23 agosto 2016

Honeymoon

Un racconto tropicale

Naturalmente, pioveva. Quando apriva le tende, ancora non del tutto consapevole di essersi svegliato, già sapeva quello che avrebbe visto. Il cielo di un indefinibile colore giallastro, le palme grigioverdi e le gocce che rimbalzavano sulle beole del camminatoio o che colpivano la piscina, deserta. Il rumore della pioggia arrivava prima, quando lui ancora dormiva, accampato sul lato estremo del letto matrimoniale, con una mano maldestramente appoggiata al comodino di finto teak. Il rumore era suadente, incisivo, talvolta perentorio. Arrivava puntuale, a metà della notte, nonostante la sera prima il cielo avesse offerto la solita, nitida stellata australe. Stelle diverse - pensava l'uomo sorseggiando un drink a base di Martini rosso - stelle sbagliate. Guardava il barman latino e le due ragazze che lo affiancavano, con nessuna funzione precisa se non quella di mostrare tutta la loro presenza erotica, tanto evidente quanto irraggiungibile. Guardava l'orlo dei propri pantaloni, pensava al modo in cui avrebbero dovuto cadere sulle scarpe e al fatto che tutto questo non succedeva mai, sentiva il sale sulla barba e la musica rap suonata da un dj invisibile, capace di dare forma sonora a qualcosa che era mainstream, ma che, sul momento, non lo sembrava. I corpi si muovevano, il gruppo in pista aumentava, e con esso il volume della musica. Come se la stessa struttura volesse esasperare le situazioni, lasciando la promessa di qualcosa che non aveva un nome preciso, ma evocava parole proibite. Poi, all'improvviso, la musica smetteva, di colpo. I corpi si allontanavano in fretta, il desiderio - che fino a poco fa lui aveva percepito come selvaggio - scompariva senza lasciare traccia, se non quella di un bicchiere di rum e cola rovesciato che in pochi istanti un addetto dalla pelle più scura rispetto a quella del dj e del barman avrebbe diligentemente rimosso. Le prime volte questo momento di rottura lasciava l'uomo sotto choc, incapace di capire il perché di una rinuncia tanto radicale. Un turbamento che gli aveva impedito di realizzare, almeno per due giorni, che in realtà la discoteca si trasferiva a una certa ora in uno spazio chiuso e insonorizzato, dove successivamente gli stessi corpi riprendevano il loro rituale, del quale, comunque, lui non era mai riuscito a vedere la fine. Aspettava in silenzio che anche il bar chiudesse, poi camminava sul bordo della piscina, sentendo l'odore del disinfettante al cloro che era stato spruzzato dopo il tramonto mischiarsi al vento dolciastro dell'umidità che saliva dalla spiaggia. La prima sera, mentre vagava assaporando il jet lag quasi come una epistassi inattesa, aveva guardato le spalle nude di una turista con i capelli corti, pensando che avrebbe potuto baciarle, nella zona alla sinistra del collo e lei, con naturalezza, avrebbe alzato la mano destra posandogliela sulla guancia, per trattenerlo ancora un attimo. Non lo aveva fatto, ovviamente. E la turista si era allontanata sulle sue ballerine molto scollate.
Poi qualcuno aveva alzato la voce in lontananza, le luci delle stanze si erano abbassate, due zanzare erano morte bruciate con l'inconfondibile crepitio.
La notte, nel resort, non faceva prigionieri.

 La pioggia tropicale. Qualcosa a metà tra una bugia condivisa e un monito moralistico. Apriva la finestra e usciva sul piccolo balcone, due sedie di metallo con cuscini colorati e un tavolino tondo. Da lì, seduto con indosso un paio di boxer grigi e senza mai trovare una posizione che avrebbe definito comoda, faceva i conti con il temporale, un fenomeno meteorologico che qui prendeva una connotazione più chiara, cronologica. Le attività normali del luogo di vacanza venivano sospese, rinviate, modificate. La pioggia aveva la forza di scardinare lo stereotipo e di costringerlo a pensare se stesso e il suo essere in quel luogo. Era questo - si diceva - che spaventava i turisti, il cambiamento che il temporale portava con sé. Le coppie adulte, come la sua, si fermavano sui balconi privati, la donna con un libro in mano, l'uomo con un asciugamano intorno ai fianchi e lo sguardo sfuggente, e tutto quello che potevano sentire era la reciproca distanza, l'assurdità non tanto di quel viaggio ai Tropici fuori stagione, ma di tutto il resto, quello che c'era oltre la vacanza organizzata. Lui poteva sentirli i discorsi, vedeva gli sguardi imbarazzati dall'obbligo di quella intimità inconsueta, percepiva la quieta disperazione in ogni stanza luxury superior, una disperazione riempita di bicchieri con ombrellini colorati, pareo, sempre più di rado biancheria intima accattivante.
Quando lei si svegliava lo faceva senza rumori, aveva la capacità di muoversi nelle stanze furtiva ed estranea. Le pieghe delle lenzuola su un fianco, un paio di mutande di cotone con gli elastici allentati, i capelli sciolti. Lui non sapeva cosa pensasse della pioggia, ma la vedeva arrivare sul balcone in silenzio e, senza guardarlo, occupare l'altra sedia.
La piscina è disabitata, diceva lei.
Lo è da sempre, rispondeva lui.
Non ti chiedi perché.
Forse è solo uno status symbol.
Il loro matrimonio. Nessuno dei due ricordava come fosse successo. Semplicemente era successo, molto tempo prima. Niente drammi, due persone. La distanza incolmabile che la società pretende di poter colmare. I figli, le case, dei voli in aereo, dei funerali. Ogni mattina la sensazione di non avere nessuna idea della persona che dormiva lì accanto, in letti che per un certo numero di anni erano andati sempre crescendo di dimensione.
Pensavo di avere un'avventura, diceva lei mentre l'intensità della pioggia aumentava.
Che cos'è un'avventura, diceva lui.
Un'avventura è un'avventura.
Forse allora anche un'avventura non è niente.
Sì, rispondeva lei senza esitazione. Vado a fare colazione.
D'accordo, diceva lui, senza muoversi. Poi, quando lei era uscita dalla stanza, prendeva una camicia a maniche corte, la indossava prestando una attenzione eccessiva ad allacciarsi i bottoni e stava fermo, in piedi, anche per svariati minuti a fissare la piscina. E finalmente, a un certo punto, sotto gli scrosci di pioggia, aveva visto un turista biondo tuffarsi e scomparire sotto il livello dell'acqua.
Prima di andare al ristorante aveva pensato che quell'uomo, verso il quale sentiva un debole ma chiaro astio, non sarebbe mai più uscito dalla piscina. Poi aveva chiuso la porta e si era immediatamente dimenticato del nuotatore solitario.

Il rum cominciava presto la mattina. Inizialmente con una certa ritrosia, solo per colorare la prima Coca-Cola, poi, inesorabilmente, la dose cresceva, fino a tiranneggiare l'ora del pranzo. Gli occhi rossi dei camerieri, gli sguardi taglienti del giovanissimo barista, la carne bianca che sfuggiva al blando controllo dei costumi mélange. Il rum stemperava tutto questo, almeno nella prima fase. Poi, e lui lo sapeva, aveva l'effetto opposto, diventava una lente d'ingrandimento, crudele e nitida. E per tollerare quanto finiva con il vedere, l'unica soluzione era bere ancora di più.
Lei era scomparsa nell'enorme ristorante. Lui non la cercava. Mangiava uova strapazzate salate e sentiva l'alcol espandersi dentro di sé a ogni boccone. Le palme ondeggiavano sotto i colpi del vento, le lenzuola candide dei gazebo sfuggivano via. Ogni cosa era illuminata dalla maestosità del temporale.
Stanotte andiamo, diceva a quel punto il cameriere capo, un creolo addetto alla zona est del ristorante. Lui ci aveva parlato alcune volte nei giorni precedenti. Mai nessuna confidenza - aveva paura delle confidenze altrui - solo qualche frase maschile appena poco oltre la circostanza.
Stanotte andiamo, replicava interrogativo.
C'è il poker, una bodega, donne, diceva ancora il cameriere, hanno girato un film.
Lui pensava a scene da Humphrey Bogart, pavimenti di fango, persone in divisa. Pensava all'impossibilità costante di dare un nome alle situazioni. Che cosa stava succedendo. Che cosa voleva dire quella pausa nel cadere della pioggia, perché il maitre indossava dei sandali in sala da pranzo. Hanno girato un film.
Quale film, chiedeva.
Un film messicano, rispondeva il cameriere. Attori famosi.
Che genere di film.
Attori famosi.
Che locale, chiedeva lui.
Honeymoon, stanotte. Abbiamo un'auto sicura.
Lui aveva bevuto un altro bicchiere. Ricordava il giorno in cui suo padre lo aveva portato per la prima volta con sé a un torneo di biliardo. Le tende pesanti, l'abbigliamento del pubblico, giacche marrone chiaro, pantaloni di gabardine, cravatte troppo corte, le luci verdi graffiate, molto fumo. L'odore di tutti quei dopobarba si sommava, a lui era sembrato di mangiare un osceno dolciume di gelatina scura, e la mano del padre che non lo lasciava, lo guidava dentro la notte rassicurandolo che tutto, nonostante le apparenze, sarebbe andato per il meglio.
Il cameriere non assomigliava a suo padre. 

Dove vai. Gli stava dicendo lei, senza particolare attenzione.
C'è un locale di poker, rispondeva, un'auto sicura.
Un'auto sicura.
In altre occasioni avrei pensato che potevamo fare l'amore, diceva lui.
Forse avrai un'avventura, diceva lei. Su un'auto sicura.
Un'avventura non è niente.

Il cielo era rimasto nascosto, mentre uscivano dal resort salutando le guardie armate di fucili a canne mozze con un cenno della mano del cameriere. Le strade erano uguali a tutte le strade del terzo mondo. Cani, galline, pochi gatti, spazzatura, veicoli a motore non omologati, insegne sgargianti, tralicci del l'elettricità sovraccarichi, manifesti elettorali. Il cameriere guidava con aggressività, quasi con rabbia, pensava lui, spegnendo il motore nelle lunghe discese tra una collina e l'altra. Poco prima di entrare nella cittadina una mucca gli aveva sbarrato la strada per qualche minuto, trascorsi in un silenzio denso e inutile.
Per entrare all'Honeymoon occorreva passare una sorta di controllo, da parte di un anziano calvo e di una ragazza sciatta che avrebbe potuto essere la nipote. Il cameriere aveva parlato brevemente con loro, quindi aveva ottenuto il via libera. Lui aveva lasciato 20 dollari, senza capire se fosse una tariffa d'ingresso per loro due o solo un gesto di cortesia verso i suoi ospiti. La ragazza lo aveva guardato e poi aveva sputato per terra, ma senza dare segni di disprezzo o fastidio. È solo uno sputo aveva pensato lui, niente altro. Il cameriere aveva smesso di parlargli da tempo, e non aveva detto nulla anche quando aveva indicato un tavolo in uno degli angoli della sala. Poi si era allontanato, seguito da due donne e da un cane. Lui rimaneva al tavolo, unico avventore, un ragazzo gli portava un bicchiere di rum, e quando lui pronunciava la parola poker questi alzava le spalle e se ne andava senza dire nulla. Al banco sedevano piccoli gruppi di uomini, intorno ai quali si muovevano svogliate le prostitute, che si tenevano però a distanza dal tavolo. Voleva telefonare a sua moglie, ma non avrebbe saputo come giustificare la chiamata. Allora faceva un altro cenno al ragazzo del rum. 
Gli spari arrivavano poco dopo, secchi, poderosi, inequivocabili. 
Difficile dire se dal retro del locale o dalla strada. La reazione nel bar era indecisa, due uomini estraevano quelle che a lui sembravano armi, ma non sapeva dire di che tipo quindi uscivano. Le prostitute andavano tutte in una stanza che pensava fosse il vero e proprio postribolo, il ragazzo rimaneva al suo posto al banco e del cameriere non c'era traccia. Lui è morto, pensava. È lui la vittima. Si era alzato, lasciando altri 20 dollari sul tavolo. Nessuno lo guardava, nessuno sparava più. La notte era immutata, e stava cominciando a piovere. Forse gli spari me li sono solo immaginati, si diceva, ma poi erano comparsi i due uomini che pensava fossero armati. Lo guardavano, ma sembrava che non lo vedessero. Niente poker, mugghiava il più basso dei due. Niente poker, ripeteva. 
A quel punto compariva il cameriere. Non sei morto, gli diceva lui. È un'auto sicura, era la risposta.

Leonardo Merlini

© Kilgore Magazine

11 agosto 2016

Camille Henrot e il presente che non abbiamo vissuto

(Quattro giorni in cerca del contemporaneo)

Giorno Uno

"L'arte contemporanea è, per sua natura elitaria", mi ha detto poco tempo fa il direttore di un importante centro d'arte italiano. Una frase che sembra avere un suo fondamento se penso ai personaggi bizzarri che si possono incontrare ai vernissage, oppure, all'opposto, all'atteggiamento scettico (e ovviamente qualunquista) da Alberto Sordi apparente-uomo-comune nei suoi film ("Ve lo meritate", diceva dell'attore romano un Nanni Moretti meno posato e più brillante, anni fa. Bei tempi). La domanda che mi frulla in testa questa notte, in una località balneare minore della Costa degli Etruschi, mentre fuori piove e un bar dove fermarsi a scrivere non l'ho trovato nonostante una passeggiata sotto l'acqua di oltre mezzora, parte però da un altro luogo, il Lago d'Iseo, e dalla folla veramente variegata - e in gran parte autoctona - che ha fatto diligentemente la fila per salire sui Floating Piers di Christo. Ed è una domanda sul carattere popolare - nel senso anche deteriore del termine se volete (lunghe code sotto il sole, odore di creme per la pelle, selfie a ogni presso, salamelle e cotillon) - di quell'evento che non è mai stato disgiunto dal suo essere anche un atto d'arte, di un maestro certo, la cui lezione in qualche modo già abbiamo digerito e che quindi corrisponde più facilmente a parametri mentali mainstream[1], ma che, sono convinto, è rimasto ancorato con forza alla dimensione del contemporaneo. (L'altra domanda che non riesco a non pormi riguarda i costanti proclami per espandere la platea dell'arte e poi l'inevitabile disagio - con i noiosissimi distinguo e le insopportabili precisazioni - che si genera quando questo succede davvero).

La verità - che non esiste, sia chiaro, ma scriverlo mantiene un suo fascino al quale faccio quasi finta di credere -  è che a me è capitato di vedere Carsten Höller in bermuda, berretto da baseball e birra media in mano sedersi tra il pubblico che seguiva il suo festival di musica ispirato alle sfide tra rapper nella Repubblica democratica del Congo (per non dire di un Maurizio Cattelan dallo sguardo silenziosamente furibondo al tavolo di una trattoria dall'aria moderatamente turistica in via Garibaldi a Venezia nei giorni di press preview di una recente Biennale). Oppure di ascoltare Theaster Gates dire più o meno che l'arte deve farti sentire come quando tua madre ti abbracciava e ti diceva che andava tutto bene[2] (Theaster Gates!). Cerco di non giudicare (ovvio che non ci riesco, ovvio), ma qui ho la netta sensazione che si stia parlando di un'altra cosa, dove quello che conta ha poco a che fare con una certa idea di élite. 

Allora è necessario riascoltare Giorgio Agamben: "Il presente - scrive il filosofo - non è altro che la parte di non-vissuto in ogni vissuto e ciò che impedisce l’accesso al presente è appunto la massa di quel che, per qualche ragione (il suo carattere traumatico, la sua troppa vicinanza) in esso non siamo riusciti a vivere. L’attenzione a questo non-vissuto è la vita del contemporaneo. E essere contemporanei significa, in questo senso, tornare a un presente in cui non siamo mai stati"[3]. La leggo tre volte, questa frase, per essere sicuro che l'illuminazione che ho avuto istantaneamente non sia solo un abbaglio (leggiamo sempre quello che vogliamo leggere, sussurra regolarmente una amica molto brillante all'orecchio del mio iPhone). No, non lo è. Qui dentro c'è tutto: dalla ragione per cui ci si innamora di Tino Sehgal, al secondo motivo (il primo è di natura fondamentalmente mondana) che ci porta ancora a trepidare per una inaugurazione o a visitare la Tate Modern con un misto di reverenza da tempio e di appartenenza decisamente pop (e se non avete pianto, o baciato, o non vi siete infuriati almeno una volta in qualche galleria o museo allora smettete adesso di leggere, subito!) o ancora a pensare che anche il lavoro di uno scultore armeno da Leone d'oro sia stato concepito, in fondo, solo perché tu (io, noi, voi, mettete il pronome che più vi piace) lo potessi incrociare un giorno, magari per caso. 
Un presente in cui non siamo mai stati. E dunque adesso vi devo parlare di Camille Henrot, e soprattutto del suo resoconto infinito del presente finale (che nasce dalla semplice somma delle molteplici tassonomie del passato e anche, perché no, del futuro).

Giorno Due

Prima però, ancora un po' di contesto (perché il contesto conta, per esempio ora sono le 0.27 di un venerdì d'estate e io sto scrivendo in un circolo Arci, mentre la signora del bar fa le pulizie intorno al mio tavolo e su quello accanto - ce ne sono solo due - le sedie sono già ammonticchiate per la notte, e l'aria è carica di odore di marijuana). Per arrivare alla Henrot e al suo Grosse Fatigue - opera-mondo sotto forma di un video di 13 minuti - mi rendo conto di avere camminato molto - quasi sempre da solo, talvolta con le cuffie alle orecchie - attraverso diverse città. Ho camminato per raggiungere certi luoghi (un ponte pedonale sul Meno a Francoforte; la stazione di Rotterdam di notte; un appartamento caldissimo a due passi dalla cattedrale di Westminster; una rotonda stradale a Mantova; una casa d'aste a Torino; un locale malfamato e immaginario da qualche parte nella foresta dominicana; un negozio di giocattoli a Brooklyn... È un elenco che mi serve come promemoria, più che come strumento di vanto), ma soprattutto per guardare le persone (le coppie! Le coppie sono il Mistero Penultimo[4] per il camminatore solitario) e, in qualche modo, rubare loro un frammento di storia (avevo scritto anima, ma poi mi sono reso conto che era davvero troppo per questo pezzo), da ricomporre in seguito con tutti gli altri per (non) completare (mai) il puzzle dell'intera città. E, città dopo città, chilometro dopo chilometro, arrivare all'assurdo e invisibile (perché tutto resta ben chiuso nella mia testa) catalogo del mondo da me conosciuto. Ecco, la parola catalogo è il primo punto di contatto tra me e la Henrot. Il secondo è la città che più mancava nel momento autoreferenziale dell'elenco precedente: Venezia.

Come una specie di Ungaretti d'acqua salata - il poeta ermetico era un nuotatore fluviale[5] e d'acqua dolce - ogni mare in cui mi bagno me ne rimanda altri. Tutti però poi alla fine mi riportano alla Laguna, al vento nei capelli quando mi sporgo dal vaporetto numero 2 nei pressi del Tronchetto, ai moncherini di galleggianti mentre si allestisce il ponte temporaneo per la festa del Redentore, alle nuvole basse sull'orizzonte verso Cavallino Treporti. Curiosamente, ma forse no, la somma dei miei bagni fa da affluente all'immagine di un mare in cui mai sono entrato, e soprattutto alla luce odorosa di Venezia, alla sua tristezza turistica, al suo vero Prozac (per me paziente): la Biennale, una droga della felicità la cui ricetta si rinnova da sola, una promessa che non ha bisogno di contenuti (e io, sul serio, non riesco a pensare a niente di più importante di un concetto che basta a se stesso al di là del suo contenuto, perdonatemi, ma il Kant della Ragion Pura per me resta il top). Da qui, nel 2013, complice l'iperattivismo magnetico e molto esposto di Massimiliano Gioni, è partita l'avventura pubblica di Grosse Fatigue, due anni dopo la mappatura del tempo immobile fatta, sempre a Venezia, da The Clock di Christian Marclay, un altro di quei lavori che, volendolo[6], potrebbero rispondere da soli alla domanda di fondo sull'arte contemporanea. E dunque adesso il contesto più o meno lo abbiamo. Ora tocca fare sul serio, senza mai dimenticare quello che scriveva Beckett nel suo più bel racconto:
"Naturalmente tutto questo è immaginazione, perché io non c'ero"[7]. Il presente in cui non siamo mai stati.

(Alle 1.09 esco dal circolo Arci con un nuova lattina di Coca Cola in mano. La bevo per le vie deserte della cittadina mentre ascolto e ballo una canzone di Jovanotti. La finisco esattamente davanti al cassonetto per la "raccolta mista" di plastica e lattine. Tutti i passi che ho compiuto nella mia vita - scriveva - Alberto Garutti - mi hanno portato qui ora. Proprio così).


Giorno Tre

C'ero quando lo hanno acceso[8] e c'ero quando lo hanno spento[9]. Nell'intervallo ΔT tra questi due momenti capitali ci sono stato molte altre volte, davanti allo schermo che proiettava Grosse Fatigue, ma non alla Biennale (perché le cose succedono in un solo modo, e al posto giusto arrivo quasi sempre in ritardo... però, almeno questa volta, sono arrivato), bensì in una sala di rara bruttezza (ma di questo mi sono accorto solo dopo che l'opera della Henrot se ne era andata, lasciandomi orfano e sull'orlo di una crisi di panico la prima volta che ci sono ritornato, peraltro mettendoci parecchio tempo per riconoscere che quella era la stanza) di Palazzo Reale a Milano, e la mostra era la enciclopedica Grande Madre, sempre di Gioni e con più di un punto di contatto con il suo exploit veneziano di due anni prima. Mi sono seduto più di venti volte davanti al monitor oversize, nella maggior parte dei casi sul piccolo divano ufficialmente predisposto, ma anche per terra, e almeno in due occasioni ho guardato l'opera da dietro, con le immagini al contrario (non sto a raccontarvi le espressioni dei custodi di Palazzo Reale quando mi vedevano arrivare). Ma nonostante tutto questo, adesso, inchiodato davanti a questa tastiera virtuale seduto su una panchina alla luce bianchissima di un lampione stradale, non riesco ad avere alcuna immagine precisa di quanto ho visto e disperatamente amato.

Mi spiego, ricordo i momenti del video, le sue scene più intense (a mio parere), alcune parti musicali, le sensazioni che si innescavano in me e intorno a me. Ma non ricordo che cosa vedevo e capisco di non ricordarlo perché, in fondo, non c'era niente di più del Tutto, in quei 13 vertiginosi minuti, niente che si potesse davvero ricordare senza restarne fisicamente sopraffatti (e mi dico, consapevolmente ridondante, che questa è l'arte). Grosse Fatigue, ripensata oggi, da lontanissimo, mi appare, oltre che il prodigioso tentativo di catalogare la catalogazione (il video, molto semplificando, tratta della storia del mondo attraverso reperti e materiali conservati allo Smithsonian di Washington D.C., una enciclopedia visiva per finestre da sistema operativo - tutto avviene sul desktop di un computer - che diventa narrazione plurale e onnicomprensiva, con voce fuori campo e parti cantate), soprattutto una stupefacente macchina del desiderio, in molti sensi diversi, tra i quali la brama di evoluzione, il meccanismo erotico che ne è alla base, o la soverchiante ossessione per l'ordinamento della conoscenza ("Siamo stati per secoli martellati dalla conoscenza", mi ha detto mesi dopo in Fondazione Prada l'artista angolano Nàstio Mosquito, parlando del proprio lavoro), ma anche il desiderio - e siamo ancora lì - che il presidente della Biennale Paolo Baratta intende ufficialmente riattivare attraverso le ultime mostre veneziane (Biennali "per tornare a desiderare", ha detto più volte, sia per quelle di architettura sia per quelle d'arte), un desiderio come meccanismo, per l'appunto, più che come oggetto definito. Da qui la sensazione di nebbia che resta nei miei ricordi su Grosse Fatigue, da qui la magia di Camille Henrot, che nelle fotografie a me appare meravigliosamente algida e distante, come è assolutamente giusto che sia. Il desiderio sta nell'opera, nel mondo che descrive, nel modo - del tutto parziale e così universale - in cui lo descrive.
Da qui l'intuizione di un presente che è fatto solo dalla somma di passati (e possibilità future) che ci appartengono biologicamente, ma dei quali non sappiamo nulla. Così, in quella sala della sede espositiva più prestigiosamente paludata di Milano, mi sono ritrovato in quel momento attuale nel quale io non c'ero. Bevendo con foga la strana essenza del mio essere contemporaneo.

Al centro del meccanismo che fa muovere la macchina della Henrot,  straordinariamente complessa se la osservate attentamente, con centinaia di livelli narrativi in parallelo, che si sviluppano indipendentemente dall'attenzione o dalla (im)possibilità della stessa da parte dello spettatore, ci sono i corpi, ma soprattutto gli oggetti.

E allora penso ancora a Theaster Gates, che umanamente non potrebbe apparire più lontano dall'artista francese (ma cosa posso saperne davvero io), che esplora le possibilità di "riattivazione" degli oggetti che altrimenti nei musei sarebbero destinati alla semplice contemplazione: "Nei processi di produzione e postproduzione, rifletto sul potere che questi oggetti racchiudono e mi chiedo come posso imbrigliarlo, incrementarlo e redistribuirlo"[10]. Ecco.
Questo fa (o perlomeno ha fatto a me) Grosse Fatigue. (E, per una volta, il riferimento al sacro, onnipresente in Gates, non mi mette eccessivamente a disagio
[11]).

Giorno Quattro

Sono tornato a Milano, accolto da un nubifragio estivo che mi ha inzuppato la giacca e abbattuto il ciuffo. Guardo la città da una finestra al quinto piano e la luce ritaglia le sagome di palazzi, campanili, ripetitori e gru. Non so se sia il presente, quello che respiro adesso, temo che continui al massimo ad assomigliargli soltanto un po’, talvolta più, talvolta meno, in base ai momenti e alle ombre. Quello che mi sembra indubitabile (aggettivo troppo scivoloso, mi rendo conto, soprattutto per uno che dichiara di condividere la frase di Höller "Il dubbio deve essere recepito come bellezza"[12]), mentre scruto la città, nitida e irraggiungibile, è che questa contemporaneità è aperta[13] e che non serve nemmeno chiedere permesso, basta avere il fegato (mica tanto, ma mi rendo conto che il concetto di soglia psicologica è sempre complesso) di entrarci, senza neppure dover firmare la liberatoria, come capita al Museo del Novecento per poter camminare nel magnifico Corridoio elastico di Gianni Colombo (se vi manca, andateci adesso!).
I lavori di Camille Henrot, ma potrei citare anche le scritte luminose di Jenny Holzer oppure le strutture semi biologiche di Ernesto Neto, o ancora un film come The Crowd di Philippe Parreno e perfino le animazioni disturbanti di Nathalie Djurberg, sono nostri, non c'è nessuna élite di fronte all'atto di radicale libertà che è sempre connesso alla scelta di stare accanto a un'opera d'arte. Questa roba siamo (anche, d'accordo) noi. Maurizio Cattelan è così grande - e lo è sul serio - perché in fondo non esiste[14], esattamente come questo inafferrabile presente di Agamben per ciascuno di noi.

La vita è altrove, scriveva Kundera, ma ogni tanto succede pure che passi di qui.
Magari basta tenere gli occhi aperti.


Leonardo Merlini
Kilgore Magazine, 2016



[1] Il problema è nostro. Fare i conti con l’idea stessa di mainstream – non per piegarsi, ma per confrontarsi – è una di quelle operazioni che sarebbe assai salutare prendere in considerazione. Noi supposti intellettuali (o sedicenti tali).

[2] Poco dopo lo stesso Gates, il cui fisico possente è fatto apposta per abbracciare persone, neanche avesse al collo il celebre (e comunque un po’ inquietante, lo so) cartello “Hugs for Free”, ha detto anche, parlando del pavimento di una palestra che ha ricostruito dopo la chiusura dell’impianto, che l’arte dovrebbe farci sentire come quando l’allenatore ti dava una pacca sulla spalla dicendoti una cosa tipo “ben fatto, ragazzo”. Forse non mi è mai capitato, ma è tutto così incredibilmente perfetto.

[3] Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo e altri scritti.

[4] Il Mistero Ultimo, ovviamente, è il camminatore solitario stesso che si chiede incessantemente: “E l’amore?”.

[5] Giuseppe Ungaretti, I fiumi. “Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato”.

[6] Ma credo che alla fine non lo vogliano.

[7] Samuel Beckett, Primo amore.

[8] Il 25 agosto del 2015, una data impossibile a ben guardare. Ma eravamo comunque tutti lì.

[9] Era il 15 novembre, due settimane prima si era chiusa Expo, il mio migliore amico era partito per l’Olanda, la redazione aveva traslocato in un quartiere nuovo, lontano dai bar e da cinque anni di vita di relazione: insomma, il mio senso di perdita e spaesamento era a livelli quasi insostenibili. (La fine di qualcosa, scriveva Hemingway).

[10] True Value – Scommettere sull’impossibile. Theaster Gates in conversazione con Elvira Dyangani Ose. Fond. Prada

[11] In realtà però questa assenza di disagio a pensarci bene mi mette a disagio.

[12] Intervista con Ginevra Bria, Flash Art 328

[13] Come era sempre rimasta aperta la porta della Giustizia in un celebre racconto di Kafka, solo che l’uomo che attendeva fuori il proprio turno non lo sapeva ed è rimasto in attesa per tutta la vita.

[14] Non esiste nel modo in cui pensiamo di pensarlo, per essere precisi.