiamo sapere, solo immaginata. Eppure, intorno a questo niente, Isherwood tratteggia &lt;strong&gt;un personaggio poi difficile da dimenticare&lt;/strong&gt;, ricchissimo di sfumature e a suo modo scandaloso. Insomma, perfetto per il film di Tom Ford e per l’interpretazione di Colin Firth.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il romanzo è molto fisico, e molto franco, e si regge su una sorta di &lt;strong&gt;reinterpretazione del monologo interiore&lt;/strong&gt;, più spinto nella prima parte e più diluito nella seconda, ma sempre con il saldo controllo dell’autore che ci spinge nei meandri della personalità di George con mano leggera, apparentemente equidistante. “George è diverso – scrive Isherwood in una frase decisiva per capire il personaggio – perché, in un senso che non si sa bene come definire, ma che salta immediatamente agli occhi vedendolo nudo, &lt;em&gt;non ha rinunciato&lt;/em&gt;”. Ecco, forse a volte anche il lettore &lt;strong&gt;non sa bene definire il romanzo&lt;/strong&gt;, ma la sua forza emerge con chiarezza dietro le semplici descrizioni (per esempio delle autostrade di Los Angeles o della minaccia dei missili nucleari della Guerra Fredda) e la maestria di Isherwood è proprio quella di governare tutta questa materia come se niente fosse, con quella stessa naturalezza che si chiederebbe a un attore chiamato a impersonare un ruolo complesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;George è a volte spietato, a volte cinico. Ma lo è soprattutto con se stesso, e questo lo rende un personaggio al di sopra della media e “Un uomo solo” è sì un romanzo dolente, ma anche di &lt;strong&gt;sorprendente, assurda, irrinunciabile vitalità&lt;/strong&gt;. Viene da pensare che, in qualche modo, si avvicini alla forza dello scandaloso e magnifico &lt;em&gt;Teatro di Sabbath&lt;/em&gt; di Philip Roth, pur mantenendo una distanza fondamentale nella misura dei personaggi: tanto il burattinaio ebreo era un satiro predatore e qualunquista (seppur immenso e shakespeariano), tanto il professore omosessuale è elegante e acculturato. Sotto di loro però, e qui si torna anche a &lt;strong&gt;Flaubert&lt;/strong&gt;, brucia la vita, nella sua inesausta complessità. “Non posso parlare per gli altri – dice George al giovane Kenny – ma per quel che mi riguarda &lt;strong&gt;nulla mi ha fatto diventare saggio&lt;/strong&gt;”. E quando il ragazzo gli chiede se l’esperienza è inutile, lui risponde: “Dico solo che uno non se ne fa niente. Ma se non ci prova nemmeno, se si limita a sapere che esiste, e che la si possiede… allora può essere meravigliosa…”. Il libro è tutto qui, scusate se è poco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-3874951904787152048?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/3874951904787152048/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=3874951904787152048' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3874951904787152048'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3874951904787152048'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2010/01/isherwood-e-la-meraviglia-del-niente.html' title='Isherwood e la meraviglia del niente'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2231374686603836455</id><published>2009-12-31T16:11:00.004Z</published><updated>2010-01-16T15:58:48.634Z</updated><title type='text'>Jedediah Berry, forse il libro dell'anno</title><content type='html'>Il &lt;strong&gt;cortocircuito &lt;/strong&gt;è immediato: si prende in mano un romanzo - &lt;em&gt;Manuale di investigazione&lt;/em&gt; di Jedediah Berry, edito da Adelphi - si comincia a leggerlo, e subito si scopre che lo stesso libro che abbiamo in mano è anche uno degli elementi chiave della fiction, che i suoi capitoli, quelli che leggiamo noi, sono gli stessi che leggono i protagonisti e, almeno in un caso, il lettore e il personaggio principale leggono la stessa pagina (106) nello stesso momento. Come se &lt;strong&gt;l'enorme occhio dorato che campeggia ipnotico sulla copertina del romanzo&lt;/strong&gt; (e anche del manuale omonimo nel plot) ci avesse trasportato in un'altra dimensione, meravigliosamente metaletteraria. E questo è solo l'inizio, perché poi il libro di Berry - trentenne newyorchese che con quest'opera debutta - riserva una serie di sorprese che accompagnano il già frastornato lettore in un mondo parallelo fatto di &lt;strong&gt;altri mondi paralleli e onirici&lt;/strong&gt; nei quali un oscuro impiegato, Charles Unwin, si trova suo malgrado catapultato sulla scena con l'inedito ruolo di detective per risolvere un mistero - probabilmente il mistero dei misteri - e tutto ciò solo per poter tornare a svolgere il suo ordinato e maniacale lavoro di copista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia è rocambolesca, ossessiva e surreale ma, come dice a un certo punto Unwin, &lt;strong&gt;il diavolo è nei dettagli&lt;/strong&gt; e nel caso di Berry sono dettagli straordinari, che conferiscono a &lt;em&gt;Manuale di investigazione&lt;/em&gt; una forza visionaria kafkiana: dagli spazi angusti ai sub-impiegati che lavorano dormendo, dall'enorme edificio che ospita la potentissima e oscura Agenzia, alle stanze d'albergo dove vive l'ambigua Cleopatra Greenwood. Il tutto condito da &lt;strong&gt;situazioni magrittiane&lt;/strong&gt; (la gigantessa, le piccole anomalie di scenari apparentemente "normali") e un doveroso omaggio al ruolo classico del detective, per il quale spendere il nome di Philip Marlowe è tanto scontato quanto doveroso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come ha scritto Livia Manera sul Corriere della Sera, siamo di fronte a "una rilettura de &lt;em&gt;Il Processo &lt;/em&gt;di Kafka, un ammiccamento a &lt;em&gt;Le città invisibili&lt;/em&gt; di Calvino e una reinterpretazione di &lt;em&gt;Alice nel Paese delle meraviglie&lt;/em&gt;, senza perdere di vista il gusto hard boiled di Raymond Chandler". Ma, accanto a un'esperienza di lettura che &lt;strong&gt;rinnova il genere della detective story&lt;/strong&gt;, la forza del romanzo di Berry sta anche nella riflessione sottesa dalla trama, e mai come in questo caso il parallelo con Franz Kafka è pertinente. Si sta infatti parlando &lt;strong&gt;del potere e del suo rapporto con la mente delle persone&lt;/strong&gt;, del controllo e della sempre insondabile contiguità tra chi si presenta come il garante dell'ordine e chi fa della promozione del disordine la propria missione. Tra questi due poli, solo apparentemente inconciliabili, si muove una folla di sonnambuli che sembra essere uscita dalle opere migliori di registi &lt;strong&gt;visionari&lt;/strong&gt; come Terry Gilliam o Jean-Pierre Jeunet e che, a ben guardare, ha il volto di ognuno di noi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le tante possibili citazioni del romanzo sono imprescindibili quelle sull'importanza del mistero ("Se il detective non riesce a mantenere i suoi segreti, allora non riuscirà mai ad apprendere i segreti degli altri"), ma ne spicca anche una, pronunciata da un sorvegliante a quel punto già morto, che può essere definita &lt;strong&gt;una piccola antropologia del matrimonio:&lt;/strong&gt; "In tutte le occasioni in cui ho incontrato mia moglie sul terreno, per così dire, sono sempre rimasto stupito dalla vastità degli eventi in corso. Devo ammettere che la cosa mi spaventa un po'". Non è da escludere che, in questa fine 2009, &lt;em&gt;Manuale di investigazione&lt;/em&gt; possa trasformarsi nelle nostre mani &lt;strong&gt;nel libro dell'anno&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2231374686603836455?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2231374686603836455/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2231374686603836455' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2231374686603836455'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2231374686603836455'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2009/12/jedediah-berry-forse-il-libro-dellanno.html' title='Jedediah Berry, forse il libro dell&apos;anno'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5771715465048885644</id><published>2009-08-10T20:16:00.000+01:00</published><updated>2009-08-10T20:18:01.497+01:00</updated><title type='text'>Le due rivolte di Camus, oggi come non mai</title><content type='html'>Viviamo nella società della paura, una società che ha come missione quella di rendere gli uomini disperati e che si basa sulla menzogna. Soffochiamo schiacciati da “coloro che sono convinti di avere assolutamente ragione” e in questi opposti estremismi, tragicamente, affonda l’umanità. Nessun dubbio che queste riflessioni si adattino bene alla situazione del nostro presente, che vive in una sorta di paradiso orwelliano, assediati come siamo dalla paura della diversità e dal riemergere dell’ideologia, seppur travestita, che torna a predicare verità assolute. Eppure sono frasi che Albert Camus scrisse alla fine degli anni Quaranta, pensando a un mondo che i libri di storia ci dicono essere molto diverso dall’attuale, anni luce lontano dalla nostra postmodernità gaudente e paranoica. Sono frasi che, tolta la patina – invero lieve – del tempo che le separa da noi, ci costringono a riflettere su quanto poco sia cambiato, su quanto poco ci sia liberati, su quanto ancora attuale sia la lezione di Camus. E della sua lezione più radicale e politica si occupa un saggio uscito per i tipi della casa editrice libertaria Elèuthera, curato dal giornalista e scrittore Vittorio Giacopini, che ripropone al lettore gli scritti politici del premio Nobel di Orano e rilancia, inequivocabile, il suo invito alla rivolta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Mi rivolto dunque siamo” ribadisce, attraverso diversi testi di Camus apparsi nei decennio 1946-1956, come cercare la verità sia probabilmente l’atto più sovversivo che si possa immaginare. E lo fa con una chiarezza interpretativa che sorprende per la lucidità e aderenza alla realtà in cui viviamo. Camus parla della paura che ci attanaglia (“Il lungo dialogo tra gli uomini – scrive nel 1946 – si è adesso interrotto. E, ovviamente, un uomo che non è possibile convincere è un uomo che fa paura”) e descrive con precisione il ritorno delle “idee assolute e del messianesimo senza sfumature”. La guerra al relativismo, ritenuto da alcuni il principio di tutti i mali, le ansie legate al terrorismo internazionale e alla situazione economica, il riemergere di Stati autoritari sulla scena globale: oggi come allora la trappola del rifiuto del dialogo è dietro l’angolo. “Per chiunque riesca a vivere – sono ancora parole di Camus – solo nel dialogo e nell’amicizia degli uomini, questo silenzio è la fine del mondo”. E alla fine del mondo l’uomo, se non altro per istinto di difesa e sopravvivenza, oppone la propria rivolta. “Tutti quanti – scrive Camus – ritengono che la propria verità sia adatta a fare la felicità degli uomini. Poi, invece, la congiunzione di tante buone volontà produce questo mondo infernale nel quale gli uomini sono ancora ammazzati, minacciati, deportati, nel quale si prepara la guerra ed è impossibile dire una sola parola senza essere immediatamente insultati o traditi”. La rivolta, intellettuale e umanistica, di Camus sta proprio nell’enorme coraggio di pronunciare quella “sola parola”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ribellarsi in nome dell’umano, dunque, per dare sfogo a quello che ne “L’uomo in rivolta” Camus ha definito “il moto stesso della vita” che “non si può negare senza rinunciare a vivere”. E’ una rivolta vitalistica e vitale, che parla di “amore e fecondità” e che si batte contro “la rivoluzione del calcolo che, preferendo un uomo astratto all’uomo di carne, nega l’essere tante volte quanto occorrono e mette appunto il risentimento al posto dell’amore”. Consideriamo il nostro tempo, la nostra società e il ruolo che svolge al suo interno – in politica, nel lavoro, ma anche nelle relazioni parentali – il risentimento. Negarlo, battersi contro di esso, sfidarlo con una rivolta che lo vuole sconfiggere rappresenta una sfida radicale di portata vastissima. Ma come fare? Camus, negli scritti raccolti da Giacopini, una strada la indica: “Oggi quelli che vanno combattuti sono il silenzio e la paura, e con essi la separazione che provocano delle menti e delle anime. Quelli che vanno difesi sono il dialogo e la comunicazione di tutti gli esseri umani”. Perché la paura, per esempio, è certamente alimentata da media e pubblicistica. Ma, almeno in parte, ciascuno di noi ha la possibilità di rifiutarla nella morale pratica della vita. E una somma di piccoli cambiamenti, che siano di comportamento o di mentalità, può dare vita a un’onda lunga che un giorno, forse, potrebbe essere foriera di novità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Albert Camus, però, nella sua lezione artistica, ha scritto anche di un’altra forma di rivolta, molto legata a quella più strettamente politica, ma distinta. La rivolta silenziosa del dottor Rieux ne “La Peste”, quella straordinaria apologia dell’abnegazione, a torto a volte letta come quietista, che il medico di Orano personifica clamorosamente e senza clamori in uno dei più grandi romanzi del Novecento. La malattia che nasce senza apparente causa e che pare non si possa sconfiggere, vista dal nostro punto d’osservazione nel XXI secolo, è ciò che di più postmoderno si possa immaginare. E la ricetta di Rieux, grigio – anti-ideologico, talvolta insignificante eroe borghese – è qualcosa che ha, mi si permetta l’azzardo, la forza rivoluzionaria del messaggio di Cristo: “Qui non si tratta d’eroismo – dice Rieux al focoso Rambert – si tratta d’onestà. E’ un’idea che può far ridere, ma la sola maniera di lottare contro la peste è l’onestà”. Provate a immaginare: mentre tutti sbandierano le loro Verità, un uomo qualunque propone un criterio diverso basato sull’onestà, che non è quella che manca ai mariuoli bensì una categoria del pensiero. Può essere la via alla liberazione, una strada verso quel cambiamento dei cuori che era anche l’oggetto delle riflessioni politiche di Camus, un viatico per l’umanesimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rinunciare alla Verità, accontentarsi di una meno roboante onestà, rigorosamente con la o minuscola, può anche essere un antidoto a una società nella quale il Grande Fratello, quello vero, ci sorride ammiccante da tutti i media e il Regno dei Cieli ci viene promesso su eBay. E’ vero, spesso ci sembra che la peste abbia corroso tutto, che non ci siano più vie d’uscita. Ma Camus è molto chiaro: “Proprio questo – scrive in un testo del 1948 – non posso perdonare alla società contemporanea: essere una macchina per rendere gli uomini disperati. [...] Il mondo in cui vivo mi ripugna, ma mi sento solidale con le persone che vi soffrono”. E la sua solidarietà è un atto di rivolta intellettuale che si declina tanto nelle pagine di indignata denuncia quanto in quelle di stupefacente nitore de “La Peste”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5771715465048885644?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5771715465048885644/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5771715465048885644' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5771715465048885644'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5771715465048885644'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2009/08/le-due-rivolte-di-camus-oggi-come-non.html' title='Le due rivolte di Camus, oggi come non mai'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6069214361578667352</id><published>2009-08-09T18:41:00.003+01:00</published><updated>2009-08-09T18:50:30.615+01:00</updated><title type='text'>Verso Est</title><content type='html'>E' un treno della Mitropa&lt;br /&gt;che entra, sbuffante e gradasso,&lt;br /&gt;al centro della mia memoria DIMENTICANTE&lt;br /&gt;la stessa ruggine adolescenziale&lt;br /&gt;di un Lokomotiv Lipsia o un Carl Zeiss Jena&lt;br /&gt;squadre che RISPLENDEVANO in un Iperuranio&lt;br /&gt;di ragazzino&lt;br /&gt;assai più che nella contemporaneità maleodorante&lt;br /&gt;del pallone ufficiale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ispettore, di certo un membro&lt;br /&gt;della MIA Stasi ,&lt;br /&gt;mi rassicura: non sono mai esistite&lt;br /&gt;poi la postilla, detta con fine INDIFFERENZA:&lt;br /&gt;nemmeno tu, in quel freddo 1984&lt;br /&gt;quando alla FINE DEL MONDO restavano solo&lt;br /&gt;due immobili minuti&lt;br /&gt;e nel mio letto sapevo sempre&lt;br /&gt;la bomba all'idrogeno arrivare e poi cadere&lt;br /&gt;ALL'ORIZZONTE&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' strano, in fondo a questo anfratto di ricordi&lt;br /&gt;c'è il multietnico fracasso&lt;br /&gt;del treno il pomeriggio di un sabato,&lt;br /&gt;il primo della stagione dei saldi,&lt;br /&gt;che accoglie russi, peruviani e altri esuli&lt;br /&gt;come me ORFANI d'appartenenze&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6069214361578667352?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6069214361578667352/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6069214361578667352' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6069214361578667352'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6069214361578667352'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2009/08/verso-est.html' title='Verso Est'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6516256542893773726</id><published>2008-12-12T20:26:00.003Z</published><updated>2008-12-12T20:34:49.981Z</updated><title type='text'>Diuturna Laus</title><content type='html'>I caterpillar, timidamente, regnano&lt;br /&gt;sull'orizzonte angoloso della mia percezione&lt;br /&gt;signori reticenti dello sviluppo metropolitano&lt;br /&gt;di cui al pendolare sfugge la prospettiva&lt;br /&gt;la Geometria, forse non euclidea, del Senso&lt;br /&gt;la ritrosia dell'incertezza dominante&lt;br /&gt;mentre la massa orrenda detta i suoi slogan&lt;br /&gt;alle promoter natalizie&lt;br /&gt;sponsorizzate da una catena di gioiellerie moldave&lt;br /&gt;che ha brevettato il cuore umano&lt;br /&gt;e ne ha prodotto un manufatto dozzinale&lt;br /&gt;pregno di più significato di quanto non sappia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io che sarò sempre ciò che non voglio&lt;br /&gt;guardo senza fiatare il Leviatano&lt;br /&gt;del dissesto finanziario globale&lt;br /&gt;che stritola, serrando fauci multipolari,&lt;br /&gt;l'ultimo oltraggio l'ultima celia&lt;br /&gt;ed il respiro che trattengo esplode&lt;br /&gt;come le foglie di un Flamboyant&lt;br /&gt;come il maligno embolo mediale&lt;br /&gt;che puntuale suppura dalla ferita dell'informazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mangeremo merda, disse il Colonnello&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6516256542893773726?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6516256542893773726/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6516256542893773726' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6516256542893773726'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6516256542893773726'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/12/diuturna-laus.html' title='Diuturna Laus'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-391077410280450098</id><published>2008-12-01T17:28:00.001Z</published><updated>2008-12-01T17:35:16.822Z</updated><title type='text'>La follia, il destino, la morte: ancora Philip Roth</title><content type='html'>A &lt;strong&gt;settantacinque anni compiuti&lt;/strong&gt; e svariate nomination, mai concretizzatesi, al Premio Nobel, Philp Roth continua a stupire con un nuovo romanzo: “&lt;em&gt;Indignation&lt;/em&gt;”, uscito da poche settimane negli Usa e in Gran Bretagna. Una storia tragica, &lt;strong&gt;a metà strada tra Shakespeare e i film dell’orrore&lt;/strong&gt;, che racconta la discesa all’inferno di una matricola universitaria, Marcus Messner, coinvolto suo malgrado in una serie di spiacevoli eventi che lo conducono inesorabilmente al suo destino. Con straordinaria capacità di rinnovarsi pur rimanendo se stesso, Roth &lt;strong&gt;reinventa il romanzo di formazione&lt;/strong&gt; e lo declina in una lucida digressione sull’eterna lotta tra l’aspirazione alla libertà e il conformismo, in fondo &lt;strong&gt;sempre trionfante&lt;/strong&gt;. Marcus paga la propria volontà di solitudine, la scelta di rifiutare gli scontri diretti, l’ambizione a essere se stesso alle proprie condizioni. La società non lo permette, e la sua giusta indignazione è proprio ciò che innesca gli eventi che &lt;strong&gt;lo distruggeranno&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A 13 anni da “&lt;em&gt;Il teatro di Sabbath&lt;/em&gt;”, monumentale e forse &lt;strong&gt;sottovalutato&lt;/strong&gt; romanzo che ha inaugurato una delle più stupefacenti maturità letterarie dei nostri tempi, Philp Roth continua magistralmente a raccontare l’universo ebraico, il sesso, la ribellione e, negli ultimi anni sempre più, la morte. E proprio Sabbath, &lt;strong&gt;il burattinaio perverso e disperatamente umano&lt;/strong&gt;, sembra essere il personaggio più distante dal Marcus di “&lt;em&gt;Indignation&lt;/em&gt;”, definito dalla &lt;em&gt;New York Review of Books &lt;/em&gt;“il miglior ragazzo del mondo”. Eppure Roth, la cui capacità di raccontare gli abissi con apparente leggerezza lo rende sempre più shakespeariano, pagina dopo pagina colma la distanza tra i due, che in fondo appaiono come &lt;strong&gt;due facce di una stessa medaglia&lt;/strong&gt;: uomini che hanno cercato furiosamente di marcare la propria strada, i propri amori, le proprie ossessioni e alla fine sono stati sconfitti. Da chi? Probabilmente dal mondo, ma forse pure dal destino e da qualcuno che si arroga il diritto e la pretesa di detenere la Verità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La critica americana ha parlato di un libro “strano”, qualcuno anche di un “errore” di Roth, seppure “intrigante”. Ma “&lt;em&gt;Indignation&lt;/em&gt;” sembra la naturale conseguenza del percorso rothiano degli ultimi anni, segnato dall’indagine sempre più profonda e lontana da ogni autocompiacimento dentro la decadenza, fisica, psicologica e morale degli uomini. Che tentano disperatamente di opporvisi con quel &lt;strong&gt;vitalismo&lt;/strong&gt; che ha reso immortale un Nathan Zuckerman, ma non possono che arrendersi davanti &lt;strong&gt;all’orrore infinito&lt;/strong&gt; con cui si trovano a dover fare i conti. E’ così per Sabbath, ma anche per Seymour Levov, il magnifico “svedese” di “&lt;em&gt;Pastorale americana&lt;/em&gt;”, e per Coleman Silk, l’enigmatico docente de “&lt;em&gt;La macchia umana&lt;/em&gt;”. E l’orrore, della morte, del vuoto, del silenzio pervade gli altri grandi romanzi degli anni Duemila come “&lt;em&gt;L’animale morente&lt;/em&gt;”, “&lt;em&gt;Everyman&lt;/em&gt;”, “&lt;em&gt;Il fantasma esce di scena&lt;/em&gt;”. Ma è curioso e geniale che a chiudere il cerchio, almeno per ora, sia un ragazzo che si affaccia alla vita e non un anziano romanziere che racconta in prima persona &lt;strong&gt;la propria odissea nella vecchiaia&lt;/strong&gt;. Marcus non vuole diventare scrittore, Marcus cerca soltanto di seguire la propria strada senza deludere chi crede in lui e senza rinunciare alle proprie convinzioni. Si troverà, fissato in una condizione di &lt;strong&gt;eterno narratore&lt;/strong&gt;, a dover rinunciare a tutto tranne che ai ricordi. E l’unica via di salvezza a quel punto sarà il racconto, la narrazione. Che non basta a salvarci la vita, ma è forse l’unica strada che Roth ci può indicare per provare a superare, almeno in parte, la paura dell’orrore che nei suoi romanzi &lt;strong&gt;riusciamo a intravedere&lt;/strong&gt; sotto la patinatura della realtà.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-391077410280450098?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/391077410280450098/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=391077410280450098' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/391077410280450098'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/391077410280450098'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/12/la-follia-il-destino-la-morte-ancora.html' title='La follia, il destino, la morte: ancora Philip Roth'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5123419705704628679</id><published>2008-09-18T18:55:00.004Z</published><updated>2008-09-18T19:05:24.191Z</updated><title type='text'>A Mantova, con Lewis e Schiele</title><content type='html'>Una vita tormentata, un'arte provocatoria e una Vienna cupa e decadente: sono questi gli ingredienti della biografia romanzata del pittore &lt;strong&gt;espressionista Egon Schiele&lt;/strong&gt; che segna l'esordio letterario di &lt;strong&gt;Lewis Crofts&lt;/strong&gt;, giornalista e scrittore inglese 31enne. "&lt;strong&gt;Il pornografo diVienna&lt;/strong&gt;", edito in Italia da Marco Tropea, è un romanzo appassionante che ricostruisce la vita e l'opera di Schiele, partendo dalla inquietante luna di miele dei genitori e arrivando fino alla morte dell'artista. Nel mezzo scorrono &lt;strong&gt;i demoni dell'arte&lt;/strong&gt; e della passione, che il pittore declina in opere essenziali e scandalose, che gli costeranno lunghi periodi di miseria e anche la prigione prima di ricevere la consacrazione accademica. Ma anche questo trionfo sarà intonato al &lt;strong&gt;periodo decadente&lt;/strong&gt; in cui l'impero Asburgico vive i suoi ultimi anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Volevo catturare la forza dei dipinti nella scrittura - ci ha detto Lewis Crofts in uno stimolante incontro a Mantova -. Probabilmente &lt;strong&gt;non si può fare arte sull'arte&lt;/strong&gt;, ma almeno ci si può provare". Il romanzo di Crofts unisce felicemente storia e invenzione ("Da un lato sei costretto dai fatti, ma poi sei anche libero di immaginare le persone che stanno dietro ai quadri") e si richiama alla &lt;strong&gt;grande tradizione mitteleuropea&lt;/strong&gt; del XIX secolo. In particolare il rapporto tra Schiele e il padre fa pensare aKafka, ma Crofts allarga il campo: "Ho preso ispirazione da Kafka, ma in maniera generica. Se vuoi capire l'Europa di quel periodo hai molti modelli: Kafka, ma anche Schnitzler, Freud, &lt;strong&gt;Wittgenstein&lt;/strong&gt;, Mahler, Klimt, Kokoschka. L'ambiente in cui sono nati i loro lavori era molto importante". E anche ne "Il pornografo di Vienna" l'ambiente della città, cupa come non mai, svolge una parte essenziale, tanto da esserne protagonista quasial pari del pittore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se l'ambientazione del libro è tardo-ottocentesca, i modelli cui si ispira Crofts sono pietre miliari del Novecento: in primis &lt;strong&gt;Wladimir Nabokov&lt;/strong&gt;, cui lo unisce la ricerca "nella linguistica e nello stile. Quando pensi a 'Lolita' - ci ha detto Crofts - è incredibile come si possa restare affascinati, anche dopo cento pagine, da un personaggio che molto probabilmente è un pedofilo. Schiele non è un pedofilo, ma è un personaggio &lt;strong&gt;controverso&lt;/strong&gt; e io sono molto affascinato da lui. E' una grande abilità rendere interessanti i cattivi personaggi". Una dote simile Crofts la individua anche in Milan Kundera, "bravo a trovare i lati oscuri e a renderli attraenti". Quando gli chiediamo se sente un legame con i &lt;strong&gt;grandi romanzieri sociali del XIX secolo&lt;/strong&gt;, alla Dickens o alla Balzac, Crofts spiega: "Volevo catturare la società diVienna prima della Prima Guerra mondiale, ma non volevo fare come Dickens o Dostoevskij che scrivono centinaia di pagine e creano centinaia di personaggi. Loro avrebbero fatto un grande affresco, il mio libro &lt;strong&gt;si ispira ai dipinti di Schiele&lt;/strong&gt;, che sono molto semplici e circoscritti. Io ho usato piccoli paragrafi, come brevi pennellate".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il romanzo di Lewis Crofts descrive gli ultimi giorni di un'epoca, che andava verso la decadenza senza che molti se ne rendessero conto. "La decadenza - ci ha spiegato a proposito della Vienna dell'epoca - veniva fuori segretamente, per esempio quando la gente andava di notte con le prostitute. &lt;strong&gt;Oggi la decadenza è pubblica&lt;/strong&gt;. Per Schiele la decadenza si manifestavas oprattutto nella disonestà e nell'ipocrisia". Eppure, quella società in crisi arriverà a celebrarlo come un grande artista:"Il paradosso straordinario degli artisti - ha aggiunto Crofts - è che loro attaccano &lt;strong&gt;l'establishment di cui sono parte&lt;/strong&gt;. Ed Egon Schiele risolve il problema diventando parte del sistema". Ma i suoi quadri restano - disturbanti, seducenti ed enigmatici - a dirci che alla fine non tutto può essere normalizzato. E il romanzo di Crofts &lt;strong&gt;ce lo conferma&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5123419705704628679?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5123419705704628679/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5123419705704628679' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5123419705704628679'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5123419705704628679'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/09/mantova-con-lewis-e-schiele.html' title='A Mantova, con Lewis e Schiele'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4153390774797327417</id><published>2008-08-03T12:26:00.002+01:00</published><updated>2008-08-03T12:28:36.412+01:00</updated><title type='text'>Madurai</title><content type='html'>Il battito di piatti e mani accompagna la ragazzina&lt;br /&gt;Che vola spaurita sulla folla&lt;br /&gt;A piedi nudi su quel filo teso&lt;br /&gt;Tra il medioevo e il dopodomani dell’Occidente&lt;br /&gt;Nel caos dei motorisciò che compostamente anarchici&lt;br /&gt;Punteggiano la Town High Road pomeridiana&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le vacche dormono negli anfratti del futuro&lt;br /&gt;I pali della luce strozzati da mille cavi&lt;br /&gt;Pronti ad esplodere in un singulto sovraccarico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui, dove nessuno ha idea di chi sia il suo vicino&lt;br /&gt;Qui, dove qualcosa è già successo&lt;br /&gt;- pareva impossibile -&lt;br /&gt;Dove qualcosa ancora succederà&lt;br /&gt;Forse un pedone travolto, forse un riverbero&lt;br /&gt;Di un altro mondo&lt;br /&gt;Che manda cablogrammi gracchianti&lt;br /&gt;Dal fonografo ai piedi del tempio&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma quale scempio è la modernità&lt;br /&gt;Lo chiedo all’elefante sacro&lt;br /&gt;Ai pellegrini nudi, sudati e scuri&lt;br /&gt;Al venditore di ciambelle fosforescenti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la bambina trapezista, ancora,&lt;br /&gt;mi fissa seria e non risponde&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4153390774797327417?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4153390774797327417/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4153390774797327417' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4153390774797327417'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4153390774797327417'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/08/madurai.html' title='Madurai'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6207769192399968566</id><published>2008-06-17T09:58:00.002+01:00</published><updated>2008-06-17T10:12:58.749+01:00</updated><title type='text'>Rick Moody, ritratto dell'artista massimalista</title><content type='html'>&lt;strong&gt;Sì, io sono un massimalista&lt;/strong&gt;. Rick Moody, scrittore newyorchese classe 1961, ha un bel sorriso e occhi rassicuranti, ma le sue pagine &lt;strong&gt;grondano di storie complesse&lt;/strong&gt;, spesso vissute su un confine sottile e pericoloso, e sono sorrette da una lingua potente e multiforme, distante anni luce dagli standard del minimalismo. In Italia per presentare il suo nuovo libro – “&lt;strong&gt;Tre vite&lt;/strong&gt;”, edito dalla stessa Minimum Fax  che pubblica Raymond Carver -, Moody ammette di non aver &lt;strong&gt;mai voluto seguire&lt;/strong&gt; l’esempio del grande minimalista: “Non ho mai voluto essere uno scrittore di questo tipo – ha spiegato a Kilgore in un piacevole incontro milanese -. Fin dal liceo non sono mai stato un bravo minimalista, non riesco a essere riassuntivo e semplificatorio”. E basta cominciare a leggere “Tre vite” per &lt;strong&gt;rendersene conto&lt;/strong&gt;. La novella che apre il libro, “L’Armata Omega”, è infatti un lucido percorso dentro la follia di un anziano miliardario paranoico che, mentre si batte contro le malattie senili e i propri problemi personali, viene a conoscenza di uno &lt;strong&gt;spaventoso complotto&lt;/strong&gt; e subito si impegna in prima persona per garantire la sicurezza nazionale contro dei misteriosi nemici “&lt;strong&gt;dalla carnagione scura&lt;/strong&gt;”. La chiave per entrare in questo universo oscuro il dottor Van Deusen la trova in un romanzo di fantapolitica e il suo contatto con le forze di sicurezza è un altro anziano che finge di fare il pescatore, ma in realtà è un agente segreto. E questa è solo una &lt;strong&gt;lacunosa sintesi&lt;/strong&gt; del racconto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Niente di più distante dalle trame scarne di Carver dunque, e il pensiero che subito corre ai maestri del postmoderno, come per esempio &lt;strong&gt;l’inafferrabile&lt;/strong&gt; Thomas Pynchon. “Accanto alla tradizione minimalista – ci ha detto Moody – c’è un’altra corrente letteraria fortemente influenzata dall’Europa e dalla letteratura sperimentale che comprende &lt;strong&gt;Pynchon, ma anche Don DeLillo, William Gaddis&lt;/strong&gt;. Io mi sento più vicino a questi scrittori e mi sono formato con Angela Carter e John Hawkes, mi sento più affine al loro stile. Se questo è massimalismo allora io sì, sono un massimalista”. Per quanto le definizioni siano sempre un po’ limitative, è comunque indubbio che Rick Moody &lt;strong&gt;punti in alto&lt;/strong&gt;, tanto per gli argomenti delle sue storie quanto per il modo in cui le racconta. Ma quando, sempre in “L’Armata Omega”, il protagonista capisce quale deve essere la sua missione, ecco che la storia vira dal semi grottesco in qualcosa di diverso, &lt;strong&gt;difficile da circoscrivere&lt;/strong&gt;. Ed è la prosa di Moody che segna lo scarto con periodi come questo: “Mentre avanzavo, ho sentito il sibilo di un paio di palle da golf che mi sfrecciavano vicino, come piccoli asteroidi nel grande ignoto di questo &lt;strong&gt;presente apocalittico&lt;/strong&gt;, ma non vi ho prestato la minima attenzione”. Oppure, e qui il legame con le tematiche più care a Pynchon e DeLillo è manifesto, poco più avanti leggiamo: “Forse la Fraulein piangeva perché sapeva che questa vita non manteneva niente di quello che prometteva, vale a dire che ogni interazione umana era mediata dai tristi fatti che ci circondavano”. Il contesto non è poi così importante, perché &lt;strong&gt;queste frasi brillano di luce propria&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stile sta al centro del lavoro di Rick Moody, e quando gli chiediamo per lui quanto è importante &lt;strong&gt;il “come” si scrive&lt;/strong&gt;, la risposta comincia con un “non ci si pone abbastanza questa domanda” che suona come una velata accusa a chi si focalizza troppo su trame e intrecci. “La mia idea – ci ha spiegato lo scrittore – è che &lt;strong&gt;ognuno abbia un suo stile raffinato&lt;/strong&gt;, anche Carver ed Hemingway che puntavano, volutamente, al massimo della sobrietà. Il mio metodo è fatto di frasi lunghe, complesse, ricche di aggettivi e avverbi”. Una scelta di articolazione del linguaggio che si colloca anche nella &lt;strong&gt;dimensione musicale&lt;/strong&gt;: “Io do grande importanza – ha aggiunto lo scrittore – al valore sonoro della lingua, che si affianca al semplice significato delle parole”. Suoni, ritmi, caleidoscopi di immagini che si sovrappongono anche nel lungo racconto che chiude il libro di Moody e che Dave Eggers ha selezionato per la propria antologia di storie d’avventura già apparsa in Italia qualche anno fa: “&lt;strong&gt;Albertine&lt;/strong&gt;”. Una novella complessa e &lt;strong&gt;visionaria&lt;/strong&gt; sulla memoria e sulla realtà che cita Proust nel titolo ma poi in qualche modo reinventa il genere fantascientifico &lt;strong&gt;in chiave allucinatoria&lt;/strong&gt;, nel solco della migliore tradizione di Phil Dick. “La distinzione tra i generi della letteratura – ci ha detto Moody a proposito di chi considera minori certe tipologie di scritti e scrittori – è arbitraria e non sta scritta da nessuna parte. Io credo che la fantascienza &lt;strong&gt;abbia la stessa dignità&lt;/strong&gt; della letteratura ‘tradizionale’ e ci sono grandi scrittori di fantascienza che io considero grandi scrittori pienamente letterari. &lt;strong&gt;C’è un continuum tra letteratura ‘alta’ e ‘bassa’&lt;/strong&gt; e romanzieri come Dick, William Gibson o J. G. Ballard non possono essere incasellati in definizioni di genere. Dick, per esempio, può essere criticato per qualche frase non perfetta, ma le sue idee &lt;strong&gt;sono fortissime&lt;/strong&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Albertine”, nella tradizione della migliore science-fiction, è in ogni caso una novella che parla anche del nostro presente, in particolare di quello americano legato all’11 settembre. In una New York da “&lt;strong&gt;day after&lt;/strong&gt;” spopola una droga, che ha lo stesso nome dell’amata di Proust, che fa ricordare il passato, quella vita che le esplosioni hanno spazzato via insieme alla città. Tutto è, ovviamente, ben più complesso e tra salti spazio temporali, anticipazioni di futuro, cartelli del narcotraffico, resistenti di Brooklyn e momenti in cui il protagonista riesce “&lt;strong&gt;a recitare a memoria tutte le poesie che avevo imparato nella vita&lt;/strong&gt;”, si entra in un vortice di percezioni che scavalca ogni definizione di genere e sembra puntare decisa &lt;strong&gt;verso il cuore della letteratura&lt;/strong&gt;, quel luogo nucleare dove lo scrittore manovra il proprio potere di demiurgo creatore. Un’interpretazione che forse scavalca le intenzioni di Rick Moody, che, pur apprezzandola, ci riporta su un piano di realtà: “L’elemento del ricordo – ha spiegato lo scrittore – deriva dalla sensazione che dopo l’11 settembre nell’opinione pubblica statunitense si tentasse di &lt;strong&gt;dimenticare molto del passato politico&lt;/strong&gt;, ossia tutte le responsabilità americane che avevano contribuito a creare le condizioni per l’attacco terroristico. E al tempo stesso la gente voleva &lt;strong&gt;ricordare ciò che c’era prima degli attentati&lt;/strong&gt; al World Trade Center. Si cercava di &lt;strong&gt;dimenticare intensamente&lt;/strong&gt; alcune cose e di &lt;strong&gt;ricordarne intensamente&lt;/strong&gt; altre, e la memoria era come un tesoro, ma molte parti venivano rimosse. In ‘Albertine’ ho cercato di rendere questa sensazione e questo paradosso”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La &lt;strong&gt;paura&lt;/strong&gt;, come ha sottolineato l’editor del libro Martina Testa, è uno dei fili rossi delle tre narrazioni e, a ben guardare, si ha la sensazione chi racconti fotografino un Paese alla deriva, &lt;strong&gt;perso nei meandri dei propri timori&lt;/strong&gt;. “Un anno fa – ci ha detto Rick Moody – la situazione era esattamente questa, per come la vedevo io. Ma oggi sono molto più speranzoso per gli sviluppi che stiamo vedendo”. Sviluppi che hanno un nome e un cognome: &lt;strong&gt;Barack Obama&lt;/strong&gt;. “Sarà un’elezione combattuta – ha spiegato con grande partecipazione Moody – ma Obama ha la possibilità di farcela e io lo sostengo. Ha ottime chance di vittoria, sarebbe meraviglioso se ce la facesse”. Obama piace anche ad altri scrittori, come &lt;strong&gt;Jonathan Safran Foer&lt;/strong&gt;, che recentemente ha raccontato la propria passione politica per il senatore nero anche alla stampa italiana. Rick Moody si unisce all’appello di Safran e si dichiara convinto che non solo elite e intellettuali guardino con simpatia al candidato democratico. “&lt;strong&gt;La gente è con lui&lt;/strong&gt; – ci ha detto – ha vere basi di appoggio popolare anche se una certa fascia di bianchi razzisti dei ceti più bassi potrebbe fare resistenza, soprattutto nel MidWest. Sono proprio quelli che sostenevano Hillary Clinton, ma se ora si farà il ticket anche questo problema potrà essere risolto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Moody si entusiasma quando parla di Obama, ma come scrittore crede più &lt;strong&gt;nello sguardo sociologico&lt;/strong&gt; che in quello, potremmo dire, politologico. “Più che alla politica sono interessato a descrivere come le persone reagiscono alla paura, per esempio. Non cerco di raccontare l’atmosfera politica vera e propria, anche se la metafora riguarda effettivamente le condizioni del mio Paese”. Politica e letteratura, anche nel caso di uno scrittore appassionato come Moody, restano comunque &lt;strong&gt;oggetti diversi e distanti&lt;/strong&gt; e lo si percepisce anche da come lo scrittore, pur raccontando di paranoie, violenze tra colleghi o di un presente alternativo e apocalittico, si prende cura dei suoi personaggi. Lo sguardo non è mai sprezzante e, anzi, sembra diventare più &lt;strong&gt;affettuoso a mano a mano che le loro situazioni si fanno più complesse&lt;/strong&gt; e le loro condizioni peggiori. “Il momento della politica – ha voluto spiegare Moody – è uno strumento per evocare la psicologia dei personaggi, la loro interiorità e per questo sono meritevoli di attenzioni affettuose e non di disprezzo, anche se rappresentano idee politiche che io non condivido”. E poi, come Salinger ci ha magistralmente ricordato alla fine de “Il giovane Holden”, &lt;strong&gt;lo scrittore non riesce a non affezionarsi ai personaggi&lt;/strong&gt; nati dal suo racconto: “Se lasci che un personaggio racconti la sua storia a lungo – ha ammesso Moody – diventa impossibile non provare compassione, e questo è proprio il ruolo dello scrittore”. Anche di uno che si dichiara fieramente massimalista.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6207769192399968566?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6207769192399968566/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6207769192399968566' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6207769192399968566'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6207769192399968566'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/06/rick-moody-ritratto-dellartista.html' title='Rick Moody, ritratto dell&apos;artista massimalista'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5427005696129236447</id><published>2008-06-10T16:56:00.002+01:00</published><updated>2008-06-10T17:04:15.871+01:00</updated><title type='text'>Tom McCarthy, un romanzo da ricordare</title><content type='html'>Un "romanzo dei ricordi perduti" che piomba sulla scena letteraria con la forza di una ventata d'aria fresca, che spariglia le carte e porta nuova linfa al romanzo contemporaneo. "&lt;strong&gt;Déjà vu&lt;/strong&gt;" del 39enne artista inglese Tom McCarthy, edito in Italia per i tipi di Isbn, è &lt;strong&gt;la storia di un'ossessione&lt;/strong&gt;, ma anche una sorta di &lt;strong&gt;manuale per guardare alla realtà&lt;/strong&gt;, da un punto di vista che si richiama a Don Chisciotte e ad Amleto, ma anche a Francis Ponge e al leggendario &lt;strong&gt;Thomas Pynchon&lt;/strong&gt;. Tutto ruota intorno a un protagonista, "un antieroe" nella definizione dello stesso McCarthy, che, colpito da un &lt;strong&gt;misterioso oggetto caduto dal cielo&lt;/strong&gt;, perde la memoria. Incassato un enorme risarcimento, l'uomo senza nome comincia a esperire dei déjà vu e, usando i milioni di sterline di cui ora dispone, mette in scena delle&lt;strong&gt; ricostruzioni complesse dei suoi pochi ricordi&lt;/strong&gt;, nelle quali intervengono figuranti e tutto viene ricreato nei minimi dettagli. La ricerca della naturalezza, della "fluidità" dei gesti, porterà il protagonista e il suo assistente, l'indiano Naz di professione "facilitatore", a spingersi sempre più avanti, in &lt;strong&gt;un'escalation di tensione e  drammaticità &lt;/strong&gt;che culminerà a bordo di un aereo dirottato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Ho finito di scrivere il romanzo - ha detto McCarthy a Kilgore in un incontro a Milano - nel luglio 2001 e quando ho visto cosa è successo l'11 settembre ho quasi pensato: &lt;strong&gt;mi hanno fregato il finale&lt;/strong&gt;". Nonostante risalga a quasi sette anni fa, "Déjà vu" ha faticato a trovare un editore e, dopo una prima edizione a tiratura limitata del 2004, è uscito negli Stati Uniti nel 2006 e, la notizia è del 1 giugno, si è anche aggiudicato il &lt;strong&gt;Believer Book Award 2007&lt;/strong&gt;. "Sono molto felice per questo premio - ci ha detto lo scrittore -, il mio libro non è destinato a vincere premi come il Pulitzer, è &lt;strong&gt;marginale&lt;/strong&gt; rispetto al mainstream". In realtà però i temi toccati da McCarthy sono profondi e cruciali per il nostro tempo e fanno pensare anche al lavoro di Don DeLillo, romanziere che ha indagato sui flussi di informazione che attraversano la nostra vita. "Sono stato sicuramente influenzato anche da DeLillo - ha spiegato McCarthy - ma lui è più concettuale, io volevo che il mio libro &lt;strong&gt;fosse più materiale&lt;/strong&gt;, non solo idee, ma anche cose concrete. Un'influenza più profonda - ha aggiunto lo scrittore britannico - mi viene da Francis Ponge per l'osservazione degli oggetti, per come li descrive. Ma anche dal cinema di Tarkovskij, che per sei minuti riprende un muro".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia narrata in "Déjù vu" è anche la cronaca del fallimento del tentativo di creare copie perfette della vita. "&lt;strong&gt;Il mondo&lt;/strong&gt; – ci ha spiegato McCarthy - &lt;strong&gt;è sempre un passo avanti&lt;/strong&gt;. Questo è un romanzo anti idealista, &lt;strong&gt;anti hegeliano&lt;/strong&gt;. In termini filosofici c'è un grande combattimento tra Bataille ed Hegel e chi vince è Bataille. Ossia l'imprevedibilità delle situazioni, i conti che non tornano, quel qualcosa in più che disorienta e crea la sensazione inebriante che coglie l'antieroe nel finale del libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il romanzo di McCarthy si focalizza dunque &lt;strong&gt;sul'arte di vedere&lt;/strong&gt;, che si viene a configurare quasi come una performance della vita quotidiana. "Questa - ha detto lo scrittore - è l'essenza della&lt;br /&gt;poesia e anche dell'arte visuale". Una pratica, quella di offrire una visione più profonda della realtà, che fa dell'arte una sorta di "&lt;strong&gt;negativo fotografico&lt;/strong&gt;" della realtà, che si può duplicare - re-interpretare per usare il linguaggio di "Déjà vu" – migliaia di volte. "L'arte sopravvive alla realtà - ha detto McCarthy -, &lt;strong&gt;l'arte è ciò che rimane, il residuo&lt;/strong&gt;". E il suo romanzo è un residuo di dimensioni fuori dal comune, destinato a lasciare traccia. Quando gli chiediamo se l'arte può salvare la nostra vita, la risposta è però inequivocabile: "No, grazie a Dio, no, no, no".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di una cosa però Kilgore è convinto: "Déjà vu" è un romanzo importante, la cui grandezza forse riusciremo a capire appieno &lt;strong&gt;solo tra qualche anno,&lt;/strong&gt; quando lo ricorderemo come un classico della nostra epoca confusa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5427005696129236447?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5427005696129236447/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5427005696129236447' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5427005696129236447'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5427005696129236447'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/06/tom-mccarthy-un-romanzo-da-ricordare.html' title='Tom McCarthy, un romanzo da ricordare'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8843699303869278722</id><published>2008-05-20T17:19:00.003Z</published><updated>2008-05-20T18:40:23.736Z</updated><title type='text'>Le tigri di luce di Bialobrzeski</title><content type='html'>Una città virtuale, fatta di tanti frammenti di varie città. E' questo l'obiettivo che il fotografo tedesco &lt;strong&gt;Peter Bialobrzeski&lt;/strong&gt; si è posto al momento di documentare le nuove metropoli asiatiche. Un viaggio fotografico che è diventato un libro edito da Contrasto, "&lt;strong&gt;Tigri di luce&lt;/strong&gt;", e oggi diventa una mostra che andrà in scena per le vie di Cinisello Balsamo nel Milanese dal 18 maggio al 13 luglio. Kilgore &lt;strong&gt;ha incontrato&lt;/strong&gt; Bialobrzeski al Centro internazionale di Fotografia Forma di Milano, e il fotografo ci ha spiegato il suo modo di intendere la fotografia urbana: "Una città - ci ha detto in un impeccabile inglese - si fotografa in diversi modi, in base a quali sono i tuoi propositi. &lt;strong&gt;L'essenza è catturare il senso dei luoghi&lt;/strong&gt;, non solo riguardo una specifica città, ma riguardo un'idea di città. Il mio sogno - ha aggiunto il fotografo – era trovare una qualità che unisse tutte le città, l'idea non di una sola città, ma &lt;strong&gt;una città virtuale fatta di frammenti di varie città&lt;/strong&gt;". Un tentativo che, guardando le immagini di "Tigri di luce", a noi di Kilgore appare pienamente riuscito, tanto nella ricerca di un nesso comune tra Hong Kong, Shanghai, Bangkok o Singapore, quanto nella dimensione &lt;strong&gt;quasi onirica&lt;/strong&gt; che la lunga esposizione e l'uso di una macchina fotografica di grande formato conferiscono agli scatti di Bialobrzeski.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'Asia, con la frenetica crescita delle nuove metropoli, ha offerto al fotografo il materiale della sua ricerca, che l'artista legge anche da un punto di vista sociale: "E' un fenomeno soprattutto asiatico, perché qui c'è stata una &lt;strong&gt;grande crescita della classe media&lt;/strong&gt; che non esisteva prima. E lo sviluppo delle città riflette la situazione economica di queste nazioni". Un dinamismo che si manifesta anche nella &lt;strong&gt;luce che prorompe&lt;/strong&gt; dagli agglomerati urbani: "L'energia di una città - ha spiegato Bialobrzeski - è riflessa nell'emissione di luce. Io volevo trovare e trasformare in fotografia&lt;strong&gt; l'energia di queste città&lt;/strong&gt;". E proprio il controllo della luce, che in certi scatti del fotografo tedesco è talmente perfetto da sembrare perfino semplice - quando in realtà è di &lt;strong&gt;enorme complessità&lt;/strong&gt; - è uno dei motivi per cui lavora con il grande formato, che consente, attraverso pose di 4 o 8 minuti, di "raccogliere &lt;strong&gt;tutti i dettagli di luce&lt;/strong&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La componente tecnica è uno degli elementi che caratterizzano il lavoro di ogni fotografo, ma per Bialobrzeski da sola &lt;strong&gt;non basta&lt;/strong&gt;. "E' necessario - ha spiegato - conoscere le possibilità tecniche, ma devi anche saper piegare la tecnica a ciò che vuoi ottenere. Occorre avere in mente in anticipo quello che vuoi che venga fuori dalla fotografia. Il modo in cui lavoro io è quello di anticipare le possibilità".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si pensa a immagini urbane in Italia il nome più popolare è quello di &lt;strong&gt;Gabriele Basilico&lt;/strong&gt;, ormai divenuto una star internazionale grazie ai suoi lavori sui panorami di città. "Con Basilico - ha ammesso Bialobrzeski - condivido una &lt;strong&gt;forte idea di progetto&lt;/strong&gt;. Lui è molto interessato alla struttura della città, una struttura pura, ma nella quale le persone non compaiono mai. Io invece lavoro in modo da &lt;strong&gt;rendere l'idea di città abitate&lt;/strong&gt;, uso le coincidenze legate alla vita delle città. Ho lavorato anche come fotogiornalista - ha aggiunto l'artista - e ancora vado in cerca di &lt;strong&gt;cose inattese&lt;/strong&gt;: quando trovo un punto di ripresa aspetto le possibilità della situazione". Anche nelle foto di Bialobrezski, comunque, gli edifici e il tessuto urbano sono al centro e la figura umana, per quanto presente, svolge un ruolo &lt;strong&gt;non di primo piano&lt;/strong&gt;. "Io penso le persone - ci ha spiegato - come abitanti, non come individui. Ma anche come soggetti che vivono la loro vita all'interno delle strutture architettoniche avanzate che fotografo". Se però gli chiediamo se le sue città sono dei "non luoghi" la risposta è chiara: No, sono solo un tipo diverso di luogo, dei &lt;strong&gt;'very much places'&lt;/strong&gt;". Una definizione che ci piace molto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8843699303869278722?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8843699303869278722/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8843699303869278722' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8843699303869278722'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8843699303869278722'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/05/le-tigri-di-luce-di-bialobrzeski.html' title='Le tigri di luce di Bialobrzeski'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4797347758832544464</id><published>2008-05-14T11:24:00.001Z</published><updated>2008-05-14T11:28:21.716Z</updated><title type='text'>Aharon Appelfeld, testimone di speranza</title><content type='html'>La letteratura come &lt;strong&gt;speranza&lt;/strong&gt;, la lingua ebraica come&lt;strong&gt; salvezza&lt;/strong&gt;. Aharon Appelfeld, "decano" degli scrittori israeliani presenti alla &lt;strong&gt;Fiera del libro di Torino&lt;/strong&gt;, ha raccontato così la propria storia e il proprio rapporto con la scrittura. La vocazione alla scrittura - ha detto a Kilgore - "è &lt;strong&gt;una specie di mistero&lt;/strong&gt;. Sono arrivato in Israele nel 1946, dopo aver vissuto nel ghetto, nei campi di concentramento e nei boschi. Avevo 14 anni e avevo perso tutti i miei parenti". La scintilla per la scrittura è scattata una notte: "Presi un cartoncino e scrissi &lt;strong&gt;i nomi della mia famiglia&lt;/strong&gt;. Ho fatto una lista e improvvisamente, mentre mettevo i loro nomi sulla carta, loro erano vivi e io potevo parlare con loro. E' stato il mio primo contatto con la scrittura". Un contatto che la lingua ebraica e la lettura della Bibbia hanno reso poi &lt;strong&gt;definitivo&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Reduce dai campi di concentramento, dai quali è fuggito bambino, oggi Appelfeld è un uomo di &lt;strong&gt;76 anni&lt;/strong&gt; che parla con voce lenta e gentile e racconta del suo modo &lt;strong&gt;trasognato&lt;/strong&gt; di guardare alla vita, pur nelle &lt;strong&gt;circostanze più tragiche&lt;/strong&gt;. "Ero un bambino - ha raccontato - durante quello che viene chiamato Olocausto. Ero solo, affamato e sentivo la solitudine mentre cercavo qualcuno che mi desse un po' di pane. Ma &lt;strong&gt;ero un bambino&lt;/strong&gt;: giocavo con i rami, con i sassi e inseguivo gli uccelli nei boschi. Probabilmente ho assorbito questo mistero e &lt;strong&gt;l'ho portato in me&lt;/strong&gt;. La meraviglia - ha proseguito il romanziere - era voglia di capire e di scrivere ancora e ancora. Per questo ho scritto delle &lt;strong&gt;lettere a mia madre&lt;/strong&gt;, ogni notte. Sapevo che era morta, ma avevo dei sentimenti da trasmetterle. &lt;strong&gt;Sto ancora aspettando&lt;/strong&gt; le risposte".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo sguardo di Appelfeld resta sempre improntato all'&lt;strong&gt;ottimismo&lt;/strong&gt;: "Scrivere significa essere innamorati - ha spiegato con dolcezza - se non sei innamorato non puoi scrivere". E a proposito di ciò su cui non ha mai scritto, ossia il periodo nei campi di concentramento, è probabile che &lt;strong&gt;non ne scriverà mai&lt;/strong&gt;. "Come scrittore - ha confidato - non mi interessa il momento in cui gli esseri umani perdono la propria faccia. Nel ghetto gli uomini &lt;strong&gt;erano ancora umani&lt;/strong&gt;, ma nei campi di concentramento la capacità di essere un essere umano la perdi e diventi un animale. Non mi interessa scrivere degli esseri umani &lt;strong&gt;in questo stato&lt;/strong&gt;". E nei suoi libri, pur nei giorni più cupi dell'umanità, &lt;strong&gt;riecheggia sempre la speranza&lt;/strong&gt;. Una speranza sul futuro dell'umanità che viene riaccesa anche solo avvicinandosi a questo piccolo, straordinario testimone, che ci offre un altro modo di guardare alla storia e alla vita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4797347758832544464?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4797347758832544464/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4797347758832544464' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4797347758832544464'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4797347758832544464'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/05/aharon-appelfeld-testimone-di-speranza.html' title='Aharon Appelfeld, testimone di speranza'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4649529608028513353</id><published>2008-04-21T15:27:00.002Z</published><updated>2008-04-21T18:52:11.309Z</updated><title type='text'>Sera</title><content type='html'>Nella miopia di un riflesso nel vetro&lt;br /&gt;Sembro un ritratto triste di El Greco&lt;br /&gt;Spigoloso e asimmetrico nel pallore&lt;br /&gt;Dell’impietosa luce al neon&lt;br /&gt;Che irradia il campo profughi semiserio&lt;br /&gt;Del treno ad alta frequentazione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuori, sotto le torri di Garibaldi,&lt;br /&gt;Regna la pace mistica e assoluta&lt;br /&gt;Aria di terra santa nella striscia incolta&lt;br /&gt;Recintata d’alluminio&lt;br /&gt;Che crea l’armonica separazione&lt;br /&gt;Tra il glamour e la poesia dei luoghi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le luci arancione hanno il profumo fresco&lt;br /&gt;Della felicità in versione curtain-wall&lt;br /&gt;E io assaporo, quieto fino all’ebbrezza,&lt;br /&gt;L’incanto della città che smette di pulsare&lt;br /&gt;E resta, nuda meravigliosa e assente,&lt;br /&gt;A fissarmi come se fosse un sogno.&lt;br /&gt;L’ultimo di un sonno pieno e generoso&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4649529608028513353?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4649529608028513353/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4649529608028513353' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4649529608028513353'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4649529608028513353'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/04/sera.html' title='Sera'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1272262714212799170</id><published>2008-03-21T10:22:00.001Z</published><updated>2008-03-21T10:22:57.266Z</updated><title type='text'>Domenica pomeriggio</title><content type='html'>Enormi palle di ghiaccio precipitano&lt;br /&gt;Dal cielo&lt;br /&gt;E suicidandosi come venti divini&lt;br /&gt;Sull’asfalto&lt;br /&gt;Il loro grido d’addio e di vendetta&lt;br /&gt;Suona mostruoso e nuovo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho pensato fosse la guerra&lt;br /&gt;Tra il pianeta e noi, guerra di rappresaglia&lt;br /&gt;Inevitabile &lt;em&gt;second strike&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Ma in pochi istanti tutto è svanito&lt;br /&gt;Nel silenzio&lt;br /&gt;Grigio e rossastro del fine inverno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rientrando in casa, sulle scale&lt;br /&gt;Ho trovato mia moglie che piangeva&lt;br /&gt;Lacrime copiose e lontane&lt;br /&gt;Pensava a un’altra grandinata&lt;br /&gt;A sangue, distruzione, forse fallimenti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non so dire se il mio abbraccio l’abbia aiutata&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Martedì&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tre mesi fa moriva Wally&lt;br /&gt;Oggi una nuvola ha preso la sua forma&lt;br /&gt;Correva nel cielo sgombro&lt;br /&gt;Con quel suo indecifrabile mezzo sorriso&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1272262714212799170?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1272262714212799170/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1272262714212799170' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1272262714212799170'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1272262714212799170'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/03/domenica-pomeriggio.html' title='Domenica pomeriggio'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7158150523923013759</id><published>2008-03-06T13:04:00.004Z</published><updated>2008-03-06T13:30:42.138Z</updated><title type='text'>DeLillo e la parola che (non) salva</title><content type='html'>Un nuovo romanzo di &lt;strong&gt;Don DeLillo &lt;/strong&gt;di per sé è già una notizia, se poi l’argomento è il più grande evento della storia recente – gli attacchi &lt;strong&gt;dell’11 settembre 2001&lt;/strong&gt; – ecco che siamo di fronte a un evento letterario di prima grandezza. "&lt;strong&gt;L’uomo che cade&lt;/strong&gt;", edito in Italia da Einaudi, è un romanzo potente, scritto magnificamente, senza morbosità e retorica. Un libro che, come accaduto con "Molto forte, incredibilmente vicino" di &lt;strong&gt;Jonathan Safran Foer&lt;/strong&gt; (molto amato da Kilgore), segna una pietra miliare nella percezione letteraria dell’attacco al World Trade Center e su come è cambiata la vita (e forse il mondo, almeno per quanto riguarda&lt;strong&gt; l’interiorità delle persone&lt;/strong&gt;) dopo quel giorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"L’uomo che cade" – titolo ispirato a un artista performer che si esibisce saltando dai palazzi &lt;strong&gt;vestito come un impiegato&lt;/strong&gt; e ricorda il tragico gesto di chi si è ritrovato mortalmente intrappolato nelle due torri – è una storia circolare, che inizia e finisce nello stesso momento, quando il protagonista Keith esce da una delle due torri e, &lt;strong&gt;ferito ma vivo&lt;/strong&gt;, torna dalla sua ex moglie Lianne. "Stava accadendo ovunque intorno a lui, un’automobile mezzo sepolta dai detriti, finestrini sfondati e rumori che fuoriuscivano, voci radiofoniche che sfioravano i calcinacci". La lingua di DeLillo &lt;strong&gt;ricrea la realtà e la rimodella&lt;/strong&gt;, inventando quella distanza, quasi una sorta di &lt;strong&gt;ebbrezza del lettore&lt;/strong&gt;, che è ormai diventata un marchio di fabbrica dello scrittore del Bronx, sempre più monumento vivente della letteratura americana. Così come una sua firma sembrano essere diventate le frasi interrotte e le &lt;strong&gt;domande senza punti interrogativi&lt;/strong&gt;: elementi che contribuiscono a fare anche di questo romanzo un oggetto di dimensioni &lt;strong&gt;difficili da delimitare&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia erompe sulla scena della vita di persone più o meno comuni, ed è con i loro occhi che il romanzo procede, seguendo le loro ansie (i bambini che &lt;strong&gt;scrutano il cielo attendendo altri aeroplani&lt;/strong&gt;, il nome di Bin Laden storpiato in &lt;strong&gt;Bill Lawton&lt;/strong&gt;, la necessità di ritrovare qualcuno che abbia condiviso i momenti impossibili dentro le torri, la mania di contare le cose) e la loro difficoltosa strada per il ritorno alla normalità. Che alla fine Lianne trova quando si rende conto che "&lt;strong&gt;Dio è la voce che dice: Io non ci sono&lt;/strong&gt;", ma che la struttura stessa del romanzo - che in chiusura ci riporta all’impatto degli aerei e al caos nell’ufficio di Keith - sembra dirci che &lt;strong&gt;non è davvero possibile raggiungere&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accanto alla vicenda dei due ex sposi che (forse) si ritrovano "&lt;strong&gt;dopo gli aeroplani&lt;/strong&gt;", DeLillo racconta anche di un dirottatore, questa volta partendo da lontano e arrivando solo alla fine all’11 settembre. Lo scrittore padroneggia di nuovo la materia del terrorismo (come nei precedenti romanzi "&lt;strong&gt;I nomi&lt;/strong&gt;", "&lt;strong&gt;Giocatori&lt;/strong&gt;" e "&lt;strong&gt;Mao II&lt;/strong&gt;") con la profondità consueta, ma la forza de "L’uomo che cade" risiede forse più nello sguardo minimo che in quello globale. E quando Keith e la sopravvissuta Florence ricordano insieme lo stesso uomo che, mentre loro scendevano, saliva nella torre con un palanchino, DeLillo mette sulla pagina un &lt;strong&gt;paragrafo memorabile&lt;/strong&gt;: "Qualunque cosa fosse successa a quell’uomo, si collocava al di fuori del fatto che entrambi l’avessero visto, in punti diversi della discesa, eppure in un certo senso era importante, in maniera indefinibile, che l’uomo fosse stato conservato in quei ricordi incrociati, portato giù, fuori dalla torre e in quella stanza". Per il Nobel della Letteratura &lt;strong&gt;precedenza anagrafica a Philip Roth&lt;/strong&gt;, ma &lt;strong&gt;Don DeLillo c’è&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7158150523923013759?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7158150523923013759/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7158150523923013759' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7158150523923013759'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7158150523923013759'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/03/delillo-e-la-parola-che-non-salva.html' title='DeLillo e la parola che (non) salva'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1985171146860925721</id><published>2008-02-27T12:56:00.001Z</published><updated>2008-02-27T13:09:20.999Z</updated><title type='text'>L'uomo che fotografava i vagabondi (e le star)</title><content type='html'>“La fotografia, per sua natura, è ‘veritiera’, ma Avedon insegna che una fotografia può mostrare o rivelare &lt;strong&gt;molto più di una verità superficiale&lt;/strong&gt;”. Helle Crenzien, curatrice internazionale della mostra di &lt;strong&gt;Richard Avedon&lt;/strong&gt; che sta facendo il giro del mondo e ora è arrivata a Milano, esprime in questa frase la sensazione di &lt;strong&gt;vertigine e spaesamento&lt;/strong&gt; che coglie gli spettatori quando osservano i ritratti che il grande fotografo americano ha scattato tanto alle star che popolano l’immaginario collettivo (Marilyn Monroe o Bob Dylan) quanto ad &lt;strong&gt;anonimi camionisti&lt;/strong&gt; o agricoltori incontrati sulle strade d’America. Guardando gli scatti di Avedon si ha la sensazione di cogliere qualcosa in più, anche quando il soggetto è una vera e propria icona, di entrare in uno spazio privato dove il mito &lt;strong&gt;svela la persona&lt;/strong&gt; che gli sta dietro, dove le barriere sono cadute sotto la pressione di una fotografia che si è fatta arte. Il catalogo della mostra, “Richard Avedon Fotografie 1946-2004” edito da Contrasto, rappresenta una straordinaria opportunità di entrare in questo universo dello sguardo dove, nota lo scrittore inglese Geoff Dyer in uno dei numerosi saggi che corredano le immagini, “le pieghe dei volti delle persona hanno un’aria da &lt;strong&gt;durata geologica&lt;/strong&gt;”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro ripercorre naturalmente anche l’attività di Avedon come fotografo di reportage – con le sue prime magiche immagini della Sicila nel 1946 – e come &lt;strong&gt;rivoluzionario interprete della fotografia di moda&lt;/strong&gt;, nella quale ha introdotto il movimento e l’irriverenza con tanto stile da farne un marchio di fabbrica. Ma il cuore dell’opera sono i ritratti, &lt;strong&gt;magnetici e inusuali&lt;/strong&gt;, forse perfino sgradevoli, ma sorprendentemente vicini al cogliere l’essenza dell’umano. Che, in ultima analisi, è una delle missioni fondamentali dell’arte, qualunque sia il suo mezzo d’espressione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Charlie Chaplin&lt;/strong&gt; che, prima di lasciare l’America nel 1952, gioca a fare il toro con le dita al posto delle corna, Katherine Hepburn che sembra imprecare stupita, il poeta &lt;strong&gt;Ezra Pound&lt;/strong&gt; con gli occhi chiusi e il senso della disfatta addosso, Isak Dinesen – meglio nota con lo pseudonimo Karen Blixen – che, scrive ancora Dyer, “in uno dei suoi ritratti più famosi sembra la donna più bella del mondo, &lt;strong&gt;circa duemila anni fa&lt;/strong&gt;”. Il gotha dell’arte, dello spettacolo, del potere (tra le “vittime” di Avedon ci sono Eisenhower, Bush padre e Kissinger) e della cultura &lt;strong&gt;sfila disarmato&lt;/strong&gt; davanti all’obbiettivo del fotografo, che ne sfrutta gli attimi di spaesamento per far scattare l’otturatore. E così nasce lo straordinario ritratto di una Marilyn &lt;strong&gt;meravigliosamente distante&lt;/strong&gt; dalla sua icona e sorprendentemente umana, come forse non si era mai vista prima né si vedrà dopo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La forza della fotografia di Avedon però si manifesta se possibile ancor più nei ritratti della &lt;strong&gt;gente comune&lt;/strong&gt;, i cui volti asimmetrici e le cui espressioni sono talmente fuori dal comune da farci chiedere se queste persone esistano davvero. Il vagabondo che &lt;strong&gt;ricorda Chet Baker&lt;/strong&gt;, l’ex schiavo dai capelli bianchi, il camionista dal volto così affilato da sembrare una maschera, il lavoratore petrolifero &lt;strong&gt;che è in realtà un fauno&lt;/strong&gt; direttamente fotografato in un altro universo: c’è qualcosa di magnetico e impossibile in queste immagini che ci parlano dell’umanità con un alfabeto nuovo. E collocano a buon diritto Avedon &lt;strong&gt;accanto a Kafka, a Picasso, a Hitchcock&lt;/strong&gt; (per fare qualche nome a caso) e a tutti quei grandi artisti che ci hanno insegnato a &lt;strong&gt;decifrare il presente&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1985171146860925721?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1985171146860925721/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1985171146860925721' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1985171146860925721'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1985171146860925721'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/02/luomo-che-fotografava-i-vagabondi-e-le.html' title='L&apos;uomo che fotografava i vagabondi (e le star)'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6790799491429720429</id><published>2008-02-21T14:19:00.002Z</published><updated>2008-02-21T17:04:38.624Z</updated><title type='text'>Kiefer e Mao</title><content type='html'>La prima impressione, entrando nella sorprendente struttura della &lt;strong&gt;Triennale Bovisa&lt;/strong&gt; in una fredda sera di febbraio, è che ci si trovi davanti a una datata e un po’ &lt;strong&gt;stomachevole&lt;/strong&gt; celebrazione postuma del maoismo. In realtà bastano pochi minuti, e uno sguardo meno approssimativo alle enormi tele che &lt;strong&gt;Anselm Kiefer&lt;/strong&gt; ha dedicato a Mao e alla sua frase sui cento fiori per rendersi conto che siamo di fronte ad Arte con la A maiuscola, una cosa che non ha &lt;strong&gt;praticamente mai&lt;/strong&gt; nulla a che vedere con la propaganda. E allora ecco che dai quadri di Kiefer emerge un Mao iconico ma &lt;strong&gt;immobile, immutabile&lt;/strong&gt; nella sua posa da conducator cinese, imbrigliato nella rigidità della statua che prosciuga l’energia vitale e rende l’uomo solo uno strumento nelle mani di qualcun altro, &lt;strong&gt;o anche di se stesso&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli enormi girasoli che incombono su questo Mao eterno in una delle tele più d’impatto &lt;strong&gt;sono fiori mostruosi&lt;/strong&gt;, che ricordano i &lt;em&gt;Sogni&lt;/em&gt; di Kurosawa, virgulti dell’inquinamento nucleare. E il Presidente appare minacciato da queste &lt;strong&gt;propaggini infernali&lt;/strong&gt;, che sembrano rivolgergli sguardi rancorosi, come un ‘Idra che si appresta a colpire il malcapitato naufrago... E’ vero, con la “Campagna dei cento fiori” Mao, ci dicono gli esegeti a lui più affezionati, voleva introdurre più &lt;strong&gt;democrazia e pluralismo&lt;/strong&gt;. Ma i frutti di quel processo sono state altre repressioni, e, in ultima istanza, &lt;strong&gt;l’aberrazione &lt;/strong&gt;della Rivoluzione culturale, scatenata dieci anni dopo i cento fiori. E nelle tele di Kiefer ecco che &lt;strong&gt;le rose diventano frecce&lt;/strong&gt; che trafiggono il corpo di Mao, la cui espressione non può mutare, congelato com’è nel suo indicare la via, e lo rendono un &lt;strong&gt;San Sebastiano postmoderno&lt;/strong&gt;, quasi vittima di un contrappasso dantesco. Come se i fiori, che in fondo a Kilgore sembrano rappresentare chiaramente le libertà e le vite soffocate dal totalitarismo (&lt;strong&gt;qualunque esso sia&lt;/strong&gt;) che usa immagini suggestive per mascherare la morte, si prendessero finalmente la loro rivincita, ripagando il tiranno &lt;strong&gt;con la stessa moneta&lt;/strong&gt;, seppur con una grazia innata che il potere non conosce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il potere, appunto. Altro &lt;strong&gt;arcano&lt;/strong&gt; che la mostra della Triennale porta all’attenzione delle nostre coscienze. Il suo essere così marmorizzato lo rende spaventoso e incomprensibile, distante dal mondo che le tele lasciano intuire alle spalle di Mao, sempre alla ricerca di &lt;strong&gt;un primo piano sulla scena della storia&lt;/strong&gt;, a qualunque prezzo. Ma i fiori che bucano la tela e qui numeri che Kiefer applica sui quadri e che ricordano tanto &lt;strong&gt;le famigerate cifre&lt;/strong&gt; che identificano gli internati (anch’essi eterni, come le dittature che li producono), ci fanno capire una grande verità, almeno secondo Kilgore. Delle statue dei tiranni &lt;strong&gt;non abbiamo più bisogno&lt;/strong&gt;, ma finché che ne saranno avremo bisogno di &lt;strong&gt;una grande arte&lt;/strong&gt; che ci aiuti a guardarle anche con altri occhi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6790799491429720429?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6790799491429720429/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6790799491429720429' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6790799491429720429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6790799491429720429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/02/kiefer-e-mao.html' title='Kiefer e Mao'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1779737672485620981</id><published>2008-02-20T14:28:00.000Z</published><updated>2008-02-20T14:29:02.737Z</updated><title type='text'>Il dentifricio</title><content type='html'>Oggi è finito il dentifricio&lt;br /&gt;Che avevamo comprato insieme all’aeroporto in Qatar&lt;br /&gt;Lungo tubetto verde fosforescente con scritte arabe&lt;br /&gt;E americane&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Esanime sul lavandino, senza più tracotanza&lt;br /&gt;Ridotto all’ombra di ciò che era stato&lt;br /&gt;Una fitta di dolore mi ha lacerato il petto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho ripensato a te, nel letto, un istante prima della sveglia&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1779737672485620981?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1779737672485620981/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1779737672485620981' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1779737672485620981'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1779737672485620981'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/02/il-dentifricio.html' title='Il dentifricio'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-900837708998076348</id><published>2008-02-20T14:14:00.002Z</published><updated>2008-02-20T14:19:56.404Z</updated><title type='text'>Il lato oscuro dell'economia</title><content type='html'>Un mondo governato da forze oscure, nel quale la &lt;strong&gt;democrazia genera schiavitù&lt;/strong&gt; e impoverimento e il consumismo assurge a unico valore. &lt;strong&gt;Loretta Napoleoni&lt;/strong&gt;, economista ed esperta internazionale di terrorismo, traccia un quadro fosco dell’attuale situazione globale in un importante saggio, &lt;em&gt;Economia canaglia&lt;/em&gt; edito da Il Saggiatore, che solleva il velo su una realtà fatta di schiavitù, sfruttamento e violenza nel quale &lt;strong&gt;la politica è stata accantonata&lt;/strong&gt; per lasciare spazio a una fase di transizione selvaggia che stiamo ancora attraversando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’operazione, quella portata avanti da Napoleoni, che ricorda il film &lt;em&gt;Matrix&lt;/em&gt;, nel quale il protagonista scopre che la realtà nella quale ha sempre vissuto &lt;strong&gt;è un falso&lt;/strong&gt;, e tutta l’umanità è solo un ingranaggio nelle mani di esseri alieni mostruosi. Lo stesso, secondo Loretta Napoleoni, &lt;strong&gt;accade a noi&lt;/strong&gt;: l’economia canaglia ci vende bugie, la democrazia produce schiavitù, l’oro dei nostri gioielli gronda del sangue dei bambini congolesi. &lt;strong&gt;Uno scenario da incubo&lt;/strong&gt;, pauroso come l’immagine del demone alato che campeggia efficace sulla copertina del libro, che forse sarebbe più facile fingere di ignorare. “Ma io credo che &lt;strong&gt;adesso ci si voglia svegliare&lt;/strong&gt; – ci ha detto Napoleoni in un incontro a Milano – è un buon momento per svegliarsi, non cambieremo il mondo, ma possiamo almeno cominciare a proteggerci”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“L’economia canaglia – scrive Napoleoni nell’introduzione del libro - è un fenomeno ricorrente nella storia, spesso &lt;strong&gt;legato a grandi e improvvise trasformazioni delle società&lt;/strong&gt;. E’ proprio nel corso di questi mutamenti radicali che i politici tendono a perdere il controllo dell’economia. E quest’ultima diventa una sorta di entità autonoma, di strumento banditesco nelle mani di attori nuovi e spregiudicati”. Mutamenti, nel nostro caso specifico, che hanno preso avvio con &lt;strong&gt;la caduta del muro di Berlino&lt;/strong&gt; e con l’ondata di lavoratori a basso costo che si è riversata in Occidente. Da quel momento, rotti i freni politici, l’economia canaglia ha preso il sopravvento e governerà la fase di transizione fino a quando si riuscirà, secondo l’economista, a stabilire un&lt;strong&gt; nuovo contratto sociale&lt;/strong&gt;. “E’ difficile dire quali saranno i termini di questo contratto – ha spiegato Loretta Napoleoni a Kilgore – ma io credo che ci sarà una maggiore distanza tra politica ed economia rispetto allo Stato-nazione. In particolare credo che lo Stato manterrà il controllo sulla politica estera e monetaria, ma non ci sarà più la redistribuzione territoriale del reddito”. Un nuovo contratto sociale che, secondo l’analisi di Napoleoni, sarà &lt;strong&gt;siglato lontano dall’Occidente&lt;/strong&gt;, ormai in decadenza, e avrà il volto della Cina (“l’unico Paese &lt;strong&gt;completamente diverso&lt;/strong&gt; da noi” secondo l’economista destinato proprio per questo a prevalere anche sul modello indiano) e della finanza islamica, fenomeno che si imporrà all’interno del “tribalismo economico”, proprio per il suo richiamo a dei &lt;strong&gt;valori etici&lt;/strong&gt; che l’economia canaglia ha abbandonato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La Sharia – ci ha detto Loretta Napoleoni – è una legislazione &lt;strong&gt;altamente etica&lt;/strong&gt;, è ovvio che le sue degenerazioni nel talebanismo sono negative, ma non c’è nulla nella Sharia che stabilisca, per esempio, l’inferiorità delle donne”. E delle regole etiche insite nella legge islamica secondo Napoleoni &lt;strong&gt;abbiamo bisogno&lt;/strong&gt;: per esempio perché impedisce di praticare l’usura o sfruttare la prostituzione, che invece sono due delle degenerazioni più comuni e devastanti dell’economia canaglia. Quello che è certo è che leggendo le pagine di Loretta Napoleoni si ha una &lt;strong&gt;fortissima percezione della decadenza dell’Occidente&lt;/strong&gt;, che sembra essere irreversibile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-900837708998076348?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/900837708998076348/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=900837708998076348' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/900837708998076348'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/900837708998076348'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/02/il-lato-oscuro-delleconomia.html' title='Il lato oscuro dell&apos;economia'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4986417310037784433</id><published>2008-01-29T11:28:00.000Z</published><updated>2008-01-29T11:35:12.647Z</updated><title type='text'>Madurai, la città futuro</title><content type='html'>La machina del tempo &lt;strong&gt;esiste&lt;/strong&gt;, e ogni giorno centinaia di persone se ne servono. Si tratta del treno &lt;em&gt;Guravaya Express&lt;/em&gt; delle Indian Railways, in servizio tra Chennai e l’estremo sud del subcontinente indiano. Un convoglio ben tenuto, anche se dall’apparenza un po’ vecchiotta, che mi porta &lt;strong&gt;da Trichy a Madurai&lt;/strong&gt; – circa 161 km in tre ore e mezza – ma al tempo stesso mi proietta in quello che, se saremo fortunati, sarà &lt;strong&gt;il nostro mondo nei prossimi trent’anni&lt;/strong&gt;, quando l’India sarà serenamente diventata &lt;strong&gt;la prima potenza mondiale&lt;/strong&gt;. Madurai è la città futuro, la dimostrazione tangibile di tutto quello che si legge su libri e riviste che ci raccontano del boom asiatico, la percezione di come la storia, con i suoi cicli e la sua inesorabile processione, si manifesti &lt;strong&gt;in maniera semplice ed inequivocabile&lt;/strong&gt;. Per le strade della città, un’aspirante metropoli che conta – secondo la &lt;em&gt;Lonely Planet&lt;/em&gt; edizione 2005 – 1.190.000 abitanti, si percepisce tutto &lt;strong&gt;il caos vitalistico dell’India&lt;/strong&gt;: un crogiuolo di smog, auto, motorisciò, mucche, capre, cani, venditori ambulanti, ciclisti, motocarri e quant’altro che mi fanno capire realmente che il dominio occidentale è stata solo una breve parentesi nella storia del mondo e che la forza, la dinamicità, lo sviluppo – &lt;strong&gt;il futuro insomma&lt;/strong&gt; – passano dall’Asia e non più dalle nostre parti. E in particolare in questa Asia dinamica, in questo motore del mondo che fa riferimento alla Cindia di Sisci e Rampini, &lt;strong&gt;il vitalismo sorridente di Madurai&lt;/strong&gt; mi fa chiaramente capire che il modello indiano, fatto di caotica democrazia, boom demografico e profonde radici spirituali, è destinato a prevalere su quello cinese, perché se anche la storia non è finita nel 1989, Fukuyama ha descritto una legge vera sullo sviluppo dell’umanità: la libertà, con tutte le sue imperfezioni e incompletezze, &lt;strong&gt;alla fine prevale sul dispotismo&lt;/strong&gt;. E l’autoritarismo cinese, per quanto sul breve periodo possa pagare, alla distanza non potrà che soccombere di fronte alla sfida indiana, sostenuta dalle&lt;strong&gt; non poche&lt;/strong&gt; implicazioni positive della globalizzazione. E tutto il mondo, tra qualche anno, probabilmente &lt;strong&gt;assomiglierà un po’ di più a Madurai&lt;/strong&gt;. Non dobbiamo averne paura, anzi. E’ probabile che la salvezza del nostro sistema di vita e dei nostri diritti passi proprio dall’affermazione del modello indiano, oasi di democrazia (per quanto naturalmente &lt;strong&gt;complessa e problematica&lt;/strong&gt;) in uno scacchiere mondiale segnato dal fondamentalismo e dal ritorno delle grandi potenze autoritarie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il futuro che scopro a Madurai è invece profondamente intriso di una libertà&lt;strong&gt; che sfiora l’anarchia&lt;/strong&gt;, come nel caso del folle traffico che impazza nelle città indiane. Impossibile da capire per il viaggiatore occidentale, che se è saggio&lt;strong&gt; lo accetta per come è&lt;/strong&gt;, ma al tempo stesso straordinariamente efficace e sorretto, pur nel delirio con cui si manifesta, da regole di collaborazione e solidarietà tra i soggetti in strada, che non lasciano mai il piede dall’acceleratore ma segnalano quando si può superare, annunciano a colpi di clacson ogni nuova iniziativa e praticamente mai litigano con gli altri autisti. Insomma, &lt;strong&gt;non si capisce come faccia, ma funziona&lt;/strong&gt;. E funziona nello stesso modo il modello indiano, capace di offrire un’alternativa più serena a noi e ai nostri supposti nemici, capace di coniugare la tradizione più antica e spirituale alla ricerca scientifica e al progresso, capace di offrire processioni religiose a ogni ora e nel frattempo produrre, crescere, migliorarsi per competere (&lt;strong&gt;quanti anni luce è distante l’Italia?&lt;/strong&gt;) sulla scena globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel cuore di Madurai c’è uno dei templi più famosi dell’India lo &lt;strong&gt;Sri Meenakshi&lt;/strong&gt;, dove ogni giorno – sempre secondo la &lt;em&gt;Lonely Planet&lt;/em&gt; – si recano in pellegrinaggio 10mila fedeli. Quando per la prima volta lo vedo dal tetto del mio albergo mi rendo conto di &lt;strong&gt;essere in pieno Blade Runner&lt;/strong&gt;: le dodici torri a tronco di piramide (i &lt;em&gt;gopuram&lt;/em&gt;) che ne segnano gli accessi sono fantascienza pura, ma una fantascienza costruita su basi millenarie, che conta su milioni e milioni di giovani vogliosi di emergere e che al tempo stesso mi permette di trovare un pappagallo verde ubriaco &lt;strong&gt;che mi legge il futuro nei ritagli di giornale&lt;/strong&gt;. Santo cielo, è ora di lasciare le nostre poltrone europee che cominciano a emanare &lt;strong&gt;un odore stantio&lt;/strong&gt; e provare a guardare nel caleidoscopio del mondo di domani e a pensare che la fantascienza classica ci ha sempre parlato in fondo del presente, collocandolo più in là nel tempo &lt;strong&gt;perché trovassimo la forza di valutarlo con più serenità&lt;/strong&gt;. Se questa Madurai, se questa India che ancora si dibatte tra mille difficoltà ma che guarda decisamente &lt;strong&gt;verso un punto che è al di là delle nostre spalle&lt;/strong&gt; saprà mantenere la promessa di futuro che ho intravisto dopo essere sceso dalla lenta carrozza del &lt;em&gt;Guravaya Express&lt;/em&gt;, forse il mondo continuerà a essere un posto in cui è interessante vivere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4986417310037784433?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4986417310037784433/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4986417310037784433' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4986417310037784433'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4986417310037784433'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2008/01/madurai-la-citt-futuro.html' title='Madurai, la città futuro'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8638759945668640165</id><published>2007-11-26T19:21:00.000Z</published><updated>2007-11-26T19:27:37.399Z</updated><title type='text'>Rothko</title><content type='html'>Non ho abbastanza vista&lt;br /&gt;Per contenerli&lt;br /&gt;Gli occhi mi fanno male&lt;br /&gt;Premono gli angoli infiammati&lt;br /&gt;Mentre la luce erutta&lt;br /&gt;Dai pertugi che il pittore le concede&lt;br /&gt;E venera, con devozione euclidea,&lt;br /&gt;L’intercapedine che giustifica lo spazio&lt;br /&gt;Mentre lo crea&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La stanza brulica di soli&lt;br /&gt;- e in qualche modo centra Stanley Kubrick -&lt;br /&gt;Pronti poi a declinarsi in nero&lt;br /&gt;Quando l’urgenza della visione,&lt;br /&gt;Sfiancata dalla propria fierezza,&lt;br /&gt;Soccombe allo sfavillare della luce&lt;br /&gt;Forse scoprendo che ciò che brucia&lt;br /&gt;E’ un grumo di follia termonucleare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo di lei&lt;br /&gt;Non resta nulla da guardare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Roma, 23 novembre&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8638759945668640165?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8638759945668640165/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8638759945668640165' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8638759945668640165'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8638759945668640165'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/11/rothko.html' title='Rothko'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-316850410993967147</id><published>2007-11-10T11:00:00.000Z</published><updated>2007-11-10T11:25:03.142Z</updated><title type='text'>Dyer, un Borges per la fotografia</title><content type='html'>"In fotografia non esiste un 'nel frattempo'. C'era solo quell'istante e adesso c'è quest'altro istante e nel mezzo non c'è niente. La fotografia, in un certo senso, è la negazione della cronologia". E' una lettura affascinante quella che lo scrittore inglese &lt;strong&gt;Geoff Dyer&lt;/strong&gt; fa della fotografia in un saggio, misterioso e inusuale, edito da Einaudi nella storica collana Saggi. "&lt;strong&gt;L'infinito istante&lt;/strong&gt;" è, nella modesta opinione di Kilgore, &lt;strong&gt;uno dei migliori libri sulla fotografia degli ultimi anni&lt;/strong&gt; e trasmette al lettore la sensazione di trovarsi a rovistare in un mucchio di immagini. Scegliendo di volta in volta le gli scatti che più lo colpiscono, Dyer crea un &lt;strong&gt;percorso per associazioni&lt;/strong&gt; che attraversa la storia dell'arte fotografica, soffermandosi spesso sugli uomini e le donne che stavano dietro l'obiettivo, oltre che naturalmente, su persone, cose e luoghi che ci stavano davanti. Il tutto con la convinzione che ogni passaggio da un'immagine - o anche da una tematica - all'altra &lt;strong&gt;potrebbe essere opinato&lt;/strong&gt;. In fondo, in fotografia e nella vita, la massima di Cartier-Bresson può sempre essere valida: "&lt;strong&gt;Esistono solo le coincidenze&lt;/strong&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E, di coincidenza in coincidenza, il libro di Geoff Dyer, già noto al grande pubblico per aver raccontato le vite dei grandi del jazz, costruisce una trama affascinante, che fa luce sulle dinamiche che presiedono allo sguardo di un fotografo, tenendo presente una considerazione fondamentale: "A me interessa - scrive Dyer - &lt;strong&gt;solo quel che succede all'interno dell'inquadratura&lt;/strong&gt;: non ciò che accade in realtà, ma ciò che le foto mi inducono a credere che accade". E nelle fotografie il tempo non esiste: il ragazzo ritratto nel 1913 su una panchina di Budapest dal fratello &lt;strong&gt;André Kertész&lt;/strong&gt; su quella panchina in triste contemplazione &lt;strong&gt;resterà per sempre&lt;/strong&gt;, così come l'uomo con un cappello sgualcito che volge le spalle alla folla in una delle più famose foto di Dorothea Lange ("&lt;em&gt;White Angel Bread Line&lt;/em&gt;" del 1933) è destinato per sempre a rappresentare "&lt;strong&gt;la verità langeiana di stoica rassegnazione&lt;/strong&gt;". Salvo poi, scrive Dyer in uno dei passi più affascinanti e visionari del suo libro, tornare - e stiamo parlando dell'uomo fotografato da Lange - in un'immagine del 1952 scattata da Roy DeCarava. Lo stesso uomo? &lt;strong&gt;No&lt;/strong&gt;, perché questa volta il soggetto è un afroamericano. &lt;strong&gt;Sì&lt;/strong&gt;, nell'occhio di chi guarda: "E' come - scrive Dyer - se il cappello e l'uomo, e tutto ciò che simboleggiano, &lt;strong&gt;riemergessero di nuovo alla luce del giorno, ritornassero in superficie&lt;/strong&gt;". Il tempo nelle fotografie non esiste, ma quell'uomo, vent'anni dopo, sembra davvero incarnare la storia di un Paese che ha vissuto la tragedia della Depressione e della guerra e ora ritorna alla vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ispirato, seppure in maniera &lt;strong&gt;necessariamente eccentrica&lt;/strong&gt;, ai cataloghi di Borges, "L'infinito istante" è la riflessione di uno scrittore che non fotografa, &lt;strong&gt;ma guarda&lt;/strong&gt;. E sulle orme di un vate cieco come l'argentino, ma anche come &lt;strong&gt;Omero&lt;/strong&gt;, inizia il suo percorso proprio dalle fotografie che ritraggono persone non vedenti, salvo poi mostrare come a essere "&lt;strong&gt;trattato come un cieco&lt;/strong&gt;", era anche l'anziano fotografo Kertész, che "tutti pensavano fosse morto da trent'anni".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Corredato da 93 immagini in bianco e nero e dodici tavole a colori, il saggio di Dyer è un omaggio alla fotografia, ai suoi interpreti, alle loro vite a volte &lt;strong&gt;eccessive&lt;/strong&gt; (Edward Weston), a volte &lt;strong&gt;maniacali&lt;/strong&gt; (Alfred Stieglitz), a volte destinate, anzi &lt;strong&gt;predestinate&lt;/strong&gt;, a finire con un suicidio (Diane Arbus). Un viaggio che si conclude con una domanda, forse "la" domanda, scritta al collo di un uomo a New York l'11 settembre 2001: "&lt;strong&gt;After Death What&lt;/strong&gt;?".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-316850410993967147?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/316850410993967147/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=316850410993967147' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/316850410993967147'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/316850410993967147'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/11/dyer-un-borges-per-la-fotografia.html' title='Dyer, un Borges per la fotografia'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6906506075390597444</id><published>2007-11-03T18:19:00.000Z</published><updated>2007-11-03T18:23:43.063Z</updated><title type='text'>Un libro per Sua Maestà</title><content type='html'>Un romanzo leggero, divertente, acuto e a volte &lt;strong&gt;molto pungente&lt;/strong&gt; che si chiude, proprio nell’ultima riga, con un colpo di scena davvero inatteso. “&lt;strong&gt;La sovrana lettrice&lt;/strong&gt;”, ultima fatica letteraria di &lt;strong&gt;Alan Bennett&lt;/strong&gt;, esce in Italia da Adelphi e si candida a ripetere il successo di libri come “Nudi e crudi” e “La cerimonia del massaggio”, che hanno fatto conoscere lo scrittore e commediografo inglese nel nostro Paese. La trama del romanzo, che a volte fa pensare &lt;strong&gt;all’ultimo Calvino&lt;/strong&gt; e altre alle &lt;strong&gt;storie migliori della Walt Disney&lt;/strong&gt;, è semplice: entrando per caso in una biblioteca circolante, la regina Elisabetta scopre la lettura e fa la conoscenza con uno sguattero, Norman, che diventerà il suo consulente letterario privato. La passione per i libri diventa presto &lt;strong&gt;impellente&lt;/strong&gt; e la regina, che ammette di avere perso tempo, cerca di recuperarlo leggendo il più possibile nel crescente fastidio del suo entourage per la nuova inclinazione culturale della sovrana. Tra episodi buffi, in cui non fanno mai &lt;strong&gt;una grande figura&lt;/strong&gt; il nervoso principe consorte (esilarante) e il primo ministro (un po' sinistro), e divagazioni molto acute sul senso della letteratura, il romanzo di Bennett avvince il lettore e regala &lt;strong&gt;piccole perle&lt;/strong&gt; come il riassunto implacabile e ingenuo della vita e dell’opera di Proust: “Poveretto – dice la regina – una vita infame. Un martire dell’asma. Il tipo di persona a cui viene da dire: ‘&lt;strong&gt;Insomma, tirati un po’ su!&lt;/strong&gt;’. Ma la letteratura è piena di gente così. La cosa strana è che quando ha intinto un pezzo di dolce nel tè (pessima abitudine) gli è tornato in mente tutto il suo passato”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ironica indagine nei corridoi della monarchia, dove valletti e collaboratori &lt;strong&gt;più realisti della regina&lt;/strong&gt; non concepiscono l’umanità della sovrana e decrepiti consiglieri si addormentano nel bel mezzo di un colloquio regale, il romanzo di Bennett è anche una difesa della letteratura fatta con quella &lt;strong&gt;leggerezza&lt;/strong&gt; teorizzata proprio da Italo Calvino. “I libri non sono un passatempo – esclama a un certo punto la regina – Parlano di altre vite, di altri mondi. Altro che far passare il tempo, &lt;strong&gt;non so cosa darei per averne di più&lt;/strong&gt;”. E, poco più avanti, un’altra considerazione di Elisabetta lettrice, questa volta riferita alla propria specialissima posizione sociale: “L’attrattiva della letteratura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. &lt;strong&gt;I libri se ne infischiavano di chi li leggeva&lt;/strong&gt;: se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Come già aveva fatto Umberto Eco ne “Il pendolo di Foucault”, anche Bennett mette in bocca alla sua regale protagonista espressioni come “&lt;strong&gt;Sono l’unica a voler dare una bella lavata di capo a Henry James?&lt;/strong&gt;”. E poi apre scorci di affettuosa luce sulla personalità della sovrana, aiutata dai libri a capire se stessa: “Anche se Shakespeare non lo capisco sempre, quando Cordelia dice ‘non riesco a trarre il cuore in bocca’ condivido appieno il suo sentimento. &lt;strong&gt;Il suo problema è il mio&lt;/strong&gt;”. Alla fine, dopo che “con sua &lt;strong&gt;leggera sorpresa&lt;/strong&gt;, quell’anno la regina compì ottant’anni”, Elisabetta decide di saltare il fossato e da semplice lettrice (il titolo originale del romanzo è “The Uncommon Reader”, con ovvio riferimento al “The Common Reader” di Virginia Woolf) diventare lei stessa scrittrice. Ma per farlo avrà bisogno di fare un altro, &lt;strong&gt;considerevole strappo&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6906506075390597444?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6906506075390597444/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6906506075390597444' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6906506075390597444'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6906506075390597444'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/11/un-libro-per-sua-maest.html' title='Un libro per Sua Maestà'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1046536521748013602</id><published>2007-10-20T09:51:00.000Z</published><updated>2007-10-20T09:59:55.269Z</updated><title type='text'>Il mio nome è Todd</title><content type='html'>Dopo aver lanciato in Italia scrittori come Charles D'Ambrosio e Kevin Canty, l'editore Minimum Fax ha scovato un altro virtuoso della short-story americana: si tratta del 38enne &lt;strong&gt;Todd Hasak-Lowy&lt;/strong&gt;, la cui raccolta d'esordio, "&lt;strong&gt;Non parliamo la stessa lingua&lt;/strong&gt;", esce nel nostro Paese in queste settimane. Sette storie discretamente lunghe nelle quali lo scrittore aggiorna la tipologia del racconto con il ricorso a stratagemmi narrativi e scelte stilistiche che &lt;strong&gt;spesso disorientano il lettore&lt;/strong&gt;, lasciando la sensazione di trovarsi davvero davanti a qualcosa di nuovo e importante. Michael Chabon, uno dei guru della letteratura americana contemporanea, ha definito Hasak-Lowy "&lt;strong&gt;un nuovo stupefacente talento&lt;/strong&gt;" e i suoi racconti "storie accessibili nella loro modernità, già classiche nel loro tono autorevole". Un giudizio molto lusinghiero che coglie nel segno: con il loro mix di riferimenti sociologici, storici, quotidiani, i racconti di Hasak-Lowy mettono il lettore di fronte al nostro presente, interpretato attraverso la lente di un narratore che dimostra di avere &lt;strong&gt;interiorizzato con finezza la modernità&lt;/strong&gt;, con le sue miserie e le sue ossessioni, ma anche le grandi possibilità ironiche (e talvolta &lt;strong&gt;meta-letterarie&lt;/strong&gt;) che essa fornisce allo scrittore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il dramma privato di un &lt;strong&gt;rancoroso barista&lt;/strong&gt; del Museo dedicato agli ebrei vittime delle persecuzioni naziste; la &lt;strong&gt;strana metodologia di dieta&lt;/strong&gt; proposta da una compagnia di guardie del corpo; un inconsueto colloquio di lavoro; una storia che mischia la ricerca di un portafogli, una &lt;strong&gt;guerra nucleare "limitata"&lt;/strong&gt; e una buona dose di espedienti da "racconto nel racconto"; la morte di un uomo su una cyclette. Le storie di Todd Hasak-Lowy trattano di argomenti diversi, ma quello che li accomuna è lo stile dello scrittore, in questo erede della &lt;strong&gt;più grande tradizione ebraica&lt;/strong&gt;, che gli permette di unire, sotto l'egida di una ironia poco appariscente ma implacabile, aspetti di narrativa a dati statistici sulla popolazione obesa, storie di fantapolitica e modesti problemi quotidiani, fino a diventare &lt;strong&gt;egli stesso&lt;/strong&gt;, lo scrittore Hasak-Lowy, protagonista di una delle vicende che lui racconta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Storie come "Il colloquio di lavoro" &lt;strong&gt;hanno qualcosa di Kafka&lt;/strong&gt;, ma ci parlano della nostra vita quotidiana e della nostra società con una lucidità sorprendente. Altre, come "&lt;strong&gt;La Nazione dei predatori&lt;/strong&gt;", sono costruite con tempi narrativi perfetti. Altre ancora, come "Il compito di questo traduttore" o "La fine del portafogli di Larry", riescono a indagare con acutezza nei malesseri più striscianti dei rapporti quotidiani tra le persone, accostandoli sorprendentemente con &lt;strong&gt;grandi eventi globali&lt;/strong&gt;. Fino adarrivare a "Come morì il padre di Keith", un racconto dove quest'uomo è identificato solo come il genitore di suo figlio, ma di quest'ultimo la storia non tratta in nessun modo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Non parliamo la stessa lingua" è un libro che segna &lt;strong&gt;un momento importante per il racconto americano&lt;/strong&gt; e Todd Hasak-Lowy ha dimostrato di saper rinnovare la tradizione della short-story. Nel 2008 uscirà negli Usa il suo primo romanzo, &lt;strong&gt;una nuova sfida&lt;/strong&gt; che sarà interessante seguire.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1046536521748013602?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1046536521748013602/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1046536521748013602' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1046536521748013602'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1046536521748013602'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/10/il-mio-nome-todd.html' title='Il mio nome è Todd'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-9038229269787697725</id><published>2007-10-15T14:22:00.000Z</published><updated>2007-10-15T14:25:53.764Z</updated><title type='text'>Piccole ossessioni giapponesi</title><content type='html'>Una ragazza che ha subito una piccola mutilazione a un dito accetta di lavorare come assistente nel laboratorio del signor Deshimaru, dove si preparano “&lt;strong&gt;esemplari&lt;/strong&gt;”. Lentamente scivolerà in una strana storia d’amore e ossessione, venata di feticismo, che la avvinghierà a un uomo e a un paio di scarpe da cui non sarà più in grado di staccarsi. “&lt;strong&gt;L’anulare&lt;/strong&gt;”, romanzo del 1994 della scrittrice giapponese&lt;strong&gt; Ogawa Yoko&lt;/strong&gt; che viene ora pubblicato in Italia da Adelphi, è una storia misteriosa e rarefatta che, pur nella sua brevità, trascina il lettore in universo straniante e magnetico, nel quale non manca una, neppure tanto strisciante, &lt;strong&gt;inquietudine&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In una sorta di originale mix tra il &lt;strong&gt;Kawabata &lt;/strong&gt;de “Il paese delle nevi”, di cui conserva certe atmosfere opprimenti, i film del regista coreano &lt;strong&gt;Kim Ki-duk&lt;/strong&gt;, a cui è legata dall’indagine sui rapporti ossessivi, eppure amorosi e le storie brevi della nuova star della letteratura francese &lt;strong&gt;Amélie Nothomb&lt;/strong&gt;, Ogawa costruisce un libro che offre al lettore occidentale uno sguardo nuovo sulla società giapponese, nella quale convivono aspetti tradizionali (il rapporto uomo-donna, la cortesia) e altri sorprendenti (il feticismo, il diffuso ricorso alla misteriosa produzione del laboratorio di esemplari). Ma quello che è il cuore del libro è lo sguardo, &lt;strong&gt;tra il disincantato, l’ingenuo e l’ossessivo&lt;/strong&gt;, della giovane protagonista che, pur apparendo spesso una pedina manovrata da altri, in realtà persegue con ostinata noncuranza la propria scelta. &lt;strong&gt;E in fondo anche questo è amore&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nata nel 1962 a Okayama, Yoko è considerata una delle “&lt;strong&gt;ragazze terribili&lt;/strong&gt;” della nuova letteratura giapponese e ha già ricevuto numerosi premi nel proprio Paese. E, come i personaggi del suo romanzo, anche lei sembra essere riuscita a fissare sulla pagina &lt;strong&gt;il modo lieve e misterioso nel quale si manifestano le ossessioni&lt;/strong&gt;, oltre che a creare un oggetto letterario di forza narrativa non consueta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-9038229269787697725?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/9038229269787697725/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=9038229269787697725' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9038229269787697725'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9038229269787697725'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/10/piccole-ossessioni-giapponesi.html' title='Piccole ossessioni giapponesi'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-461263555904988997</id><published>2007-09-19T10:22:00.000Z</published><updated>2007-09-19T10:28:17.367Z</updated><title type='text'>Nasce (forse) il nuovo romanzo italiano</title><content type='html'>Un incrocio tra un’indagine sociologica sul malessere profondo di un Paese &lt;strong&gt;senza più parametri di riferimento&lt;/strong&gt; e un pamphlet scritto da un Voltaire che scopre inattese inclinazioni per lo splatter. “&lt;strong&gt;Italian fiction&lt;/strong&gt;”, romanzo del ventisettenne genovese Michele Vaccari, è un oggetto letterario che piomba sul palcoscenico italiano con &lt;strong&gt;la furia di un ciclone rabbioso&lt;/strong&gt; e lascia il lettore scioccato e stupito di fronte all’evidenza di una scrittura ricercata fino all’eccesso e di una storia in cui tutti i personaggi sono mostri quotidiani che sorpassano &lt;strong&gt;senza farsi troppe domande&lt;/strong&gt; le proprie linee d’ombra. Edito da Isbn, casa editrice che mostra un occhio particolarmente attento alle nuove tendenze letterarie, il libro di Vaccari &lt;strong&gt;fa a pezzi con leggerezza l’intera tradizione del romanzo classico&lt;/strong&gt;, lasciando sul terreno vittime illustri come la coerenza narrativa, la verosimiglianza e pure le unità di luogo e tempo care al teatro. E ogni tanto il gioco è così spinto che pare che, insieme all’acqua sporca, Vaccari &lt;strong&gt;butti via anche il bambino&lt;/strong&gt;. Ma in realtà l’operazione è lucida e l’effetto è quello di una rivelazione su come raccontare il presente italiano – esploso e folle - in maniera così vivida &lt;strong&gt;da mozzare il fiato&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia è, per modo di dire, quella di una fuga d’amore tra un &lt;strong&gt;hardcore warrior&lt;/strong&gt;, Guido, che passa le notti in discoteca imbottito di pasticche e si rilassa facendo a pezzi le automobili altrui, ed Elena, “&lt;strong&gt;forse la migliore cosplay d’Italia&lt;/strong&gt;”. Dove per cosplay si intendono ragazze che impersonano le dive dei fumetti ad uso di fanatici appassionati delle eroine di carta. Lui violento e “fascio”, lei gelida e interessata solo ai propri capelli, si scontrano per caso per le vie di &lt;strong&gt;Vigasio&lt;/strong&gt;, allucinante paesino della provincia veronese, e da quel momento inizia il loro viaggio improbabile – tanto in termini di realismo quanto di tempi narrativi – verso la Scandinavia, per partecipare a &lt;strong&gt;un rave party che durerà fino alla fine dei tempi&lt;/strong&gt;. Intorno a loro il mondo crolla, devastato dall’esplosione della follia della gente comune che, per i più futili motivi, sceglie la via &lt;strong&gt;assoluta e grottesca&lt;/strong&gt; della violenza. In fondo al viaggio di Guido ed Elena c’è la città-utopia di Appearence, dove tutto ciò che conta, appunto, è apparire, in una sublimazione al vetriolo dell’etica da reality-show che si stende, sembra dirci Vaccari, &lt;strong&gt;come una maledizione&lt;/strong&gt; sulla nostre società evolute.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“&lt;strong&gt;La realtà non esiste mai e, quando esiste, tutti preferiscono nasconderla&lt;/strong&gt;” dice a un certo punto il padre di Guido, anche lui in fuga dall’orrore quotidiano addirittura nei panni di Mal dei Primitives. E, come in &lt;strong&gt;un “Candide” immerso nell’acido lisergico&lt;/strong&gt;, “Italian fiction” ci racconta questo mondo impazzito e fittizio con un abuso di metafore e citazioni pop che danno la cifra stilistica della voce di Vaccari, ridondante come si addice a un vero moralista. Alla fine, al termine di un viaggio da incubo che &lt;strong&gt;fa pensare anche all’ultimo Céline&lt;/strong&gt;, si intravede forse una via d’uscita dalla follia dell’apparenza a tutti i costi nella “&lt;strong&gt;sedizione&lt;/strong&gt;” a cui Guido dice di voler dare inizio. In realtà il romanzo è &lt;strong&gt;tutto tranne che consolatorio&lt;/strong&gt; e la visione del mondo che ne deriva è desolante come poche altre. Ma è anche uno sguardo sul presente che entra in zone oscure, di cui &lt;strong&gt;si tende a non parlare&lt;/strong&gt;, del malessere profondo di un Italia che finora non avevamo mai potuto guardare in questo modo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-461263555904988997?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/461263555904988997/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=461263555904988997' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/461263555904988997'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/461263555904988997'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/09/nasce-forse-il-nuovo-romanzo-italiano.html' title='Nasce (forse) il nuovo romanzo italiano'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5311152545083518563</id><published>2007-09-12T20:02:00.000Z</published><updated>2007-09-12T20:15:29.423Z</updated><title type='text'>Le visioni italiane di Mimmo Jodice</title><content type='html'>Luoghi d'Italia letti dall'obbiettivo nitido e visionario di uno dei più grandi fotografi del nostro Paese. La mostra "&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.flickr.com/photos/bombatus72/1366440087/" target="new"&gt;Perdersi a guardare&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;", che si inaugura oggi presso il Centro internazionale di fotografia Forma di Milano, è un omaggio a &lt;strong&gt;Mimmo Jodice&lt;/strong&gt; e al suo lavoro trentennale, che si concentra però solo sugli scatti italiani del fotografo. Un viaggio che, nelle parole di Jodice stesso, racconta l'Italia "non nella sua quotidianità, ma attraverso un percorso che segue l'immaginazione e che comprende &lt;strong&gt;le mie visioni e le mie inquietudini&lt;/strong&gt;". Il risultato sono 160 immagini di grande formato e grande impatto, sospese in quello spazio in cui abbondano le emozioni e mancano sicuri riferimenti temporali, che è la &lt;strong&gt;cifra stilistica&lt;/strong&gt; del maestro napoletano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torino, Napoli, Stromboli, Milano, le architetture, i reperti archeologici, i luoghi più famosi rivisitati dallo sguardo di Jodice: il suo &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/bombatus72/1367337126/" target="new"&gt;&lt;strong&gt;viaggio attraverso Italia&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;è articolato in periodi diversi e le immagini, nate senza l'idea di essere raccolte in un unica esposizione, sono legate tra loro da rimandi sottili e a volte imprevedibili. &lt;strong&gt;Un'ambiguità affascinante&lt;/strong&gt; che lo stesso Jodice eleva quasi a forma programmatica del suo lavoro: "Le fotografie - ha spiegato sorridendo - un po' &lt;strong&gt;sono quello che sembrano&lt;/strong&gt; piuttosto che quello che sono". Una considerazione solo apparentemente ironica, come i suoi scatti stanno a dimostrare, e l'Italia che ci raccontano è un Paese che sembra magico, quasi&lt;strong&gt; irreale&lt;/strong&gt; nella sua bellezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"L'Italia in questi trent'anni - ha detto Jodice, &lt;strong&gt;timido e cortese sotto la barba bianca&lt;/strong&gt; - è cambiata, non in meglio. Le città sono invase da automobili, cartelloni pubblicitari e ci manca lo &lt;strong&gt;spazio per contemplare&lt;/strong&gt;, ci manca il dialogo con la città. La bellezza dei luoghi la sento &lt;strong&gt;tradita&lt;/strong&gt; e vorrei avere la bacchetta magica per ripulire, per ridare visibilità agli spazi e alla storia contenuta nei luoghi". Forse la bacchetta magica Jodice non la possiede, ma nelle sue fotografie ha la capacità di catturare il fascino e il mistero dei luoghi, sia che si tratti di fabbriche, strade suburbane, o di piazza San Pietro e dei &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/bombatus72/1367336842/" target="new"&gt;&lt;strong&gt;musei archeologici&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. "Mimmo Jodice - ha detto la curatrice della mostra milanese, Alessandra Mauro - ci insegna a guardare, per esercitare una visione che sia autentica, profonda, lontana dagli stereotipi". &lt;strong&gt;Provare per credere&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5311152545083518563?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5311152545083518563/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5311152545083518563' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5311152545083518563'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5311152545083518563'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/09/le-visioni-italiane-di-mimmo-jodice.html' title='Le visioni italiane di Mimmo Jodice'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7443425078813286157</id><published>2007-09-01T16:31:00.000Z</published><updated>2007-09-02T13:06:44.223Z</updated><title type='text'>Il soffio della passione</title><content type='html'>Lui è in carcere e attende la &lt;strong&gt;condanna a morte&lt;/strong&gt;, alla quale vorrebbe sfuggire, senza successo, tentando il suicidio. Lei &lt;strong&gt;fa sculture&lt;/strong&gt;, ha un marito e una figlia con cui vive in una casa arredata con grazia. Lei si innamora di lui, lo va a trovare in carcere, gli racconta di quando, da bambina, è “&lt;strong&gt;morta per cinque minuti&lt;/strong&gt;” dopo un gioco di apnea subacquea spintosi un po’ più in là. Poi decora le pareti della stanza dei colloqui e, complice il misterioso direttore del carcere, inventa per lui uno specialissimo karaoke delle stagioni e, in un amplesso che ha &lt;strong&gt;più di un punto in comune con la morte&lt;/strong&gt;, ama il prigioniero sotto l’occhio incessante della telecamera. Dopo di che tornerà alla vita di prima. “&lt;strong&gt;Soffio&lt;/strong&gt;” è il nuovo film di &lt;strong&gt;Kim Ki-duk&lt;/strong&gt;, e la storia è un condensato della poetica dell’autore coreano, sempre più a proprio agio tra i &lt;strong&gt;grandi del cinema di oggi&lt;/strong&gt;. Un film che ipnotizza, sorprende, lascia le solite domande a cui è difficile dare una risposta e, come in tanti altri lavori di Kim, ci ricorda che l’amore è un’impresa &lt;strong&gt;complessa e indecifrabile&lt;/strong&gt;, che trova una sua dimensione assoluta quando danza con l’altro arcano inconoscibile, la morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Soffio” affonda la sua forza nel &lt;strong&gt;contrasto&lt;/strong&gt; tra l’ambiente gelido della scenografia (l’inverno coreano, le nude pareti delle prigioni che tanto spesso ricorrono nei film di Kim Ki-duk, senza che per questo il loro &lt;strong&gt;ancestrale mistero&lt;/strong&gt; ci sia chiarito) e la devastante passione che incendia gli amanti impossibili. E si arricchisce di una &lt;strong&gt;riflessione&lt;/strong&gt; (è proprio il caso di dirlo) metacinematografica quando veniamo a sapere che il volto che si specchia nel monitor del misterioso direttore del carcere che tutto scruta con le sue telecamere &lt;strong&gt;è proprio quello del regista&lt;/strong&gt;, assurto qui a onnipotente gestore del destino degli amanti, forse con il segreto scopo di regalare al condannato un ultimo &lt;strong&gt;bruciante &lt;/strong&gt;assaggio della vita e alla donna quella indicibile emozione che le consentirà, appagata un po’ come lo fu Ulisse &lt;strong&gt;del mistero del mondo&lt;/strong&gt;, di ritornare alla sua Itaca domestica. Oppure solo di ricordarci una volta di più, l’essenza ambigua e ricca di fascino della settima arte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su tutto domina la passione, che nel film è coltivata anche da altri personaggi, come il compagno di cella del protagonista o l’amante del marito della donna, che lui, una volta scoperto il segreto della moglie, deciderà di lasciare. La coppia sembra ritrovare una sua &lt;strong&gt;normalità&lt;/strong&gt; (ma che cos’è la normalità ci viene da chiederci ogni volta che guardiamo un film di Kim Ki-duk o &lt;strong&gt;la fila del sabato pomeriggio&lt;/strong&gt; in un supermercato) mentre per il condannato non c’è alternativa alla morte, che pure sembra venire da un &lt;strong&gt;eccesso di amore possessivo&lt;/strong&gt; (altro “fondamentale” del cinema di Kim). E la domanda nasce spontanea: solo &lt;strong&gt;la rinuncia o la morte&lt;/strong&gt; sono le alternative alla passione che “entra nelle nostre stanze e le brucia”? A giudicare dalla sinossi del film verrebbe da dire di sì, ma c’è una &lt;strong&gt;terza via&lt;/strong&gt; che il regista percorre sicuro ed è quella dell’arte di guardare e di raccontare questa passione, il cui brillante ardore&lt;strong&gt; scalda e illumina un po’ anche noi&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7443425078813286157?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7443425078813286157/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7443425078813286157' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7443425078813286157'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7443425078813286157'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/09/il-soffio-della-passione.html' title='Il soffio della passione'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4302452130791573959</id><published>2007-08-16T14:32:00.000Z</published><updated>2007-08-27T18:43:56.451Z</updated><title type='text'>Truman e gli alieni</title><content type='html'>Arrivano&lt;strong&gt; improvvisamente&lt;/strong&gt; in città senza che sia chiara la loro provenienza, spesso sconvolgono la vita di diverse persone e dopo il loro passaggio le cose non saranno &lt;strong&gt;mai più come prima&lt;/strong&gt;. Sono i bambini che compaiono in diversi, magistrali racconti di Truman Capote, scrittore la cui abilità straordinaria per la short-story è stata&lt;strong&gt; forse un po’ trascurata&lt;/strong&gt;. Eppure la nuova antologia completa edita da Garzanti (“La forma delle cose”) è un libro di&lt;strong&gt; grandezza inusitata&lt;/strong&gt;, che celebra degnamente il talento di uno scrittore visionario come pochi, maestro di stile ma anche di mistero, come molti dei suoi racconti stanno lì a dimostrare. Recensendo il libro Pietro Citati si è soffermato proprio sui &lt;strong&gt;bambini di Capote&lt;/strong&gt;, che sembrano essere degli alieni caduti sulla Terra da chissà quale misterioso pianeta e, come insegna la migliore fantascienza, queste enigmatiche figure in fondo restano sempre &lt;strong&gt;inconoscibili&lt;/strong&gt;, per quanto noi si tenti di stabilire un contatto con loro, se non altro scrivendo o leggendo le loro storie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appleseed, miss Bobbit, Miriam. Tre bambini che &lt;strong&gt;sconvolgono.&lt;/strong&gt; I primi due una città, la terza la vita di un’anziana signora. &lt;strong&gt;Tutti e tre noi lettori&lt;/strong&gt;. Hanno doti fuori dal comune (come esponenti di una civiltà extraterrestre) e fanno cose che non si riesce a spiegare: Appleseed &lt;strong&gt;conta tutti i nichelini&lt;/strong&gt; contenuti in un grande boccale; miss Bobbit strega una comunità intera con i suoi modi di fare e la sua &lt;strong&gt;abilità di ballerina&lt;/strong&gt;; Miriam appare e scompare nei modi e nei momenti più improbabili e &lt;strong&gt;liberarsi di lei è impossibile&lt;/strong&gt;. Kilgore sa che nessun critico &lt;strong&gt;dotato di senno&lt;/strong&gt;, e che tenga un minimo alla sua reputazione, si azzarderebbe mai a sostenere che Capote è un &lt;strong&gt;grande scrittore di fantascienza&lt;/strong&gt;, ma forse, da questa nostra modesta tribuna, possiamo azzardarci a pensare che possa essere &lt;em&gt;anche&lt;/em&gt; un maestro occulto della science-fiction. In fondo ciò che noi possiamo capire di questi bambini-alieni non è molto diverso da ciò che gli esploratori galattici di &lt;strong&gt;Arthur C. Clarke&lt;/strong&gt; (che Kilgore da sempre preferisce ad Asimov, non ce ne voglia il caro basettone) sanno delle immense statue abbandonate da civiltà extraterrestri ormai scomparse. In fondo la solitudine di questi ragazzini, che Capote ha la magnetica intuizione di descrivere come se fossero adulti, è la stessa che coglie la sentinella galattica di &lt;strong&gt;Fredric Brown&lt;/strong&gt; o l’impostore di &lt;strong&gt;Phil Dick&lt;/strong&gt;... azzardato? Senza dubbio. Però, almeno per Kilgore, molto affascinante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ce ne voglia l’ottimo Truman, che certamente non pensava a se stesso come a uno scrittore di fantascienza, genere da sempre – quanto ingiustamente! - relegato ai margini della grande cultura che invece Capote frequentava da&lt;strong&gt; legittimo protagonista&lt;/strong&gt;. Ma noi che amiamo tanto racconti &lt;em&gt;alti&lt;/em&gt; come “Il falco senza testa” di Capote, quanto &lt;em&gt;avventurosi &lt;/em&gt;come “Il duello” di Brown, forse &lt;strong&gt;possiamo permetterci il paragone&lt;/strong&gt;. Che si arricchisce di umori alieni se ai bambini di Truman aggiungiamo anche le straniate ragazze che popolano i suoi racconti con una dolcezza misteriosa che ci rimanda ad altri luoghi (&lt;strong&gt;&lt;em&gt;altre voci... altre stanze&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;), dove – proprio come su un altro pianeta – vigono regole diverse, che noi non sempre possiamo capire. Psicologia spicciola magari, che però nelle mani di Truman Capote diventa un &lt;strong&gt;oggetto splendente e unico&lt;/strong&gt;, un po’ come l’uovo di cristallo di H. G. Wells. E così, chissà che il cerchio non si chiuda.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4302452130791573959?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4302452130791573959/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4302452130791573959' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4302452130791573959'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4302452130791573959'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/08/truman-e-gli-alieni.html' title='Truman e gli alieni'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-5069327115961374757</id><published>2007-08-01T15:07:00.000Z</published><updated>2007-08-01T15:09:42.269Z</updated><title type='text'>Un'avventura (racconto ferroviario)</title><content type='html'>Il treno è moderno e silenzioso.&lt;br /&gt;L’uomo, seduto in un posto vicino il finestrino, appare assorto nella lettura del quotidiano. Talvolta alza lo sguardo e scruta il paesaggio, con noncuranza forse troppo calcolata. L’uomo oggi sta viaggiando solo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La donna è giovane e da questo viaggio si aspetta delle risposte.&lt;br /&gt;Dietro alle domande c’è sempre una storia d’amore, lei lo sa, e la sua vita è sempre stata piena di domande. Indossa un top azzurro e ha con sé una valigia di stoffa semirigida. Siede lungo il corridoio e guarda le scarpe dei viaggiatori quando le passano accanto per raggiungere il vagone ristorante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paesaggio è una finzione, pensa l’uomo.&lt;br /&gt;La sua bellezza mutevole e gratuita è una promessa che non verrà mai mantenuta. Come se la vita ti facesse vedere tutto, salvo poi permetterti di raggiungere solo una minima parte di ciò che puoi desiderare. Questa oggi per l’uomo è la vera tristezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei tanto che tu. Ricordati di. Non hai capito che.&lt;br /&gt;I pensieri della donna scivolano rapidi come gli alberi e le città mobili di là del vetro che lei non guarda. La tua assenza. Sei cambiato eppure. Parlami davvero, per una volta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una hostess in divisa arancione attraversa il corridoio spingendo il carrello del mini bar. L’uomo, come d’abitudine, rifiuta. Anche se affamato.&lt;br /&gt;La donna resta a lungo in silenzio. Poi chiede un bicchiere di aranciata amara. Mentre lo porta alle labbra il treno ha un sobbalzo e qualche goccia cade sul pavimento, accanto ai sandali delle donna.&lt;br /&gt;L’hostess continua a sorridere, quindi si allontana con l’accompagnamento del tintinnìo delle bottiglie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo punto qualcosa cambia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uomo chiude il giornale, che non ha finito di leggere, e fissa il finestrino.&lt;br /&gt;La forza delle possibilità inespresse lo sta soggiogando e un giorno lo ucciderà. Sente che la sua vita, le sue scelte, i suoi attuali pensieri e desideri sono soltanto un riflesso di qualcos’altro.&lt;br /&gt;Come se le circostanze lo avessero trascinato a valle senza chiedergli il consenso.&lt;br /&gt;Guarda la corsa del paesaggio e desidera una cosa sola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La donna si alza dal suo posto, inquieta.&lt;br /&gt;Le risposte che sta cercando, ha capito, non sono certo al capolinea di questo viaggio.&lt;br /&gt;Vorrebbe che il treno non si fermasse mai, che rimanesse in movimento per sempre, che le luci che illuminano il corridoio, questo luogo sospeso sul niente, rimanessero accese all’infinito.&lt;br /&gt;Così avrebbe una giustificazione, così potrebbe dire a tutti non posso mi spiace sono in viaggio. E intanto le cose potrebbero mutare lontano da lei, protetta in questo microcosmo su due binari che corre a una velocità di vita che fuori non è più concepibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come se tu. Come se tu. Come oggi, domani, ieri e forse per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lei guarda l’uomo, alzandosi. E vede i suoi occhi sfumati da lacrime leggere. Lei guarda lo sconosciuto e sente il desiderio di abbracciarlo, di baciarlo, di sentire i suoi capelli tra le sue dita e il suo profumo sulla sua pelle.&lt;br /&gt;Di quanti baci si ha bisogno in una vita?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi sei. Chiede l’uomo&lt;br /&gt;Siamo qui. Dice la donna. Un corridoio.&lt;br /&gt;Il treno è deserto. Dice l’uomo.&lt;br /&gt;E se tu potessi. Rifaresti tutto?&lt;br /&gt;Forse. Ma sarebbe banale.&lt;br /&gt;Adesso. Qui. Io non ti conosco. Dice lei.&lt;br /&gt;Adesso, qui. Dice lui.&lt;br /&gt;Dimmi qualcosa. Dice lei.&lt;br /&gt;Dove sei stata in tutto questo tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si baciano si baciano con furore ma lei, che lo sovrasta di alcuni centimetri, tiene sempre una mano sulla nuca dell’uomo. Con dolcezza.&lt;br /&gt;Lui la cerca attraverso i vestiti, abbraccia le sue anche, segue il filo esile delle sue spalle, gioca con le lievi asimmetrie del suo sguardo.&lt;br /&gt;Lei chiude gli occhi solo a intermittenza, cerca le mani dell’uomo e annusa con entusiasmo l’odore che i loro corpi cominciano a emanare.&lt;br /&gt;Se in questo momento guardassero fuori dai finestrini si accorgerebbero, probabilmente senza troppo stupore, che il paesaggio è scomparso e dall’esterno filtra soltanto una luce bianca, come di neon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avevo un solo grande desiderio. Dice lui. Quella casa.&lt;br /&gt;Volevi il prato. Dice lei.&lt;br /&gt;Il prato.&lt;br /&gt;E volevi me.&lt;br /&gt;Volevo te.&lt;br /&gt;Dove siamo. Dove stiamo andando. Dice lei.&lt;br /&gt;Siamo qui. Adesso. Risponde lui.&lt;br /&gt;La tua vita. Dice lei.&lt;br /&gt;La mia vita. Avrei voluto che.&lt;br /&gt;Lo so. Le cose erano troppo grandi.&lt;br /&gt;Troppo grandi. Ma non chiedermelo.&lt;br /&gt;Devo farlo. Devo chiedertelo.&lt;br /&gt;Se il resto non ci fosse. Dice lui.&lt;br /&gt;E se nessuno soffrisse. Dice lei.&lt;br /&gt;Nessuno.&lt;br /&gt;E il resto non ci fosse.&lt;br /&gt;Lo sai. Dice lui.&lt;br /&gt;Ho bisogno che tu lo dica. Dice lei.&lt;br /&gt;Qui e ora. In questo corridoio.&lt;br /&gt;Adesso.&lt;br /&gt;Sì.&lt;br /&gt;Ripetilo.&lt;br /&gt;Un milione di volte sì. Dice l’uomo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non c’è una stazione alla fine di questo racconto.&lt;br /&gt;Soltanto un uomo e una donna che camminano in silenzio su di un lungo marciapiede, in direzioni opposte.&lt;br /&gt;Portano una valigia ciascuno.&lt;br /&gt;E stanno lentamente sparendo nella foschia, come perduti nell’orizzonte.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-5069327115961374757?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/5069327115961374757/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=5069327115961374757' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5069327115961374757'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/5069327115961374757'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/08/unavventura-racconto-ferroviario.html' title='Un&apos;avventura (racconto ferroviario)'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-156895555724550499</id><published>2007-07-19T18:20:00.001Z</published><updated>2007-07-20T18:11:14.350Z</updated><title type='text'>Metti una sera i Pet Shop Boys</title><content type='html'>Quando andavo al liceo avrei &lt;strong&gt;dato un dito&lt;/strong&gt; per assitere dal vivo a un concerto dei Pet Shop Boys. Con, grosso modo, &lt;strong&gt;20 anni di ritardo&lt;/strong&gt; ieri sera ce l’ho fatta. Tra le centinaia di tipi un po’ strani in piedi sulle sedie di Villa Arconati per l’unico show della band londinese in Italia, c’ero anche io. In sala mi aspettavo di trovare &lt;strong&gt;più “mod”&lt;/strong&gt;, con i loro occhiali di celluloide e le camice strette. Qualcuno a dire la verità c’era, insieme pure a giovani che non avrebbero certo sfigurato &lt;strong&gt;nella Factory di Andy Warhol&lt;/strong&gt;. Ma il resto del pubblico era perlopiù gente “normale”, con qualche – sebbene non frequente - scivolata pure nel modello banalotto del muscoloso-con-barbetta-rasata-sottilissima. Gasp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma una volta spente le luci – su una struttura, bisogna dirlo, per quanto bellissima come scenografia e tutto il resto &lt;strong&gt;non adatta&lt;/strong&gt; a un concerto di questo tipo: da due terzi dei settori era impossibile vedere e bisognava arrangiarsi in altre maniere... – eccoli qui, nella loro &lt;strong&gt;luccicante sonorità&lt;/strong&gt;, i mitici &lt;strong&gt;ragazzi del negozio di piccoli animali&lt;/strong&gt;. Ve lo confesso: quando è partita “Left to my own devices”, primo brano in scaletta, mi sono emozionato. &lt;strong&gt;Neil Tennant&lt;/strong&gt;, classe 1954, vuol dire oggi 53enne, e &lt;strong&gt;Chris Lowe&lt;/strong&gt;, di cinque anni più giovane, si sono presentati sul palco rispettivamente con marsina e cilindro il primo e incredibile &lt;strong&gt;felpa giallo fosforescente con cappuccio&lt;/strong&gt; il secondo. Quest’ultimo capo era pure in vendita nello shop ufficiale: mi ha trattenuto dal comprarlo solo il fatto che costasse &lt;strong&gt;60 euri&lt;/strong&gt;. Che fosse pressoché impossibile da indossare in qualunque altra situazione della vita non mi è neppure passato per l’anticamera del cervello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno schermo mobile e &lt;strong&gt;molto optical&lt;/strong&gt; fa da sfondo allo show dei due Psb, che ormai ammiccano con grande stile all’arte contemporanea, quasi da sembrare due novelli &lt;strong&gt;Gilbert&amp;amp;George&lt;/strong&gt;. E &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/bombatus72/851894574/"&gt;le suggestioni di &lt;strong&gt;Rothko e di Beckett&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; si fondono bene con i brani più famosi della band, da “Always on my mind” a “Domino dancing”, passando per la straordinaria “&lt;strong&gt;Rent&lt;/strong&gt;” e per le mitiche “&lt;strong&gt;Suburbia&lt;/strong&gt;” e “&lt;strong&gt;West end girl&lt;/strong&gt;”. Grandissimi. Anche nel contaminarsi con un gruppo di musicisti afro, che oltre a una presenza scenica di forza latinoamericana, regalano al pubblico anche una versione inedita e &lt;strong&gt;low-tech&lt;/strong&gt; di “So Hard”. &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/bombatus72/851894598/"&gt;L’apoteosi però è finale&lt;/a&gt;, con la doppietta che vale il biglietto: “&lt;strong&gt;It’s a sin&lt;/strong&gt;” e, di seguito, anzi in crescendo, “&lt;strong&gt;Go West&lt;/strong&gt;”. Folla impazzita, Tennant – grigio di capelli ma con la stessa voce di 20 anni fa – che gigioneggia col suo cappotto a coda e Lowe sempre superbamente impassibile. Io c'ero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto forse passati di moda, i Pet Shop Boys restano una &lt;strong&gt;pietra miliare&lt;/strong&gt; per un certo tipo di musica, che riesce ancora a creare sonorità dance, senza però &lt;strong&gt;rinunciare all'armonia&lt;/strong&gt;. E contaminando le discipline artistiche ci mandano a casa con la gradevole sensazione, dopo tanto ballare e cantare, di aver preso parte a &lt;strong&gt;un’esperienza che è, a tutti gli effetti, cultura&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-156895555724550499?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/156895555724550499/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=156895555724550499' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/156895555724550499'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/156895555724550499'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/07/metti-una-sera-i-pet-shop-boys_19.html' title='Metti una sera i Pet Shop Boys'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-8978965409450253964</id><published>2007-07-18T15:15:00.000Z</published><updated>2007-07-18T15:16:41.173Z</updated><title type='text'>La piscine, la dimanche</title><content type='html'>La morsicata di una zanzara impertinente&lt;br /&gt;Ti ha punteggiato il corpo&lt;br /&gt;Stretto nell’euforia domenicale e collettiva&lt;br /&gt;Dell’estate di provincia&lt;br /&gt;E il tuo sorridere si mescolava&lt;br /&gt;Al luccichio di slip argentei&lt;br /&gt;Al tramestio segreto dei giochi dei bambini&lt;br /&gt;All’orizzonte cremoso di una giornata&lt;br /&gt;Che abbiam tentato di prolungare&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avrebbe voluto chiederle&lt;br /&gt;Mi passi il sale per favore&lt;br /&gt;Soltanto per sentire ancora nella nuca&lt;br /&gt;Quel brivido d’intimità infantile&lt;br /&gt;Che fosse scudo a tutto ciò che non sapeva&lt;br /&gt;Ma lei, sfuggendo alle regole del gioco,&lt;br /&gt;lo sorprendeva con una bracciata&lt;br /&gt;a tradimento&lt;br /&gt;ed una gara che già era incominciata&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-8978965409450253964?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/8978965409450253964/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=8978965409450253964' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8978965409450253964'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/8978965409450253964'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/07/la-piscine-la-dimanche.html' title='La piscine, la dimanche'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-1215702792128009391</id><published>2007-07-11T14:35:00.000Z</published><updated>2007-07-11T14:41:17.064Z</updated><title type='text'>Un giovane Holden postmoderno</title><content type='html'>Un &lt;strong&gt;ragazzo del Wyoming&lt;/strong&gt; parte per arruolarsi nell’esercito e finisce coinvolto in una serie di eventi incredibili che lo porteranno fino a essere accusato di terrorismo e recluso a Guantanamo, prima che qualcosa di molto simile al “&lt;strong&gt;deus ex machina&lt;/strong&gt;” del teatro greco classico arrivi a regalare un ultimo colpo di scena. Molto in breve è questa la storia che ci racconta “&lt;strong&gt;Callisto&lt;/strong&gt;”, romanzo scoppiettante firmato dal misterioso autore &lt;strong&gt;Torsten Krol&lt;/strong&gt;, che viene pubblicato in questi giorni in Italia da Isbn edizioni. Un libro &lt;strong&gt;inconsueto, potente e magnetico&lt;/strong&gt;, costruito attorno al suo protagonista, Odell Deefus, un ragazzone che viene dalla periferia degli Usa, non è istruito e guarda al mondo con un’ingenuità disarmante. Insomma, un personaggio difficile da dimenticare e che sembra la versione aggiornata &lt;strong&gt;dell’Holden Caulfield di Salinger&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come il suo illustre predecessore, anche Odell deve in qualche modo cercare di farsi largo nel &lt;strong&gt;caos &lt;/strong&gt;del mondo, ma l’universo di cui si occupa Krol è quello &lt;strong&gt;impazzito e paranoide&lt;/strong&gt; degli Stati Uniti del dopo 11 settembre, un Paese spaventato nel quale si muovono presunti terroristi, agenti corrotti, predicatori televisivi, spacciatori e misteriosi uomini della Sicurezza nazionale. Il tutto sotto una &lt;strong&gt;cappa di controllo tecnologico&lt;/strong&gt; e di esasperata paranoia che fa pensare a &lt;strong&gt;Don Delillo&lt;/strong&gt; e, ancor di più, a &lt;strong&gt;Thomas Pynchon&lt;/strong&gt;. Un autore che possiamo accostare a Krol anche per la scelta di invisibilità: l’autore di “Callisto” vive infatti nell’interno selvaggio dell’Australia e comunica solo via e-mail.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una &lt;strong&gt;scelta di solitudine&lt;/strong&gt; che non sembra però danneggiare la fantasia di Torsten Krol, che nelle 400 pagine del romanzo immagina situazioni rocambolesche, talvolta al limite del ridicolo, ma che trovano una loro giustificazione nella personalità &lt;strong&gt;semplice e universale&lt;/strong&gt; di Odell. Che se anche non sa parlare molto bene – e Krol è straordinario nel creare una &lt;strong&gt;lingua su misura&lt;/strong&gt; per lui, rendendo terribilmente complicato il lavoro del traduttore Francesco Pacifico – riesce sempre a riportare la vicenda su un piano più umano. “Succedevano troppe cose – dice a un certo punto il protagonista – e tenere dietro a tutto quanto &lt;strong&gt;stava diventando molto difficile&lt;/strong&gt;. Io cosa volevo, una vita semplice, io, Lorraine e un paio di figli in questa casa qui che è perfetta per allevare bambini non c’è praticamente traffico per strada è molto sicuro per i bambini”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nella trama &lt;strong&gt;abnorme&lt;/strong&gt;, che serve a Krol anche per creare una satira pungente degli Stati Uniti, si intrecciano molti dei temi d’attualità più scottanti: oltre al terrorismo, il problema del dialogo con il diverso: i personaggi di “Callisto” – che è il nome della contea dove si svolge il romanzo – credono che &lt;strong&gt;bin Laden si chiami Sammy&lt;/strong&gt; e danno per scontato il parallelismo musulmano-terrorista. E poi le congreghe di cristiani rinati che svolgono un ruolo ambiguo, i metodi poco ortodossi della polizia, i centri di detenzione segreta, gli intrighi per spingere un candidato alla Casa Bianca, le misteriosi propaggini di un potere che sembra vedere e sapere tutto. L’ingenuità ottusa di Odell, che stravede per &lt;strong&gt;Condoleezza Rice&lt;/strong&gt; tanto da tenere una sua foto nel passaporto, fatica a trovare un suo spazio in questo mondo impazzito. “Penso che sei caduto dal cielo l’altro ieri – gli dice Lorraine, la sbrigativa e losca ragazza  di cui Odell si innamora – Nessuno si comporta come dovrebbe comportarsi. Né i politici che&lt;strong&gt; ingrassano con i soldi dei lobbysti&lt;/strong&gt;, né i predicatori televisivi a caccia di donne, né gli sbirri e neppure io, per questo non mi lamento come dovrei”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si lamenta neppure Odell, nonostante &lt;strong&gt;l’incredibile serie di sventure che gli capitano&lt;/strong&gt;. E nel suo essere in qualche modo vicino al “buon selvaggio” di Rousseau forse possiamo trovare una possibile speranza per il futuro. In un mondo falso e violento, un uomo di un metro e novanta che si commuove leggendo sempre lo stesso libro per ragazzi è un &lt;strong&gt;patrimonio da tutelare&lt;/strong&gt;. Così come il talento di Krol.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-1215702792128009391?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/1215702792128009391/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=1215702792128009391' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1215702792128009391'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/1215702792128009391'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/07/un-giovane-holden-postmoderno.html' title='Un giovane Holden postmoderno'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4347556835608101546</id><published>2007-07-02T10:54:00.000Z</published><updated>2007-07-02T11:03:18.894Z</updated><title type='text'>Le braccia forti di Phil</title><content type='html'>“Ciò che fa grande una storia è l’elemento umano”. &lt;strong&gt;Phil LaMarche&lt;/strong&gt;, 31enne scrittore statunitense che debutta in Italia con il suo primo romanzo “&lt;strong&gt;American Youth&lt;/strong&gt; – Un omicidio involontario” (Bompiani), ha le idee chiare su ciò a cui deve puntare la letteratura: &lt;strong&gt;descrivere la condizione umana&lt;/strong&gt;. Timido e pacato, ma con braccia forti - nella tradizione dei più solidi scrittori dell’America rurale – Phil LaMarche, a Milano per il lancio del suo libro, ha scritto un &lt;strong&gt;romanzo di formazione d’impianto classico&lt;/strong&gt;, che però prova a fare luce su alcuni aspetti controversi della realtà americana come la diffusione delle armi e le bande giovanili politicizzate. “American Youth” è infatti il nome di un’associazione di giovani conservatori che avvicinano il protagonista del romanzo, l’adolescente Ted LeClare, dopo che questi viene messo sotto inchiesta per &lt;strong&gt;l’omicidio di un coetaneo&lt;/strong&gt;, ferito a morte da un colpo partito dal fucile del padre di Ted, seppur sparato dal fratello della vittima. Ma su Ted pesa il sospetto di avere mostrato l’arma ai due amici e di avere caricato il proiettile fatale. Nel periodo necessario per lo svolgimento delle indagini di polizia il ragazzi attraverserà &lt;strong&gt;la propria linea d’ombra&lt;/strong&gt; e, non senza sofferenze, arriverà a diventare più maturo e consapevole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le recenti stragi nei campus universitari degli Stati Uniti hanno portato una volta di più sotto i riflettori della cronaca il tema del &lt;strong&gt;possesso delle armi&lt;/strong&gt;. Nel romanzo di LaMarche però emerge anche un aspetto di cui in Europa si sa poco, ossia il forte legame che unisce molta gente comune, non dei fanatici estremisti, alle proprie armi. “Quando mio padre ha lasciato casa nostra per trasferirsi per lavoro – ha raccontato LaMarche – mi ha messo &lt;strong&gt;un fucile sotto il letto&lt;/strong&gt; e mi ha detto di usarlo nel caso la nostra famiglia fosse stata minacciata. Vivevamo soli in una casa di campagna e l’arma rappresentava una forma di protezione”. Dalle pagine del romanzo, poi, emergono altri aspetti di cui dall’altro capo dell’Atlantico forse si parla poco, come il senso di legame con il passato che le armi trasmettono. “C’è &lt;strong&gt;un’idea di tradizione&lt;/strong&gt; – ha aggiunto LaMarche – quando Ted prende in mano il fucile del nonno e sente di avvicinarsi alle proprie radici”. Un altro tema d’attualità nel romanzo sono i gruppi giovanili ultra-conservatori che si muovono tra richiami allo spirito originario degli Stati Uniti e atti di vandalismo. “Questi gruppi – ci ha detto LaMarche – sono comunque delle&lt;strong&gt; piccole minoranze&lt;/strong&gt; e nel mio romanzo volevo mettere in evidenza il loro essere in fondo impotenti, vorrebbero essere violenti ma non sono abbastanza capaci per riuscirci davvero”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Accostato dalla critica a &lt;strong&gt;Cormac McCarthy&lt;/strong&gt;, LaMarche si avvicina all’illustre collega nella capacità di raccontare un mondo fatto per gli adulti che è però popolato di ragazzini. “McCarthy – dice il romanziere – ha uno stile più forte e accattivante del mio, e al momento scrive cose ideologicamente più interessanti. Quando leggo i suoi libri, o quelli di &lt;strong&gt;Hemingway, Faulkner o Flannery O’Connor&lt;/strong&gt;, cerco di prendere qualcosa da loro e di rielaboralo a modo mio. In fondo – ha ammesso LaMarche – credo che sia vero l’aforisma che dice che i libri sono fatti di altri libri”. Ma accanto alle suggestioni dei grandi autori il romanzo nasce anche dall’esperienza diretta dello scrittore che, da buon docente di scrittura creativa, ha ben chiari i processi che portano alla creazione di personaggi attendibili: “Ho attinto dalla mia &lt;strong&gt;esperienza personale&lt;/strong&gt; – ha spiegato LaMarche – ma poi ho dovuto permettere ai personaggi di diventare qualcosa di diverso e indipendente. Ho&lt;strong&gt; alzato il volume delle mie emozioni&lt;/strong&gt; per dare maggiore drammaticità alla storia. In pratica ho esteso la mia vita”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4347556835608101546?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4347556835608101546/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4347556835608101546' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4347556835608101546'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4347556835608101546'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/07/le-braccia-forti-di-phil.html' title='Le braccia forti di Phil'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-9376707949254601</id><published>2007-06-06T10:06:00.000Z</published><updated>2007-06-06T10:12:45.317Z</updated><title type='text'>Un presente alternativo e ghiandolare</title><content type='html'>Un mondo in cui accanto agli americani vivono &lt;strong&gt;i neutrodini e i Fetidi&lt;/strong&gt;, dove la chirurgia estetica, che si avvale di organi di animali, serve a deformare più che ha ricostruire, dove le leggi &lt;strong&gt;cambiano di minuto in minuto&lt;/strong&gt; - ma è possibile infrangerle se si possiede una dispensa e allora verrà punita la persona più vicina - e a cicli trentennali si verificano le Dimenticanze. E' questo l'universo alternativo che esce dalla scrittura potente di &lt;strong&gt;David Ohle&lt;/strong&gt;, romanziere americano che travalica i generi e inventa un nuovo presente, fatto di umori corporei e satira sociopolitica, che oggi si presenta al pubblico italiano nel libro "&lt;strong&gt;L'Era di Sinatra&lt;/strong&gt;", tradotto e pubblicato nel nostro Paese da Isbn edizioni con il significativo sottotitolo "Un romanzo molto strano".  Un'opera senza dubbio degna dei migliori lavori &lt;strong&gt;del nostro Trout&lt;/strong&gt;!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello dei romanzi di Ohle - scrive Mario Bonaldi nell'introduzione - è il mondo come si sarebbe sviluppato se &lt;strong&gt;una dozzina di miliardi di anni&lt;/strong&gt; fa la materia si fosse aggregata con &lt;strong&gt;un atomo in più o in meno&lt;/strong&gt;. La differenza, per diventare tale, può dipendere da uno scarto minimo, infinitesimale, delle condizioni di partenza". Basta questa piccola differenza però per dare vita a esseri che restano umani nelle emozioni e nei comportamenti, e forse soprattutto nelle &lt;strong&gt;assurde dinamiche&lt;/strong&gt; che governano il potere, ma che fisicamente assomigliano a degli ibridi postmoderni e richiamano alla mente le figure della serie "&lt;strong&gt;Cremaster" dell'artista Matthew Barney&lt;/strong&gt;. A metà strada tra la fantascienza - da cui mutua per esempio il tema del dopo-catastrofe, in questo caso rappresentata dall'ultima Dimenticanza - e la letteratura visionaria di &lt;strong&gt;Kafka, Beckett o William S. Burroughs&lt;/strong&gt;, di cui la leggenda vuole che Ohle fosse il trascrittore dei sogni, "L'Era di Sinatra" è un romanzo che &lt;strong&gt;incide la pelle del lettore&lt;/strong&gt; con la stessa precisione con cui i chirurghi sostituiscono i cuori umani con quelli di maiali o pecore, magari mettendone quattro - come nel caso del protagonista Moldenke - per compensare la minore capacità vascolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Io tendo a considerare le mie opere - dice David Ohle in un'interessante intervista del febbraio 2007 - in modo tutto sommato tradizionale, &lt;strong&gt;gli altri in genere no&lt;/strong&gt;. Credo che il genere più appropriato sia quello cosiddetto di 'narrativa speculatva', che include anche sci-fi e fantasy". Nelle pagine di "L'Era di Sinatra", che è il seguito del romanzo culto "&lt;strong&gt;Motorman&lt;/strong&gt;" che Ohle pubblicò nell'ormai lontano &lt;strong&gt;1972&lt;/strong&gt; , ci sono però anche molti riferimenti alla politica e all'attualità, oltre a frequentissimi richiami all'omicidio di John F. Kennedy, episodio che, per ammissione dello stesso romanziere, "è stato un evento di&lt;strong&gt; enorme importanza nella mia vita&lt;/strong&gt;, proprio nel momento in cui stavo iniziando a scrivere seriamente". E nelle pagine del libro si scopre che la religione ufficiale degli Stati Uniti è il culto di&lt;strong&gt; Arvey&lt;/strong&gt;, ossia Lee Harvey Oswald, che continua a proclamarsi innocente dall'accusa di avere sparato al &lt;strong&gt;presidente Kenny&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora più attuali poi i riferimenti al governo oppressivo e umorale del presidente Ratt, paragonato da Bonaldi al &lt;strong&gt;Rufus T. Firefly di Groucho Marx&lt;/strong&gt;, che domina con falsa benevolenza la vita del Paese e crede nel principio del "tutto in equilibrio". Moldenke sarà coinvolto, sebbene senza eccessivo slancio, in un complotto contro il leader che però, &lt;strong&gt;gattopardescamente&lt;/strong&gt;, alla fine non produrrà grandi cambiamenti di linea politica. "Per me Ratt - ha detto Ohle - rappresenta ciò che c'è di &lt;strong&gt;implicitamente oppressivo&lt;/strong&gt; in tutti i governi". Poi la stoccata a Bush: "Per quanto riguarda quello attuale, tutto considerato, è &lt;strong&gt;il peggiore&lt;/strong&gt;, più distruttivo, più antiamericano, più razzista governo della storia americana, e non solo per il disastro in Iraq". Ma anche nelle situazioni più disperate, sembra dirci il romanzo di Ohle, conviene &lt;strong&gt;continuare a coltivare la nostra umanità&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-9376707949254601?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/9376707949254601/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=9376707949254601' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9376707949254601'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9376707949254601'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/06/un-presente-alternativo-e-ghiandolare.html' title='Un presente alternativo e ghiandolare'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2892003428994516109</id><published>2007-05-13T10:55:00.000Z</published><updated>2007-05-13T11:04:14.537Z</updated><title type='text'>Ivato Airport</title><content type='html'>Il buio è diverso, ad Antananarivo&lt;br /&gt;L’aria fuori dal Jumbo sa di umidore&lt;br /&gt;Le luci sono fioche e il mondo lontanissimo&lt;br /&gt;Soltanto la Via Lattea splende&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Era qui che dovevamo arrivare&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Mi dici con gli occhi in fiamme&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Credo di sì&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Io ti rispondo&lt;br /&gt;Ed io ti ho amato mentre parlavi con un fisiatra&lt;br /&gt;Di Melegnano&lt;br /&gt;Che aveva girato tutta l’Africa&lt;br /&gt;Con sua moglie francese&lt;br /&gt;E il visto a 15 dollari&lt;br /&gt;E le guardie di frontiera che sembravano bambini&lt;br /&gt;Come nei sogni, le proporzioni erano irregolari&lt;br /&gt;E ciò che ti aspettavi grande era minuto&lt;br /&gt;Ma il cielo, quello sì, restava immenso&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo preso un taxi, l’autista era sfregiato&lt;br /&gt;Forse dal labbro leporino&lt;br /&gt;E il suo francese divertente, “merscì” diceva per ringraziare&lt;br /&gt;Fuori la notte che non immaginavo&lt;br /&gt;Dentro noi due sperduti nel cuore del Madagascar&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Era qui che dovevamo arrivare&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Mi hai detto&lt;br /&gt;E io non ti vedevo seduta accanto a me&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Era qui che volevamo arrivare ti ho risposto&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Parlando alla notte&lt;br /&gt;E tu mi hai preso la mano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiamo Riccardo Monzelletti&lt;br /&gt;Tra pochi giorni avrò 35 anni&lt;br /&gt;La stessa età, se non ricordo male,&lt;br /&gt;di Dante, quando intraprese il viaggio nella Commedia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiamo Riccardo Monzelletti&lt;br /&gt;Tra pochi giorni avrò 35 anni&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi chiamo Riccardo Monzelletti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2892003428994516109?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2892003428994516109/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2892003428994516109' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2892003428994516109'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2892003428994516109'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/05/ivato-airport.html' title='Ivato Airport'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-9108920501616153048</id><published>2007-05-12T11:33:00.000Z</published><updated>2007-05-13T10:55:37.062Z</updated><title type='text'>Ancora su Safran</title><content type='html'>Oltre a essere un magnifico scrittore, mi sono accorto che Jonathan Safran Foer è anche &lt;strong&gt;un sarto&lt;/strong&gt;, un piccolissimo sarto che con le sue &lt;strong&gt;quasi invisibili forbici fatte di parole&lt;/strong&gt; si insinua sotto la mia pelle emotiva come un acaro e me la taglia e sfila centimetro dopo centimetro, lasciandomi &lt;strong&gt;completamente indifeso&lt;/strong&gt; davanti alle &lt;strong&gt;enormi emozioni&lt;/strong&gt; che “Molto forte, incredibilmente vicino” scatena. E l’ondata che a quel punto mi travolge è &lt;strong&gt;assoluta e incontrollabile&lt;/strong&gt;. La tempesta perfetta. Come essere nudi nella bufera, e sentire ogni singolo fiocco di neve sulla propria pelle. Unico, anche meraviglioso. Solo che si rischia di &lt;strong&gt;restare assiderati&lt;/strong&gt;. E Safran, in questo &lt;strong&gt;incapace di compromessi&lt;/strong&gt;, ci prende, ci sconvolge, ci frulla nella sua prosa elegante e imprevedibile, quindi ci scaglia lontano, in territori sconosciuti, dove &lt;strong&gt;fatichiamo a riprendere il contatto con la realtà&lt;/strong&gt;, una volta che – volenti o nolenti – dobbiamo chiudere il libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kilgore non riesce a smettere, &lt;strong&gt;la vita cartacea prende il sopravvento&lt;/strong&gt; su quella reale e lo vediamo aggirarsi per le vie di Milano con gli occhi fissi sulla pagina. Prima o poi &lt;strong&gt;prenderà un palo in faccia&lt;/strong&gt;, ma forse sarà tanto preso da Safran che &lt;strong&gt;non sentirà neppure tanto male&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(&lt;em&gt;La vita con la V maiuscola dove sta? A leggere Safran verrebbe voglia di rispondere “Nei libri”. Ma potrebbe anche essere una risposta pericolosa. Kilgore lo sa, ma non baratterebbe il suo essere lettore con nient'altro&lt;/em&gt;).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Post Scriptum per &lt;strong&gt;Maria Adele&lt;/strong&gt;: &lt;em&gt;non ti ringrzierò mai abbastanza per avermi fatto leggere un libro che mi ha fatto scendere due lacrime perfino durante un pranzo al Cantinone. Forse c'è speranza che il mondo migliori&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Post Post Scriptum:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Barcollo, come ubriaco, per piazza Repubblica&lt;br /&gt;Stordito dalla prosa di Safran Foer&lt;br /&gt;E penso che sia vero,&lt;br /&gt;che qualunque cosa vale la pena&lt;br /&gt;che tutto è nostro, se lo vogliamo&lt;br /&gt;che in fondo a quella scatola dove tenevo&lt;br /&gt;delle fotografie sbiadite&lt;br /&gt;ci sono pure delle risposte&lt;br /&gt;che ogni libro parla esattamente di me&lt;br /&gt;che le ragazze sono tutte un sorriso&lt;br /&gt;che la città ti rende quello che ha preso&lt;br /&gt;prima che venga sera&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-9108920501616153048?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/9108920501616153048/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=9108920501616153048' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9108920501616153048'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/9108920501616153048'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/05/ancora-su-safran.html' title='Ancora su Safran'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7747252941227207635</id><published>2007-05-10T05:13:00.000Z</published><updated>2007-05-10T10:56:13.308Z</updated><title type='text'>Essere Oskar Schell</title><content type='html'>Devo alla mia carissima amica &lt;a href="http://www.sguardoverde.splinder.com/"&gt;&lt;strong&gt;Maria Adele&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;la scoperta di &lt;strong&gt;Jonathan Safran Foer&lt;/strong&gt;. O meglio, chi fosse e cosa avesse scritto mi era ben noto, ma è grazie a lei che ho deciso di leggerlo. E grazie a lei sono rimasto folgorato dalla bellezza quasi insostenibile di “&lt;strong&gt;Molto forte, incredibilmente vicino&lt;/strong&gt;”. Confesso di essere un vero neofita di Safran, finora ho letto solo 120 pagine del suo secondo romanzo, ma sono state sufficienti per convincere Kilgore di essere di fronte a uno scrittore di &lt;strong&gt;immenso talento&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al centro del romanzo c’è un bambino (“&lt;strong&gt;ragazzino&lt;/strong&gt;” dice lui almeno in un’occasione) geniale e problematico, alle prese con la morte del padre e la scoperta di una vita che è fatta di lettere a Stephen Hawking ma anche di segreti dolorosi. Ma quello che più colpisce dell’intraprendente &lt;strong&gt;Oskar Schell&lt;/strong&gt; è il suo essere un personaggio universale. Le sue stranezze sono le nostre, il suo peregrinare per le vie di New York siamo noi che camminiamo &lt;strong&gt;in tutti i posti del mondo&lt;/strong&gt;, il suo affetto per la nonna è l’essenza di ciò che – in fondo alla nostra natia ingenuità – dà &lt;strong&gt;un vero senso&lt;/strong&gt; all’esistenza. Oskar ha sette anni, fa cose strane, vive di manie. Eppure è stupefacente come Safran ci faccia capire che in fondo lì &lt;strong&gt;c’è già tutto&lt;/strong&gt; e che se non sentiamo il bisogno di essere Oskar &lt;strong&gt;finiremo per impazzire&lt;/strong&gt;. E proprio nell’essere pazzi come lui si può trovare un &lt;strong&gt;barlume di senso&lt;/strong&gt; nelle cose che accadono intorno a noi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Safran Foer scrive magnificamente e, per quanto straordinarie siano le storie che ci racconta, alla fine &lt;strong&gt;è la sua scrittura a catturare&lt;/strong&gt;, è la sua cadenza a farci desiderare di leggere non tanto per scoprire cosa succede, ma per vedere &lt;strong&gt;come lui lo racconta&lt;/strong&gt;. E la cosa che più colpisce è capire che Safran, pagina dopo pagina, frase perfetta dopo frase perfetta, &lt;strong&gt;sta parlando esattamente di noi&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come tutta la grande letteratura - e di questo Kilgore è radicalmente convinto – anche Safran ci restituisce una fotografia della vita che è &lt;strong&gt;molto molto molto più reale&lt;/strong&gt; di quello che ciascuno di noi sperimenta ogni giorno. Senza paragoni. Questo pensiero ogni volta mi colpisce in profondità e mi convince che il tempo che dedichiamo ai libri – e alla loro &lt;strong&gt;folle malia&lt;/strong&gt; – non è sottratto alla “vita”, ma è vita &lt;strong&gt;a un altro livello&lt;/strong&gt;, che in certi fortunati casi, come quello di Jonathan Safran Foer, si rivela essere anche &lt;strong&gt;un alto livello&lt;/strong&gt;. Grazie Mimì per i tuoi preziosi consigli, &lt;strong&gt;ti devo un favore&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7747252941227207635?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7747252941227207635/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7747252941227207635' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7747252941227207635'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7747252941227207635'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/05/essere-oskar-schell.html' title='Essere Oskar Schell'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6138457242904323638</id><published>2007-04-12T08:01:00.000Z</published><updated>2007-04-13T09:55:36.392Z</updated><title type='text'>Good bye Tralfamadore</title><content type='html'>&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.flickr.com/photos/27618175@N00/457522785/" target="new"&gt;Kurt Vonnegut&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; è morto oggi a 84 anni. Aveva picchiato la testa cadendo in casa e nell'incidente aveva riportato danni cerebrali che si sono rivelati fatali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per Kilgore è come &lt;strong&gt;perdere un padre&lt;/strong&gt;: il nostro modesto magazine deve infatti il proprio nome a un personaggio, forse IL personaggio, creato dalla mente di Vonnegut. &lt;strong&gt;Kilgore Trout&lt;/strong&gt;. Scrittore di fantascienza fallito che vive ai margini della società e che vede pubblicizzati i propri libri - lucidi deliri intitolati per esempio "&lt;strong&gt;Ora si può dire&lt;/strong&gt;" - con fascette che allettano il lettore con frasi del tipo "&lt;strong&gt;All'interno tope spalancate&lt;/strong&gt;". Kilgore Trout che insegue il suo creatore implorando furioso: "Fammi giovane". Kilgore Trout a cui sui piedi si applica una patina azzurrognola d'inquinamento e che nella sua vita ha ricevuto &lt;strong&gt;una sola lettera di ammiratori&lt;/strong&gt; nella quale Eliot Rosewater si augurava che fosse nominato "&lt;strong&gt;presidente del mondo&lt;/strong&gt;". Ecco, questo è Kilgore Trout, e questo siamo noi, ed è anche Kurt Vonnegut. L'abbiamo già scrito, lo ripetiamo: "&lt;strong&gt;Dio la benedica, mister Vonnegut&lt;/strong&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel suo ultimo libro apparso in Italia Vonnegut scriveva: "Non c'è motivo per cui il bene non possa &lt;strong&gt;trionfare sul male&lt;/strong&gt;, se solo gli angeli si dessero un'organizzazione ispirata a quella della &lt;strong&gt;mafia&lt;/strong&gt;". Difficile dargli torto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In uno dei suoi romanzi c'è una pietra tombale sulla quale il defunto ha voluto che fosse scritto "&lt;strong&gt;Ci provò&lt;/strong&gt;". Idealmente anche noi - da oggi un po' più orfani - vogliamo scrivere la stessa frase per Vonnegut e &lt;strong&gt;deporre un fiore nel suo prato&lt;/strong&gt;. E dietro a Kilgore ecco che sfilano tutti gli altri personaggi: da Billy Pilgrim a Circe Bernam, da Rabo Karabekian a Dwayne e Celia Hoover, da Howard J. Campbell a Terry Kitchen. E chiediamo scusa a tutti gli altri che, &lt;strong&gt;forse vinti dalla commozione&lt;/strong&gt;, abbiamo dimenticato. Ma sono comunque tutti in fila qui dietro per dire ciao al buon vecchio Kurt.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così va la vita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6138457242904323638?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6138457242904323638/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6138457242904323638' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6138457242904323638'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6138457242904323638'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/04/good-bye-tralfamadore.html' title='Good bye Tralfamadore'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-4779740369159625480</id><published>2007-04-09T11:56:00.000Z</published><updated>2007-04-09T11:58:36.162Z</updated><title type='text'>Before Landing</title><content type='html'>Un nastro di luce si batte&lt;br /&gt;Contro la notte che incombe&lt;br /&gt;E l’allontana, forse sogna di vincerla&lt;br /&gt;Ma in fondo soltanto allunga&lt;br /&gt;Dolce l'agonia vespertina&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le città sono ragni arancione&lt;br /&gt;Ideogrammi alieni&lt;br /&gt;La cui geometrica determinazione&lt;br /&gt;Si perde incomprensibile&lt;br /&gt;Nella stratificazione urbana&lt;br /&gt;Che ne ribalta la prospettiva&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel mio di buio&lt;br /&gt;(si atterra infatti a luci spente)&lt;br /&gt;Io provo a non dimenticare come si scrive&lt;br /&gt;Il tuo e molti altri nomi&lt;br /&gt;Che giorno dopo giorno vedo affannare&lt;br /&gt;Oltre la siepe - e la distanza - di un libro&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-4779740369159625480?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/4779740369159625480/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=4779740369159625480' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4779740369159625480'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/4779740369159625480'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/04/before-landing.html' title='Before Landing'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-7567196122273967595</id><published>2007-04-09T11:46:00.000Z</published><updated>2007-04-09T11:51:58.051Z</updated><title type='text'>Ritratti e identità</title><content type='html'>Una mostra per scoprire come sta cambiando il ritratto fotografico e anche per riflettere su come si evolve il volto umano. "&lt;strong&gt;Faccia a faccia&lt;/strong&gt;", esposizione curata da &lt;strong&gt;William Ewing&lt;/strong&gt; in corso presso il Centro internazionale di Fotografia Forma di Milano, è un viaggio attraverso le ultime tendenze della ritrattistica, che spesso &lt;strong&gt;abbandona il terreno del naturalismo&lt;/strong&gt; per entrare nel campo della sperimentazione e della manipolazione digitale. "Negli ultimi anni - ha spiegato il curatore Ewing - il corpo ha perso centralità nell'attenzione dei fotografi ed è stato sostituito dalla sua &lt;strong&gt;parte più importante&lt;/strong&gt;: la faccia. Ora il volto è però inteso come un paesaggio da investigare, che oltretutto sta cambiando molto in fretta grazie alla chirurgia plastica e all'ingegneria genetica, ma anche per i mutamenti legati alle diverse teorie sulla nutrizione". Il volto, insomma, nuovo &lt;strong&gt;campo di battaglia&lt;/strong&gt; della ricerca artistica dei fotografi, che sperimentano e ricercano&lt;strong&gt; nuove forme di interpretazione&lt;/strong&gt;. Cui Kilgore guarda con grande interesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mostra milanese presenta oltre 100 opere di 40 fotografi e il percorso parte idealmente da uno scatto di &lt;strong&gt;Robert Walker&lt;/strong&gt;, reporter di strada, che ha bloccato una serie di volti di persone reali stretti tra i quelli, patinati e irraggiungibili, della pubblicità. "E' una sorta di anticipazione del futuro - ha spiegato Ewing - quando &lt;strong&gt;sceglieremo su dei cataloghi&lt;/strong&gt; gli occhi, il naso e la bocca dei nostri figli". La tipologia di ritratti presentati allo spazio Forma è vastissima: dalle fotografie mediche per documentare delle patologie oculistiche ai ritratti dei cadaveri - inaspettatamente sereni - in una camera mortuaria; dalle fotografie di brandelli di carta colorata che ricordano le fattezze di un viso alle immagini multiple e sovrapposte. Tra queste ultime spicca il sorprendente "Volto del 2000", un'opera di &lt;strong&gt;Chris Dorley-Brown&lt;/strong&gt; che ha elaborato in un unico viso i volti dei 2000 abitanti di un villaggio inglese, con età compresa tra i due e i 70 anni. Il risultato è straordinariamente armonioso perché, come ha spiegato Ewing, "più è alto il numero di soggetti che compongono il ritratto &lt;strong&gt;più è bello il risultato&lt;/strong&gt;, perché il nostro concetto di bellezza si basa &lt;strong&gt;sulla media&lt;/strong&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le suggestioni e i percorsi artistici documentati dalla mostra sono numerosissimi, tra quelli di maggiore impatto spiccano i ritratti dei grandi del mondo firmati dal ceco &lt;strong&gt;Jirì David&lt;/strong&gt; che ha ricercato, con grande fatica, immagini ufficiali nelle quali i vari &lt;strong&gt;Bush, Blair, Chirac, Putin e Berlusconi&lt;/strong&gt; non apparissero forzatamente sorridenti e quindi, con un misto di manipolazione digitale e intervento pittorico, &lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.flickr.com/photos/27618175@N00/452199935/" target="new"&gt;ha arrossato i loro occhi e vi ha aggiunto le proprie lacrime&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;. Il risultato è di grande impatto e, spiega Ewing, "benché si tratti di finzioni, queste fotografie appaiono molto più vere delle immagini ufficiali". Di forte valenza "politica" anche gli scatti di &lt;strong&gt;Suzanne Opton&lt;/strong&gt;, che ha lavorato con dei soldati americani: i suoi ritratti, che volevano essere il più possibile distanti dalla rigida marzialità, mostrano i giovani con la tempia appoggiata a terra, senza difese e senza pose. "&lt;strong&gt;Vittime sacrificali&lt;/strong&gt;" - ha detto Ewing - che sembrano attendere il colpo mortale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tecnologia digitale interviene nel lavoro di molti tra gli artisti esposti: si possono ricordare le fotografie riprese con il cellulare da &lt;strong&gt;Virginie Otth&lt;/strong&gt;, sorta di ritratti rinascimentali che poi, stampati in grande formato, mostrano tutti i limiti della tecnologia. Oppure lo scatto di &lt;strong&gt;Mathieu Bernard-Reymond&lt;/strong&gt; che ha prima ritratto una signora con pellicola tradizionale, quindi ha scannerizzato l'immagine e l'ha fatta reinterpretare da &lt;strong&gt;un programma che genera paesaggi&lt;/strong&gt;: il risultato è una figura intera calata in un panorama simile a un deserto che in realtà rappresenta il suo stesso volto. Un gioco di specchi virtuali che sintetizza i numerosi spunti di riflessione, &lt;strong&gt;anche al di là della fotografia&lt;/strong&gt;, che la mostra milanese innesca.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-7567196122273967595?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/7567196122273967595/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=7567196122273967595' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7567196122273967595'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/7567196122273967595'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/04/ritratti-e-identit.html' title='Ritratti e identità'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-424753722242519099</id><published>2007-03-16T14:44:00.000Z</published><updated>2007-03-16T15:00:46.267Z</updated><title type='text'>Kitano e l’amore impossibile</title><content type='html'>L'amore impossibile secondo Takeshi Kitano. A guardare da lontano il bellissimo film “&lt;strong&gt;Dolls&lt;/strong&gt;” del 2002, e a leggere quanto dichiara lo stesso regista giapponese, questo dovrebbe essere il senso della sua opera (forse) &lt;strong&gt;più bella&lt;/strong&gt;. Ma in realtà “Dolls” è un grandissimo film sull'amore a tutto tondo, in particolare sulla sua natura contraddittoria e intrinsecamente destinata alla delusione. Non è però – secondo Kilgore che di Kitano è un grande ammiratore - la negazione dell'amore quella cui si arriva, bensì &lt;strong&gt;la sua sublimazione&lt;/strong&gt;, la sua &lt;strong&gt;perfezione devastante&lt;/strong&gt;, quello che per Walt Withman è il noto "&lt;strong&gt;midollo della vita&lt;/strong&gt;". Una teologia negativa, venata pure di violenza, ma straordinariamente struggente, un'aspirazione &lt;strong&gt;quasi alla Lessing&lt;/strong&gt; a una purezza impossibile (perché il giovanotto si piega "al successo", perché lo yakuza sceglie il clan, perché il fanatico rinuncia a vedere la sua amata) ma in fondo &lt;strong&gt;appagante&lt;/strong&gt;. E forse questa è la vera essenza della vita. Forse. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vicenda tocca &lt;strong&gt;tutte le corde del romanticismo&lt;/strong&gt;, ma Kitano è sempre abbastanza burbero da non diventare melenso, mentre una componente melodrammatica è indispensabile - &lt;strong&gt;Casablanca docet&lt;/strong&gt; - e serve a portare il film due passi al di sopra della media. Kilgore confessa addirittura due momenti di lacrima: quando lo yakuza ritrova la donna che &lt;strong&gt;per anni lo aveva aspettato su una panchina il sabato&lt;/strong&gt; e&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt; quando la ragazza si &lt;strong&gt;ricorda del ciondolo&lt;/strong&gt;. Straordinario: viaggio alla radice profonda dei sentimenti umani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molto buono poi anche a livello di immagini: i colori sono potenti, la macchina da presa si muove con la disinvoltura di un autodidatta di genio e la violenza è sempre solo immaginata (e quindi più impattante). &lt;strong&gt;Eccezionali i silenzi&lt;/strong&gt; alla Kitano e la &lt;strong&gt;devastazione muta&lt;/strong&gt; dei protagonisti. E’ vero, talvolta al regista sfugge qualche inquadratura un po’ di maniera, ma il peccato mi pare veniale. Inquietantissimi i personaggi del teatro medievale &lt;strong&gt;Bunraku&lt;/strong&gt; (Kilgore deve le spiegazioni tecniche &lt;strong&gt;all’amica Yoshino&lt;/strong&gt;, grande esperta di cultura giapponese) che hanno occhi che indagano direttamente lo spettatore e sottendono la storia profonda dei due vagabondi legati, che trovano pace nel doppio suicidio, &lt;strong&gt;lo shinjuu&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’ultima cosa: mi pare che “Dolls” abbia molti punti in comune con i film di &lt;strong&gt;Kim Ki-duk&lt;/strong&gt;. Che i due autori si siano influenzati a vicenda?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-424753722242519099?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/424753722242519099/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=424753722242519099' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/424753722242519099'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/424753722242519099'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/03/kitano-e-lamore-impossibile.html' title='Kitano e l’amore impossibile'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-3364839486023363134</id><published>2007-03-11T11:30:00.000Z</published><updated>2007-03-11T11:34:36.061Z</updated><title type='text'>Kevin Canty e i racconti perfetti</title><content type='html'>Undici racconti dal cuore degli Stati Uniti che fotografano i lati meno conosciuti della società americana e offrono, accanto a &lt;strong&gt;uno stile&lt;/strong&gt; che regge il confronto con quello dei grandi maestri della narrazione breve, una lettura &lt;strong&gt;poetica e in fondo ottimista&lt;/strong&gt; delle circostanze della vita."&lt;strong&gt;Tenersi la mano nel sonno&lt;/strong&gt;" è il primo libro dello scrittore americano Kevin Canty a essere pubblicato in Italia - edizioni Minimum Fax - e nelle sue 150 pagine rinnova felicemente &lt;strong&gt;la tradizione della short story americana&lt;/strong&gt;. "Sono un profondo ottimista - ha detto lo scrittore, che Kilgore ha intervistato a Milano - e benché non tutte le cose che ci capitano sianonecessariamente positive, credo che si possa arrivare a crescere e a migliorare anche &lt;strong&gt;attraverso il dolore&lt;/strong&gt;". Un passaggio che si adatta perfettamente alla struttura dei racconti di Canty, neiquali un senso di minaccia e di pericolo è sempre presente sullo sfondo, ma spesso si stempera in una &lt;strong&gt;svolta positiva&lt;/strong&gt;, in una ritrovata pace, che danno al lettore una sensazione di sollievo."Mi auguro - ha aggiunto lo scrittore - di &lt;strong&gt;riuscire a dare speranza&lt;/strong&gt;".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nato a Berkeley nel 1953, &lt;strong&gt;biondo e imponente&lt;/strong&gt;, con una lunga serie di mestieri alle spalle, Canty scrive di una &lt;strong&gt;relazione complicata tra zia e nipote&lt;/strong&gt; che pure, nelle profonde diversitàtra loro e passando per spazi ambigui e pericolosi, riescono in qualche modo a portare avanti il loro amore. Oppure racconta di un nonno che deve &lt;strong&gt;recuperare il nipotino&lt;/strong&gt; lasciato solo a casa dalla madre drogata e in questo viaggio notturno e misterioso l'uomo &lt;strong&gt;trova una compagna inattesa&lt;/strong&gt;. O ancora il matrimonio tra una ragazza che è stata obesa e il suo uomo insonne: dopo paginedi straziante precisione ecco la frase finale: "&lt;strong&gt;La nostra piccola storia va avanti un giorno in più&lt;/strong&gt;". Racconti di periferia americana insomma, geografica e sociale, nei quali però non cisono solo drammi, ma anche la possibilità di una vita normale, pure nel caos e nelle difficoltà del presente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le undici storie di Canty spicca "&lt;strong&gt;Il vestito rosso&lt;/strong&gt;", racconto dell'apprendistato alla vita di un ragazzino finalmente ammesso a servire come barman alle feste organizzate dai genitori. Si troverà a oltrepassare&lt;strong&gt; la propria linea d'ombra&lt;/strong&gt;, a scoprire dei segreti su sua madre e infine a stabilire un rapporto di muto rispetto con lei. Il tutto in circa &lt;strong&gt;12 pagine&lt;/strong&gt;. Straordinario, un modello per il racconto perfetto. "E' un racconto nato per caso - ha spiegato Canty - dalla mia curiosità per &lt;strong&gt;un manuale sulla preparazione dei cocktail&lt;/strong&gt;. Poi la storia ha preso una sua direzione autonoma, io non sapevo dove sarebbe andata a finire, e &lt;strong&gt;i personaggi si sono composti scrivendo.&lt;/strong&gt; Non sono io il protagonista e i genitori non rappresentano i miei genitori". Un metodo di creazione delle storie che Kevin Canty adotta sempre: "Inizi a scrivere una storia - ha detto - partendo dal mezzo, poi il resto si compone &lt;strong&gt;strada facendo&lt;/strong&gt;". Una certezza però c'è fin dall'inizio: la dimensione della narrazione. "Alcune storie nascono come romanzi, altre come racconti. Proprio perché alcune hanno bisogno di molte pagine, altre di poche". A differenza di grandi della narrazione breve come Carver o Cechov, Canty ha infatti al suo attivo &lt;strong&gt;anche tre romanzi&lt;/strong&gt; e rivela di avere già idee anche per altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nei racconti di "Tenersi la mano nel sonno" passano comunque &lt;strong&gt;molte delle inquietudini sociali dell'America&lt;/strong&gt;: dall'alcolismo all'obesità, dalla malattia alla droga. Ma forse il vero filo rosso che unisce le storie è la narrazione delle &lt;strong&gt;molte forme della solitudine&lt;/strong&gt;. "Io sono cresciuto in una grande famiglia dove non si era mai soli, ma per scrivere cerco di guardare agli altri, alle esperienze degli altri. &lt;strong&gt;Si è soli in tanti modi&lt;/strong&gt;". E la letteratura per Canty può essere anche uno degli antidoti alla solitudine, oltre che un modo per crescere attraverso dei percorsi che ciascuno trova nella pagina scritta e che può poi forse declinare nella propria vita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-3364839486023363134?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/3364839486023363134/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=3364839486023363134' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3364839486023363134'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3364839486023363134'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/03/kevin-canty-e-i-racconti-perfetti.html' title='Kevin Canty e i racconti perfetti'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6033711051437953915</id><published>2007-03-11T11:06:00.000Z</published><updated>2007-03-11T11:07:54.455Z</updated><title type='text'>35 versi</title><content type='html'>Io devo andare&lt;br /&gt;Disse comunque imprigionata&lt;br /&gt;Dall’inquadratura&lt;br /&gt;Resta, solo per un bicchiere&lt;br /&gt;Per salutar la notte&lt;br /&gt;Che ormai già ci condanna&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io devo andare&lt;br /&gt;Dissero le sue corde vocali&lt;br /&gt;Mentre smentivano il bioritmo&lt;br /&gt;Non c’è più niente che tu debba fare&lt;br /&gt;Salvo sognare che tutto questo&lt;br /&gt;Accade&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io me ne sono andata, ormai da tempo&lt;br /&gt;Disse il suo cuore immoto&lt;br /&gt;Che l’avvinghiava allo schienale&lt;br /&gt;Ma il tempo di un ultimo sorso&lt;br /&gt;Di quel liquore che io,&lt;br /&gt;povero astemio, non ho bevuto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io devo andare&lt;br /&gt;Fuori da questa scena stinta&lt;br /&gt;Che la tua mente ancora filma&lt;br /&gt;(Quale realtà oltre la cinepresa)&lt;br /&gt;Se credi, allontanandoti,&lt;br /&gt;Spegni la luce&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sui treni la notte&lt;br /&gt;Incontro solo stranieri e ti rivedo&lt;br /&gt;Quasi in ognuno di loro&lt;br /&gt;Tanto lontana sono scappata&lt;br /&gt;Perché il tuo odore&lt;br /&gt;Mi abbandonasse&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fermati ancora, lo spazio&lt;br /&gt;Di un sorriso e di un rimpianto&lt;br /&gt;Ben assestato&lt;br /&gt;Che nella calca, ieri l’altro,&lt;br /&gt;Temo di aver perduto&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6033711051437953915?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6033711051437953915/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6033711051437953915' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6033711051437953915'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6033711051437953915'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/03/35-versi.html' title='35 versi'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-758281927818042304</id><published>2007-02-22T15:12:00.000Z</published><updated>2007-02-22T15:19:53.396Z</updated><title type='text'>Modest proposal per il Medio oriente</title><content type='html'>“&lt;strong&gt;Non più guerra&lt;/strong&gt; tra arabi e israeliani, non più bagni di sangue. Questo era lo slogan quando, a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, Sadat parlò per la prima volta di pace. Secondo me &lt;strong&gt;è possibile ripeterlo anche oggi&lt;/strong&gt;”. E’ un messaggio di speranza per il Medio Oriente quello che l’ex ministro degli Esteri israeliano &lt;strong&gt;Shlomo Ben-Ami&lt;/strong&gt;, protagonista con il premier Barak dei negoziati di Camp David del 2000, ribadisce oggi, pur a fronte di un clima che nella regione sembra farsi sempre più teso. In Italia per presentare il suo vasto saggio storico “&lt;strong&gt;Palestina – La storia incompiuta&lt;/strong&gt;”, Ben-Ami - in unintenso incontro con il vostro Kilgore - chiarisce i termini del suo ottimismo e comunque ne &lt;strong&gt;circoscrive&lt;/strong&gt; chiaramente i confini: “Non si tratta di una pace paradisiaca, non è un discorso che riguarda l’amore tra arabi e israeliani, ma solo il mettere fine alla guerra, creare una pace politica che si basi su confini internazionali precisi. Questo è &lt;strong&gt;il massimo obiettivo&lt;/strong&gt; per la nostra generazione”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ricostruzione storica di Ben-Ami prende in considerazione più di un secolo di eventi legati alla presenza ebraica in Palestina e, con dovizia di dettagli, ricostruisce &lt;strong&gt;le basi della situazione politica attuale,&lt;/strong&gt; fino a giungere a formulare una sua proposta per dare il via alla risoluzione del conflitto. In sostanza Ben-Ami considera &lt;strong&gt;chiuso il momento delle azioni unilaterali&lt;/strong&gt; sul modello del ritiro da alcuni insediamenti portato avanti da Sharon e sostiene “un processo di pace totale che sia annesso alla Road Map e porti alla pratica imposizione di essa sui contendenti da parte di una coalizione internazionale di pace &lt;strong&gt;guidata dagli Stati Uniti&lt;/strong&gt;”. In quest’ottica l’ex ministro e ambasciatore propone anche l’istituzione di un “protettorato internazionale” sui territori palestinesi. Si tratta di due problematiche complesse, sia perché gli Stati Uniti sono alle prese con &lt;strong&gt;un sempre più difficile impegno in Iraq&lt;/strong&gt;, sia perché entità politiche come Hamas potrebbero vedere il protettorato come una sorta di &lt;strong&gt;nuovo giogo&lt;/strong&gt; imposto alla loro terra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Usa e Hamas – ha ribattuto Ben-Ami – potrebbero essere due forze d’ostacolo sulla via della pace. In precedenza Washington è sempre stata &lt;strong&gt;molto gelosa&lt;/strong&gt; del proprio ruolo di mediatore privilegiato ed ha guardato con sospetto al coinvolgimento di altri Stati. Ma ora le cose sono cambiate: l’esperienza in Iraq ha segnato la fine dell’unilateralismo -  se non per Bush, &lt;strong&gt;sicuramente per il suo successore&lt;/strong&gt; – e anche gli Stati Uniti hanno capito che da soli non si vince la pace. Per questo l’adesione americana al Quartetto che ha proposto la Road Map è il segno di un cambio di strategia”. Per quanto riguarda il protettorato, Ben-Ami ha voluto sottolineare che “i palestinesi &lt;strong&gt;non sono una tribù sperduta dell’Africa&lt;/strong&gt; e noi non dobbiamo andare a insegnare loro qualcosa. Ma al momento se io, &lt;strong&gt;che pure sono una colomba&lt;/strong&gt;, fossi primo ministro non accetterei uno Stato palestinese nelle condizioni attuali: troppa anarchia, venti diversi servizi di sicurezza, gruppi che agiscono al di fuori della legalità. Per questo – ha proseguito Ben-Ami – serve una forza internazionale che &lt;strong&gt;governi la transizione&lt;/strong&gt; dell’Autorità palestinese verso forme di statualità più evoluta”. Per fare ciò l’ex ministro ha ipotizzato anche la presenza di una &lt;strong&gt;forza di peacekeeping&lt;/strong&gt; che impedisca azioni come la distruzione degli insediamenti israeliani abbandonati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saggio di Shlomo Ben-Ami tocca anche il tema della &lt;strong&gt;democrazia nei Paesi arabi&lt;/strong&gt;, ed è significativo notare come sia “un’ironia della storia che gli unici arabi al mondo ad avere diritto sovrano di eleggere i propri leader in elezioni pienamente democratiche sono proprio coloro che &lt;strong&gt;vivono sotto l’occupazione israeliana&lt;/strong&gt;”. D’altro canto oggi l’esportazione dei metodi democratici in Medio Oriente aprirebbe probabilmente la strada a una serie di &lt;strong&gt;democrazie islamiche&lt;/strong&gt;. “Non ci sono alternative – ha detto Ben-Ami – alle vittorie elettorali dei movimenti islamici oggi, perché nei Paesi arabi non ci sono le condizioni per il passaggio a una democrazia liberale: mancano la classe media, lo sviluppo economico e c’è troppa disparità tra i ricchi e i poveri. Il problema, comunque, è anche una responsabilità dell’occidente che ha imposto leader concilianti, &lt;strong&gt;visti dalle masse arabe come fantocci&lt;/strong&gt;”. A fronte di queste considerazioni l’ex ministro non vede che una soluzione: “Occorre dialogare con l’Islam politico, distinguendo &lt;strong&gt;tra movimenti radicali&lt;/strong&gt; come i Fratelli Musulmani e partiti che, come nel caso della Turchia o di Hamas in Giordania, partecipano legalmente alla vita politica. Al momento della vittoria elettorale di Hamas – ha aggiunto Ben-Ami – Olmert &lt;strong&gt;ha perso l’occasione&lt;/strong&gt; di scambiare la legittimazione del movimento islamico con un’apertura al dialogo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ben-Ami si definisce &lt;strong&gt;un sionista&lt;/strong&gt;, e nel suo libro avanza una lettura del definitivo successo di questo progetto: “Se Israele – scrive nelle conclusione del saggio – riduce le sue ambizioni territoriali successive al 1967 e riconosce che la fase territoriale del sionismo sia giunta al termine, potrà essere &lt;strong&gt;finalmente decretata la vittoria del movimento&lt;/strong&gt;”. Il concetto, che in Europa o negli Stati Uniti può apparire chiarissimo e lineare, potrebbe essere più controverso in Israele, dove il conflitto e le sue tragiche conseguenze sono una realtà tangibile e quotidiana. “Ma io credo – ha ribattuto Ben-Ami – che oggi la classe politica e la società israeliana &lt;strong&gt;siano pronte a fare questo passo&lt;/strong&gt;. Il premier Olmert nel 2000, quando era sindaco di Gerusalemme e militava nel partito Likud, ha definito &lt;strong&gt;traditori &lt;/strong&gt;noi che trattavamo gli accordi di Camp David. Oggi ha cambiato idea e si spinge a valutare positivamente la proposta rilanciata dall’Arabia Saudita, che è &lt;strong&gt;più radicale rispetto al nostro progetto di allora&lt;/strong&gt;. Il problema – ha aggiunto Ben- Ami – non è stabilire se i governanti hanno capito che i confini del 1967 sono la soluzione, perché lo hanno capito. Il problema è se hanno &lt;strong&gt;la volontà e il coraggio politico&lt;/strong&gt; di mettere in pratica questa soluzione”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pace tra israeliani e palestinesi passa comunque attraverso il più ampio discorso della stabilità regionale, che in questo momento appare minacciata anche dalle &lt;strong&gt;ambizioni nucleari dell’Iran del presidente Ahmadinejad&lt;/strong&gt;, nemico giurato dello Stato ebraico. Anche in questo caso però Ben-Ami difende la via diplomatica: “Occorre insistere con le pressioni  – ha detto – per mettere Teheran di fronte al prezzo dell’isolamento internazionale, un conflitto tra Usa ed Iran oggi &lt;strong&gt;sarebbe devastante per la regione&lt;/strong&gt;”. L’ambasciatore poi ha nuovamente spostato il discorso sulla Palestina: “L’Iran – ha detto -  è il principale nemico del processo di pace, perché vive del conflitto israelo-palestinese. Se questo venisse meno Teheran si troverebbe a essere additato per quello che è, ossia &lt;strong&gt;il reale nemico del mondo arabo&lt;/strong&gt;”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-758281927818042304?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/758281927818042304/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=758281927818042304' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/758281927818042304'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/758281927818042304'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/02/modest-proposal-per-il-medio-oriente.html' title='Modest proposal per il Medio oriente'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-6919769811259916284</id><published>2007-02-05T09:38:00.000Z</published><updated>2007-02-05T09:41:55.667Z</updated><title type='text'>Everyman, di nuovo Philip Roth</title><content type='html'>“I dilettanti sono alla ricerca dell’ispirazione; gli altri si alzano e vanno a lavorare”. E’ una frase di “Everyman”, il &lt;strong&gt;ventisettesimo libro&lt;/strong&gt; di Philip Roth che esce in questi giorni in Italia, che rispecchia bene il senso di una carriera letteraria, quella di Roth stesso, che con il passare degli anni diventa sempre più ricca e a cui, a detta di molti, &lt;strong&gt;manca solo il premio Nobel&lt;/strong&gt;. Ogni anno Kilgore aspetta tifando che da Stoccolma arrivi il nome dell’ottimo Philip, ma ahinoi, finora le attese&lt;strong&gt; sono andate deluse&lt;/strong&gt;, nonostante la serie infinita di miracoli letterari che lo scrittore ha mandato in libreria dal 1995. Aspetteremo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“&lt;strong&gt;Everyman&lt;/strong&gt;” è un romanzo che si apre con il funerale del protagonista ed è impregnato del senso tragico del confronto con la vecchiaia e la morte, simboleggiato anche dalla &lt;strong&gt;copertina, completamente nera&lt;/strong&gt;, nonostante da sempre sia il bianco il colore che contraddistingue i libri Einaudi. Salutato dalla critica statunitense come un capolavoro, “Everyman” è un altro tassello di &lt;strong&gt;una riflessione sulla mortalità&lt;/strong&gt; – e di conseguenza anche sul senso della vita – che Philip Roth sta portando avanti già da diversi romanzi, basti pensare a titoli come “Il teatro di Sabbath”, e “L’animale morente”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi &lt;strong&gt;73enne&lt;/strong&gt;, Roth racconta in “Everyman” - titolo che in inglese significa qualcosa come “ogni uomo” ed è riferito al nome della gioielleria del padre del protagonista - della &lt;strong&gt;solitudine di un uomo&lt;/strong&gt; di fronte alle malattie, al decadimento fisico e ai fallimenti nella vita privata. Come molti altri grandi scrittori, anche Roth torna in fondo alle &lt;strong&gt;tematiche classiche del suo lavoro&lt;/strong&gt;, nel quale anche in questo caso, non mancano né un’amara ironia né l’irriverenza vitalistica di chi vuole continuare ad affermare la propria esistenza, &lt;strong&gt;al di là dell’età biologica&lt;/strong&gt;. La presenza della morte è comunque tangibile pagina dopo pagina, ma non c’è morbosità o autocompiacimento. “In pochi minuti – scrive Roth in conclusione della magistrale scena del funerale – &lt;strong&gt;tutti erano andati via&lt;/strong&gt;, avevano voltato le spalle, stanchi e lacrimosi, all’attività meno gradita della specie, e &lt;strong&gt;lui rimase indietro&lt;/strong&gt;”. Lui, sia detto per inciso, è il defunto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia del protagonista di “Everyman”, che non ha nome, è quella di un pubblicitario di successo e grande fascino che ripercorre la propria vita e le proprie malattie, i propri amori e le delusioni che ne sono seguite. Come in altri magistrali libri di Roth, anche in questo sullo sfondo &lt;strong&gt;aleggia il rimpianto per la perfezione dei giorni dell’infanzia&lt;/strong&gt; sulle spiagge del New England, ma la riflessione dell’anziano sugli anni passati è inesorabilmente &lt;strong&gt;velata di amarezza&lt;/strong&gt;. E il sentimento più straziante che coglie il protagonista è il rimpianto per i propri errori, che la prospettiva della morte rende, come ogni altra cosa, &lt;strong&gt;irreversibili&lt;/strong&gt;. “Quest’uomo in genere pacato -  scrive Roth in un passaggio intenso – ora si batteva furiosamente il pugno sul cuore come un fanatico immerso nella preghiera e, assalito dai rimorsi non soltanto per qualche errore ma &lt;strong&gt;per tutti i suoi errori&lt;/strong&gt;, tutti gli stupidi, inesorabili, inestirpabili errori che aveva commesso”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; “&lt;strong&gt;Io non so neanche cosa sia l’ispirazione&lt;/strong&gt;”, ha detto lo scrittore in un’intervista ad Antonio Monda, e quindi, rifacendosi alla citazione iniziale, non resta che attribuire al grande lavoro di Philip Roth l’impressionante serie di romanzi di primissimo da lui piano pubblicati negli ultimi anni. Forse “Everyman” &lt;strong&gt;non raggiunge le vette de “Il teatro di Sabbath”&lt;/strong&gt; o “Pastorale americana” o “Il complotto contro l’America”, ma resta l’ennesima prova di un talento letterario che ha raggiunto i suoi vertici &lt;strong&gt;nel pieno della maturità&lt;/strong&gt;. E che può permettere a Roth di scrivere candidamente una frase come questa: “Io credevo, dentro di me ne ero certo, che la vita durasse in eterno”.  In pratica la sintesi perfetta del &lt;strong&gt;principale dilemma umano&lt;/strong&gt;.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-6919769811259916284?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/6919769811259916284/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=6919769811259916284' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6919769811259916284'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/6919769811259916284'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/02/everyman-di-nuovo-philip-roth.html' title='Everyman, di nuovo Philip Roth'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-3778852393614177444</id><published>2007-01-24T15:49:00.000Z</published><updated>2007-01-25T10:34:47.434Z</updated><title type='text'>Ryszard Kapuscinski</title><content type='html'>Mi ha insegnato a &lt;strong&gt;guardare all’Africa&lt;/strong&gt; e mi ha accompagnato, con i suoi libri, il giorno in cui ho deciso di viaggiare in quel continente. Solo per questo gli dovrei essere &lt;strong&gt;molto grato&lt;/strong&gt;. Lui è &lt;strong&gt;Ryszard Kapuscinski&lt;/strong&gt;, giornalista, scrittore e viaggiatore instancabile, morto ieri notte a 74 anni. Kilgore ha amato le pagine africane di “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Ebano&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;” e quelle siberiane di “&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Imperium&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;”, ha conosciuto l’Iran grazie a “&lt;strong&gt;Shah-in-Shah&lt;/strong&gt;” e ha guardato con altri occhi alla professione giornalistica dopo aver letto “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Autoritratto di un reporter&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”. Il suo ultimo libro organico, “&lt;strong&gt;&lt;em&gt;In viaggio con Erodoto&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;”, è stato come un ritorno a casa per chi, come me, è cresciuto a pane e storia. Inutile negarlo: senza Kapuscinski &lt;strong&gt;non sarà più la stessa cosa&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quel che vale anch’io voglio ricordare un giornalista che &lt;strong&gt;andava a piedi&lt;/strong&gt; e stava sempre dalla parte &lt;strong&gt;dei deboli e dei dimenticati&lt;/strong&gt;. Credo che questo da solo basti a farne un laicissimo eroe dei nostri tempi. A me resta l’onore di avere recensito i suoi due ultimi libri, anche se il rimpianto per non averlo conosciuto di persona &lt;strong&gt;è grande&lt;/strong&gt;. Arrivederci Ryszard.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-3778852393614177444?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/3778852393614177444/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=3778852393614177444' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3778852393614177444'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/3778852393614177444'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/01/ryszard-kapuscinski.html' title='Ryszard Kapuscinski'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-2447011578448108760</id><published>2007-01-23T07:19:00.000Z</published><updated>2007-01-23T07:26:42.578Z</updated><title type='text'>Il fantasma di RFK e quello del cinema</title><content type='html'>Una ferita ancora aperta, una storia di quasi 40 anni fa che però ci parla di oggi, un racconto corale che si ispira ad &lt;strong&gt;Altman&lt;/strong&gt; e che persegue anche un evidente intento politico. Il film “&lt;strong&gt;Bobby&lt;/strong&gt;” di Emilio Estevez – sceneggiatore, regista e attore – è una grande ed appassionata elegia della figura e dell’azione politica di &lt;strong&gt;Robert Francis Kennedy&lt;/strong&gt;, il fratello minore di JFK, ucciso in una frenetica notte losangelina nel momento in cui sembrava destinato a ripercorrere i passi del fratello &lt;strong&gt;verso la Casa Bianca&lt;/strong&gt;. Un’altra favola politica interrotta che una parte dell’America non riesce a dimenticare e che il film di Estevez trasforma, pur con ottime intenzioni, in &lt;strong&gt;un’agiografia&lt;/strong&gt;. Genere che, quando si parla di politica, è sempre un po’ &lt;strong&gt;pericoloso&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A voler essere crudi si potrebbe scrivere che “Bobby” è, in ultima analisi, un &lt;strong&gt;polpettone retorico&lt;/strong&gt;. Il giudizio ci sta, ma se si guarda più a fondo si scopre che, sotto la noia della prima parte e dietro la visione &lt;strong&gt;quasi messianica&lt;/strong&gt; di RFK (che appare solo nelle vere immagini di repertorio, come una divinità che non è lecito ritrarre), ardono alcune braci interessanti: dai &lt;strong&gt;bei personaggi femminili&lt;/strong&gt; di Sharon Stone, Ellen Hunt e Demi Moore - gli unici caratteri veramente &lt;strong&gt;complessi&lt;/strong&gt; del film – all’idea del regista di costruire un intreccio polifonico che troverà un punto comune nel momento degli spari di Shiran Shiran. Bene anche &lt;strong&gt;l’unità di luogo&lt;/strong&gt;, l’Hotel Ambassador, che ricorda i dettami del teatro classico, mentre quella di tempo – ufficialmente presente - viene rotta dai discorsi del senatore e dalle immagini dell’epoca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma poi vengono &lt;strong&gt;i dubbi&lt;/strong&gt;. Dagli smaccati, e un po’ poco originali, parallelismi tra il Vietnam e l’Iraq &lt;strong&gt;all’eccesso di zucchero&lt;/strong&gt; di certi personaggi e certe scene, dall’edulcorazione dei conflitti razziali alla &lt;strong&gt;banalizzazione dei sentimenti&lt;/strong&gt;. Ma soprattutto a Kilgore gira per la testa una strana sensazione: &lt;strong&gt;“Bobby” è un film, ma forse non è cinema&lt;/strong&gt;. Provo a spiegarmi: l’obiettivo della pellicola va oltre la creazione artistica, e questo ci può stare, ma le emozioni che si provano in sala (e a volte sono intense) &lt;strong&gt;non nascono&lt;/strong&gt; dalla sceneggiatura o dalle inquadrature o dall’interpretazione degli attori &lt;strong&gt;bensì dalla Storia&lt;/strong&gt;, quella che si studia a scuola, dai discorsi veri di Robert Kennedy, dal destino tragico che lo ha colpito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pensate a un altro film di grande successo e costruito con una certa coralità di personaggi, “&lt;strong&gt;Schindler’s List&lt;/strong&gt;” di Steven Spielberg: è ovvio che anche in quel caso era la Storia a dare tragicità al racconto filmico, ma le emozioni nascevano anche &lt;strong&gt;dalle scelte del regista&lt;/strong&gt; su come raccontare l’Olocausto. La drammaticità stava nel &lt;strong&gt;ruolo ambiguo&lt;/strong&gt; del nazista Amon Goett-Ralph Fiennes, nella scelta di mettere una sola macchia di colore, nella tutt’altro che &lt;strong&gt;santificabile&lt;/strong&gt; personalità dello Schindler di Liam Neeson. Tutte scelte del regista, tutte implicazioni cinematografiche. In “Bobby” invece tutta l’emozione viene convogliata sul senatore Kennedy e le storie dei vari personaggi più o meno anonimi, che pure &lt;strong&gt;“sono” il film&lt;/strong&gt;, sembrano scomparire accanto a lui, che pure non è impersonato da nessun attore, e anche questo, a ben guardare, &lt;strong&gt;allontana il film dal cinema&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resta &lt;strong&gt;l’emozione&lt;/strong&gt; umana e, se la si condivide, quella politica. Resta la commozione e il senso di smarrimento di fronte alla violenza. Resta la sensazione che se il Vietnam nasconde l’Iraq la morte di Bobby ci parli di una tragedia collettiva &lt;strong&gt;a noi più vicina&lt;/strong&gt;, come l’11 settembre. Resta il dubbio su ciò che sarebbe potuto succedere se RFK avesse davvero corso contro Nixon per la presidenza degli Stati Uniti. Ma, come vedete, &lt;strong&gt;resta poco di cinematografico&lt;/strong&gt;. A parte la sensazione che troppi divi forse possano soffocare un film, come succede nel caso di Anthony Hopkins, che ormai può solo interpretare se stesso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/29384826-2447011578448108760?l=kilgoremag.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://kilgoremag.blogspot.com/feeds/2447011578448108760/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=29384826&amp;postID=2447011578448108760' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2447011578448108760'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/29384826/posts/default/2447011578448108760'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://kilgoremag.blogspot.com/2007/01/il-fantasma-di-rfk-e-quello-del-cinema.html' title='Il fantasma di RFK e quello del cinema'/><author><name>Leonardo Merlini</name><uri>http://www.blogger.com/profile/17112671485386582254</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='30' src='http://photos1.blogger.com/blogger/4781/3128/320/kil_mag.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-29384826.post-9121458566030241312</id><published>2007-01-10T08:50:00.000Z</published><updated>2007-01-10T08:55:29.675Z</updated><title type='text'>L’anima nera del nuovo James Bond</title><content type='html'>Un prologo in bianco e nero sgranato che da solo vale quasi il prezzo del biglietto. &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Casino Royale&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;, primo film del James Bond di &lt;strong&gt;Daniel Craig&lt;/strong&gt;, si apre infatti con una serie di inquadrature che sono un omaggio alla storia del cinema: dai tagli vertiginosi dal basso cari a &lt;strong&gt;Orson Welles&lt;/strong&gt;, al “correlativo oggettivo” (Montale mi perdoni) dello sguardo muto della macchina da presa di &lt;strong&gt;Hitchcock&lt;/strong&gt;, alla violenza non mediata di &lt;strong&gt;Tarantino&lt;/strong&gt;. Pochi minuti nei quali fa la sua comparsa un Bond fresco di nomina ad agente “doppio zero” che mette in mostra una &lt;strong&gt;carica di ambiguità&lt;/strong&gt; e un’anima nera finora inedite per il personaggio. Straordinario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ davvero una sorpresa piacevole di inizio anno questo &lt;em&gt;Casino Royale&lt;/em&gt;, capace di uscire dal girone dei film di puro intrattenimento (cosa che peraltro &lt;strong&gt;fa molto bene&lt;/strong&gt;) per collocarsi a pieno titolo – almeno a parere &lt;strong&gt;dell’aspirante cinefilo Kilgore&lt;/strong&gt; – tra le opere più complesse e degne di nota. Craig è perfetto: il suo Bond getta a mare tutti gli aspetti da macchietta - non ce ne voglia l’ottimo &lt;strong&gt;Sean Connery&lt;/strong&gt; che ha tutta la mia ammirazione, soprattutto da quando ha la barba – e costruisce un personaggio &lt;strong&gt;duro, violento, sfumato&lt;/strong&gt;, meno gratuitamente ironico, perfino capace di disperazione. Come una traduzione dell’ideale hemingwayano del “Fare bene ogni cosa” – dalla guerra all’amore nell’idea dello &lt;strong&gt;scrittorone&lt;/strong&gt; americano – il Bond di Craig sa uccidere a sangue freddo, catapultarsi nel vuoto, schivare un ostacolo improvviso in macchina a 200 all’ora. Ma sa anche che quando Vesper – a cui dice “Ti Amo”, questa sì che è una &lt;strong&gt;rivoluzione copernicana rispetto al machismo&lt;/strong&gt; – piange sconvolta rannicchiata sotto la doccia, la cosa giusta da fare è mettersi seduto, in smoking, accanto a lei e scaldare un po’ la temperatura dell’acqua. Io ho impiegato &lt;strong&gt;cinque anni di matrimonio&lt;/strong&gt; per capire che è esattamente così che ci si deve comportare in certe situazioni. Il Bond di Craig lo fa con una &lt;strong&gt;naturalezza&lt;/strong&gt; – che depone ovviamente a favore della sceneggiatura – davvero meravigliosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma andiamo con ordine. Dopo l’eccellente attacco in bianco e nero ambientato a Praga, forse &lt;strong&gt;indiretto omaggio a Kafka&lt;/strong&gt;, ecco che i titoli di testa sono un’altra bella sorpresa. Senza rinunciare al tradizionale stile cangiante e un po’ barocco che ha contraddistinto tutti i film di 007, questa volta l’esito è affascinante, grazie alla &lt;strong&gt;grafica computerizzata&lt;/strong&gt; e alla eccezionale definizione. A questo punto &lt;strong&gt;siamo quasi in paradiso&lt;/strong&gt;, ma non mancano le note meno liete: la lunga sequenza ambientata – a quanto ci dicono – in Madagascar è uno sfoggio di numeri da circo e balzi mozzafiato che però &lt;strong&gt;abbiamo già visto&lt;/strong&gt; (non se ne può più della lotta sulle gru o sui ponteggi!!! &lt;strong&gt;Vi prego&lt;/strong&gt;) e alla fine diventano quasi noiose. Stessa sensazione di latente deja vu anche quando l’azione si sposta alle Bahamas (dopo un breve ma intenso momento londinese tra Bond e il suo capo M): la bella che cavalca in riva al mare ha un &lt;strong&gt;retrogusto un po’ troppo anni 70&lt;/strong&gt;. Ma è solo un attimo, da questo momento in avanti il film si riprende, seppur senza fretta, e ci offre le belle sequenze di Miami (bravo Claudio Santamaria, con l’espressione monocorde del terrorista), soprattutto quelle al museo e sulla pista dell’aeroporto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il &lt;strong&gt;vero clou&lt;/strong&gt; del film è però ambientato in un Montenegro di sorprendente bellezza (&lt;strong&gt;sarà proprio così&lt;/strong&gt; ci chiedevamo stupiti al cinema con gli amici Tom e Filo, ma qual è la capitale? Forse ha un futuro da meta di turismo internazionale...). La lunga scena del duello a poker tra Bond e &lt;strong&gt;il banchiere dei terroristi Le Chiffre&lt;/strong&gt;, che piange lacrime di sangue, è cinema allo stato puro: magari senza elucubrazioni, ma di una concretezza filmica mirabile. Se a questo si aggiungono le ulteriori caratterizzazioni nuove del Bond di Daniel Craig (ammette – in qualche modo – di essere uno di quei &lt;strong&gt;disadattati che il governo assume&lt;/strong&gt; per fare le cose peggiori, è &lt;strong&gt;tutt’altro che elegante&lt;/strong&gt; di natura e tra i ricchi il suo corpo muscoloso tradisce un qualche &lt;strong&gt;imbarazzo sociale&lt;/strong&gt;) ecco che il quadro si completa divenendo sempre più affascinante. E il contributo di Eva Green-Vesper è molto più importante di quello di un Giancarlo Giannini che ogni volta &lt;strong&gt;mi fa pensare all’Enel&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi sto dilungando troppo, devo stringere. Il film si alimenta dei &lt;strong&gt;continui tradimenti&lt;/strong&gt;, oltre che di scene che esulano dal grigio terreno del verosimile (ma è tipico di un certo grande cinema farne a meno, &lt;strong&gt;vero Kusturica&lt;/strong&gt;?) ma restano fedeli alla nuova filosofia di questo 007 capace di amare, di sopportare con
