12 settembre 2015

Ciao David, adesso non abbiamo più paura

Tutto quello che non sapremo mai e che ci ruota intorno. Possiamo parafrasare Jovanotti per provare a descrivere che giorno è questo giorno come tutti gli altri nel quale cade, è il 12 settembre, il settimo anniversario della morte di David Foster Wallace. Certo, il verso successivo della canzone, che recita "mi tiene vivo" non fa al caso nostro, ma forse sì, perché dopo le celebrazioni, i santini, la commozione degli amici e dei lettori, intorno a Wallace e al suo genio, di cui davvero non sapremo mai nulla (e questa ignoranza è preziosa, nel suo distoglierci dallo spazio infinito dell'opinione e dell'opinabile per lasciarci concentrare sul testi, sulla altrettanto complessa ma fattuale bibliografia di David) comincia a diradarsi la nebbia dell'incenso, i semplici curiosi si stancano di stare a guardare e se ne vanno, il tempo edulcora il pudore di chi, a cadavere ancora caldo, non voleva rischiare il cattivo gusto di una critica… La Storia insomma fa il suo corso, come sempre incurante degli intercambiabili attori. Questi sette anni ci ricordano, con una bella dose di peloso senso comune, che siamo tutti utili e nessuno indispensabile, e che prima o poi toccherà a tutti la fortuna di venire dimenticati. 


 Nel caso di Wallace l'oblio è ancora lontano, ma la sensazione oggi è che comunque si sia passato un confine e che, riguardando alla figura dello scrittore-depresso-con-la-bandana, si possa sentire meno riverenza e meno paura di non averlo capito (e di non averlo letto, chi è senza peccato scagli il primo volume di Infinite Jest). Sette anni dopo quel giorno a Claremont non è più necessario pensare che avremmo tutti potuto fare qualcosa per non farlo impiccare, oppure che la scelta del suicidio fosse scritta da sempre nella sua biografia. Entrambe le posizioni potrebbero anche essere vere, ma è ora che cadano in prescrizione. L'Essere è, il Non Essere non è, diceva il filosofo greco Parmenide un sacco di secoli fa: per una volta conviene non fare i sofisticati (ma attenti, intellettuali dalle mente sottile, nel rinunciare alla sofisticheria si può anche arrivare a sublimi vertici della stessa, che sono però quasi sempre segreti, quindi poco spendibili in società) e attenerci a questi piccoli e semplici fatti. DFW non è più, i suoi libri sono ancora. Alcuni straordinari, alcuni più datati, alcuni tuttora irraggiungibili, altri a tratti del tutto illeggibili. Come la vita normale di uno scrittore che riusciva a essere fuori dal comune. Tutto il resto non lo sapremo mai, per fortuna (non voglio sentirmi addosso la sensazione dell'elettroshock per esempio, né ricordarlo su altri) ed è giusto lasciarlo andare. A preservare la memoria di David ci pensa con i muscoli e la grinta – a volte eccessiva e vagamente integralista – la devota vedova Karen, a noi il compito ancora divertente e talvolta nuovo di leggerlo smettendo di pensare che ci debba piacere per forza ogni singola parola scritta da lui.


Non è un caso, o così almeno a me pare (mentre ci rifletto sperduto in mezzo alla folla dell’Esposizione universale e sento franare il piccolo mondo dorato del mio preziosissimo ombelico da scrittore) che Jonathan Franzen, l’amico e simil alter-ego di DFW, abbia pubblicato in questi giorni intorno alla data dell’anniversario wallaciano il suo ultimo romanzo Purity, che la stampa di tutto il mondo ha immediatamente celebrato come finalmente "popolare", mettendo con velocità strabiliante una pietra sopra a un capolavoro "intellettuale" come Le correzioni. Tanto da farmi venire il dubbio che gli elogi di un tempo fossero, se non proprio falsi, almeno figli di una postura non esattamente spontanea… Quale che sia la verità, e se parliamo di letteratura ce ne sono sempre di diverse ed ugualmente valide, resta il fatto che adesso le ceneri di David sparse nell’Oceano sono davvero scomparse alla nostra vista. E finalmente gli possiamo volere bene senza appigli, senza scuse e senza sconti.

Ciao!

20 agosto 2015

La guerra in Iraq e l'indicibile: la missione di Phil Klay

“Sparavamo ai cani”. Si apre con tre parole, già capaci di creare un’atmosfera di inquietudine, la raccolta di racconti Fine missione di Phil Klay, 32enne scrittore statunitense che con questo suo primo libro ha vinto il National Book Award 2014. Un premio che, leggendo le storie che raccontano, forse davvero per la prima volta, gli ultimi anni della guerra in Iraq, appare quasi un naturale coronamento di un lavoro letterario che sa unire la precisione carveriana nella gestione della misura della short-story a un’indagine sul tema dell’umano – perché di questo si tratta – capace di raggiungere, senza morbosità né eccessi spettacolari, profondità sconvolgenti. Al punto da lasciare disorientato il lettore, che esce dalla pagina di Klay con la sensazione di avere ammirato un’opera d’arte e, al tempo stesso, di essersi completamente persi all’interno di un mondo che, ingenuamente, credevamo di conoscere.


Ufficiale dei Marine, Klay ha servito in Iraq come capitano, nella provincia di Anbar, tra il gennaio del 2007 e il febbraio del 2008, in un momento molto difficile per le truppe statunitensi, prima di congedarsi nel 2009 e quindi conseguire un Master in scrittura creativa. E la mano tecnica, nella sua pagina, si nota, è, militarmente verrebbe da dire, dichiarata. Ma ciò non basta a fare di storie come Il denaro come sistema di armamento o Preghiera nella fornace quegli oggetti letterari primordiali che nei fatti sono. La scrittura di Phil Klay, che in Italia è pubblicato da Einaudi, induce a domande sul senso della stessa letteratura o su che cosa significhi realmente trovarsi in guerra. Domande che, necessariamente, ammettono solo risposte parziali, quando non completamente oscure, e alle quali Klay non vuole fornire alcun tipo di soluzione, se non quella, preziosissima nella sua fragilità, della creazione artistica in se stessa. “In realtà – dice a un certo punto un personaggio – in Iraq è successo quello che è successo, niente di più”. Una frase solo apparentemente scontata, ma che cela l’abisso di orrore – parola intorno a cui ruota, tanto per fare un paragone che indica qual è l’ambito qualitativo in cui ci si sta muovendo, la follia di Kurtz in Cuore di tenebra di Joseph Conrad – rappresentato dallo stare in mezzo a una cosa di fatto indicibile nella sua totalità, ossia la violenza che porta con sé l’ombra, purtroppo non bergmaniana ma semplicemente brutale e biologica, della morte.

Morte che viene celata, più che sotto la retorica, che nei racconti di Klay non compare quasi mai, nemmeno dove ce la aspetteremmo, ricorrendo a un gergo anestetico per acronimi che trasforma i morti in azione in KIA, gli ordigni nascosti sulle strade in IED, le squadre di artificieri in EOD e via di seguito. Un gergo che Klay usa con raggelante indifferenza artistica, arrivando a comporre il racconto OIF, ossia Operation Iraqi Freedom, quasi utilizzando solo queste sigle aliene. La vita umana passa nella distinzione tra i KIA e i WIA (feriti in azione, ma sopravvissuti), ma anche nella disturbante consapevolezza “che KIA significa che loro hanno dato tutto. WIA significa che io invece no”.


Che cosa sappiamo davvero di noi stessi. Potrebbe essere questo il motivo per il quale queste short-story glaciali e lontanissime interrogano ciascuno di noi anche a migliaia di chilometri dall’Iraq in tono incalzante e avvolgente. Perché, come dice il Marine del primo racconto che dà il titolo alla raccolta prima di sparare al suo cane malato terminale, bisogna concentrarsi “sulla tacca di mira, non sul bersaglio. Il bersaglio deve essere sfocato”. In questa sfocatura di fronte al mondo si muove la grande letteratura, da sempre. Un movimento di cui oggi Phil Klay fa legittimamente e spaventosamente parte.

13 aprile 2015

Bolaño, le puttane e la ricerca della verità (impossibile)

Che cosa c'è di più indicibile di ciò che accade alla fine di una scazzottata violenta in un sordido bordello di Acapulco, lontano dagli alberghi per i turisti internazionali, in piena notte, dopo una lunga partita a carte nella quale uno straniero, che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di vittima predestinata, ha vinto l'intera posta e ora se ne vuole andare, insieme al giovane figlio, portandosi via la vincita. Tutti possiamo immaginare le scene peggiori: lame di coltello, spari, se volete anche degli spaventosi sacchi nei quali fare sparire dei corpi, abbandonati in un cortile che con il buio è antro di sesso e mistero, ma che, con la luce dell'alba, non potrà fare altro che rivelarsi nella sua infinita miseria e inutile bruttezza, un posto ridicolo nel quale morire, un posto in cui morire sembra inevitabile. Già perché stiamo parlando di un racconto di Roberto Bolaño, Ultimi crepuscoli sulla Terra, testo meraviglioso, enciclopedico (nel senso delle suggestioni poetiche del suo autore), astuto, costruito, reticente. Insomma perfetto, anche e soprattutto nel decidere di fermarsi allo scoppio della rissa, lasciando, dopo averlo corteggiato in maniera quasi intollerabile per lunghe pagine, che nei fatti l'indicibile resti tale. 

Di Bolaño, ormai a tutti gli effetti una leggenda anche per il mainstream (e qui si dovrebbe aprire una parentesi infinita per provane a -non- capire la storia di un poeta abbastanza scadente che a un certo punto della propria vita e della propria malattia decide di mettersi a scrivere dei romanzi e dei racconti per 'fare soldi' e mantenere i propri figli, e così facendo segna una pietra miliare nella letteratura contemporanea... E' una storia lunga e soprattutto nota, ma ricordarla, specialmente se si sta parlando dei racconti di Bolaño è sempre utile), si è scritto moltissimo e ora che Adelphi ripubblica tutte le opere dello scrittore cileno il rischio è quello di pensare di essere arrivati, di avere capito tutto ciò che c'era da capire. E aprendo l'ultimo arrivato, la raccolta di racconti Puttane assassine del 2001, nella traduzione di una bolaniana doc come Ilide Carmignani, molte manifestazioni del talento e del mestiere dello scrittore appaiono chiaramente leggibili. Le storie sono trappole per il lettore, gorghi letterari nei quali si sprofonda in virtù della concessione di plausibilità che noi, con ingenua onestà, concediamo a Bolaño. Sia chiaro, trappole splendenti, nelle quali finire prigionieri è liberatorio e felice, ma pur sempre meccanismi narrativi in molti casi esposti, che il nostro occhio però, troppo impegnato a combattere contro il senso di minaccia incombente e a divorare il racconto, potrebbe scegliere di non vedere.

E quando il lettore smaliziato, seppur innamorato di Bolaño, incappa in una fase come "Le ore successive sono confuse", sa, lo sa con certezza, che queste cinque parole sono figlie dell'abilità affabulatoria del cileno. Ma poi, fermandosi un attimo a riflettere (centellinare la lettura di Bolaño può essere una buona strategia, prendersi delle pause, per quanto difficile), può capitare di accorgersi che, in realtà non si tratta solo di quell'utile fumo che si spara in aria per creare senso di mistero, bensì qualcosa che va più in fondo, che ha a che fare con l'effettiva difficoltà di percepire e vivere ciò che chiamiamo realtà... Insomma, vista sotto una certa angolazione e - direbbe W.G. Sebald - in certe condizioni di luce, la frase diventa assolutamente "vera", e Bolaño, come fanno gli scrittori di razza (provate a pensare per un secondo a Franz Kafka, solo per fare un esempio clamoroso) risponde attraverso una narrazione che potrebbe sembrare quasi di genere a domande che riguardano le esperienze private e individuali (spesso segrete, crediamo ingenuamente) di tutti noi. E soprattutto, e qui sta il meglio, lo fa alla maniera di Bolaño. Se fosse una operazione di marketing pianificata sarebbe il capolavoro definitivo. Ma, per fortuna (?), è solo letteratura.

"Mentre mangiano il padre di B guarda B come se cercasse una risposta. B regge il suo sguardo. Telepaticamente gli dice: non c'è risposta perché la domanda non è valida. La domanda è idiota". Quali che siano i contenuti di questo dialogo silenzioso è irrilevante, quello che conta è che il dialogo esiste e che, in buona parte, ci riguarda. Sempre.

04 aprile 2015

José Revueltas e l'invenzione della prigione: Le scimmie

La prigione era ovunque, raccontava Italo Calvino nel suo memorabile racconto Il conte di Montecristo, e ogni tentativo di evasione del suo abate Faria era surreale e grottesco, oltre che impossibile. Di questa impossibilità e dell'idea stessa di prigione, ha scritto in un testo del 1969 il messicano José Revueltas: Le scimmie, che ora viene pubblicato in volume in Italia dalle edizioni Sur. Un libro, breve ma poderoso, che diventa dimostrazione inoppugnabile e sconvolgente del modo in cui la lingua letteraria, una lingua in questo caso ricchissima, quasi tronfia di subordinate che ridanno senso a una parola come "discorso" (nell'accezione più profonda del termine), possa essere a tutti gli effetti una forza creatrice. "In principio era il Verbo", recita uno degli incipit più celebri e venerati di sempre, lo stesso vale per Revueltas e per questo suo libro, che sa essere fondativo anche se in realtà è arrivato alla fine della carriera dello scrittore, cinque anni prima della sua morte, a 62 anni, nel 1976.


La storia è minima: tre detenuti disperati, tre tossici in isolamento - Polonio, Albino e il Coglione - architettano un piano per farsi recapitare della droga. Finirà male, con un piccolo massacro, nel quale tanto i detenuti quanto i secondini - le scimmie del titolo, prigionieri a loro volta nel sistema detentivo di cui sono chiamati a farsi garanti - usciranno devastati e, inevitabilmente, sconfitti. Ma quello che conta, oltre alla prospettiva dello sguardo di Revueltas, è l'universo che il narratore riesce a creare, l'allucinazione indefettibile che sorregge ogni singolo passaggio del libro, quella spaventosa precisione realistica, che insiste sul dettaglio anche anatomico (come nel caso delle perquisizioni intime inflitte alle parenti dei detenuti al momento di entrare in carcere), ma che in fin dei conti crea un effetto complessivo straniante e, si direbbe dall'altra parte del continente americano, larger than life, più grande della stessa realtà che si propone, riuscendoci, di descrivere dall'interno.


José Revueltas, come senza essere molto originali si può anche supporre dal suo cognome, aveva la ribellione nel sangue e la sua biografia, di cui nel libro di Sur è presente una sintesi efficace firmata dalla curatrice Alessandra Riccio, è costellata di dissidenze e detenzioni. Comunista convinto, anche degli errori dei suoi, è rimasto a lungo una figura altra a ogni tipologia di sistema, fosse quello del potere in Messico oppure l'altra chiesa, quella che viveva all'ombra dell'ortodossia marxista, sovietica o castrista che fosse. E allora ecco la galera, anche in tarda età, dalla quale esce con il racconto Le scimmie, senza livore, senza sfoghi, ma solo con un oggetto letterario che è, come il suo autore, pura alterità, meraviglia inattaccabile, a suo modo verità definitiva. Scritta da un autore che, ovviamente, non crede in nessun modo che esista una verità definitiva. Qui sta il trucco e qui anche la vittoria, postuma quanto volete, di José Revueltas. Di lui la scrittrice e giornalista sua conterranea Elena Poniatowska, scrive che era una "immagine angelica che riflette sempre un Lucifero cangiante". Una definizione che si adatta perfettamente, volenti o nolenti, alla stessa Letteratura, e la elle maiuscola non è un refuso.


Ultima nota: leggendo Revueltas si sente vibrare la stessa energia che anima le pagine di un altro grande sudamericano venuto dopo di lui, il cileno esule Roberto Bolaño che a lungo a vissuto in Messico. Senza scomodare il mistero borgesiano dell'influenza, resta la certezza che i semi letterari gettati anche nei modi più eterodossi prima o poi daranno un frutto.

16 dicembre 2014

Libri dell'anno: noi diciamo Salinger, Dyer, Lagioia, Egan, Conrad...

Sono passati più di 60 anni dalla pubblicazione de Il giovane Holden e quasi cinque dalla morte del suo mitico autore, Jerome David Salinger, ma la figura dello scrittore che scelse la fuga dal successo continua ad affascinare. Tanto che la biografia Salinger di David Shields e Shane Salerno, pubblicata in Italia da Isbn, è, a nostro avviso, il libro dell'anno del 2014. 


Kilgore ne ha parlato con Massimo Coppola, direttore editoriale della casa editrice milanese: "Era un grande sovversivo a modo suo - ci ha detto a Torino - era un uomo molto sofferente, addolorato e al tempo stesso sovversivo, che ogni tanto ci fa immaginare di essere ancora tutti adolescenti, ed è una cosa che è bello provare, non troppo spesso, ma ogni tanto fa bene".

Grande eco e curiosità hanno suscitato anche le lezioni radiofoniche di Antoine Compagnon sul filosofo Montaigne, che Adelphi ha raccolto nel piccolo e ispiratore Un'estate con Montaigne, a dimostrazione del fatto che si possono toccare anche argomenti molto alti senza rinunciare alla piacevolezza e al successo. E, chi ci segue lo sa, questa cosa è molto cara al nostro magazine e, soprattutto, a BeBookers.

Venendo all'Italia, da segnalare il ritorno di un autore a noi particolarmente caro, Nicola Lagioia (la mia videointervista), che con il suo ultimo romanzo, La Ferocia (Einaudi), ha nuovamente raccontato con la sua lingua a tutto tondo il nostro Paese. "Viviamo in un mondo selvaggio in un mondo spietato e feroce - ci ha detto lo scrittore barese - ma siamo, forse non tanto per scelta o volontà, ma per grazia, capaci ogni tanto di sabotare quest'istinto. E questo è l'unico elemento di speranza in un mondo che, altrimenti, sembrerebbe non averne".


Come sempre imperdibili i libri dell'americana Jennifer Egan, il cui romanzo del 2006 La Fortezza, che Minimum Fax ha tradotto ora, è l'ennesima dimostrazione di quanto il talento della scrittrice non si faccia incasellare in definizioni semplicistiche e sappia sorpendere a ogni pagina, con un mosdo di fare quasi sfacciato (meravigliosamente sfacciato, ovvio). Stesso discorso che vale per i saggi miscellanei di Geoff Dyer la cui raccolta Il sesso nelle camere d'albergo, pubblicato da Einaudi, è un gioiello di atteggiamento e sguardo laterale. Un libro nel quale si legge una frase come "per diventare famoso devi essere il peggiore del mondo in qualcosa" va comprato, letto e amato a priori, anche senza cedere al peraltro irresistibile fascino della forma ibrida e sui generi della scrittura di Dyer.

Una citazione infine la meritano i due racconti del giovane Joseph Conrad raccolti da Matteo Codignola per Adelphi in Un avamposto del progresso, sconvolgenti e già totalmente calati nel cuore di tenebra del colonialismo europeo. E con loro due romanzi americani degli anni Settanta e Ottanta che escono finalmente anche in Italia: End Zone (Einaudi) di Don DeLillo, tra foootball e guerra nucleare, e Democracy (e/o) di Joan Didion, ancora un libro sul potere, sulla solitudine e sull'eccezionalità di alcune donne scritto da un'autrice unica.

05 novembre 2014

L'epoca blu di Milano, Yves Klein e l'infinito monocromo

C'è qualcosa di magnetico in quella sorta di piscina terrosa blu che guarda sul Duomo di Milano e che ha trasformato la Sala Fontana del Museo del 900 in uno dei più affascinanti luoghi dello spirito del contemporaneo in Italia. Il rispecchiarsi dell'opera "Pigment Pur" di Yves Klein, il gran cerimoniere del monocromo blu, nella luce - antica e modernissima - del neon di Lucio Fontana crea, o meglio, ricrea uno dei dialoghi artistici più intriganti del secolo scorso, tutto giocato sulla ricerca della purezza e della definizione dello spazio. 

Ma se le opere del maestro argentino che tagliava le tele sono abitualmente di casa a Milano, il potente ritorno di Klein e della sua inesausta energia di ricerca concettuale, sono un vero e proprio evento, piombato sulla città con la forza di un respiro internazionale. Che ha dato una tonalità blu alla scena del contemporaneo in questi mesi decisivi per l'avvicinamento a Expo, dalla quale si può partire per ricordare che Milano è già tornata a essere una capitale dell'arte, almeno a livello di esposizioni, nell'attesa che torni a essere anche quella fucina di creatività che era stata negli anni Cinquanta e Sessanta, periodo cui è dedicata la mostra di Klein e Fontana.

Giocando sul filo del colore blu, infatti, è possibile muoversi idealmente da piazza Duomo fino all'Hangar Bicocca, che ospita una grande mostra dedicata alla performer statunitense Joan Jonas, che si era mostrata all'inaugurazione proprio immersa nel blu di una sua installazione.


Ma la lezione di Klein, e le sue suggestioni, conducono poi a un altro grande milanese, quel Piero Manzoni che è stato una sorta di doppio dell'artista francese, animato dalla stessa furia creativa e, pure lui vittima di una biografia spezzata molto presto. Pochi mesi fa il tributo a Manzoni lo aveva reso Palazzo Reale, e qui il monocromo si era visto declinato in quei magnifici quadri dell'assenza che sono gli Achrome. Bianco o blu, comunque, a Milano si coglie il respiro di un'arte che ha voluto fortemente dare una nuova forma al mondo. E che oggi, nonostante siano passati alcuni decenni, mantiene viva e fremente tutta la propria intensità. Pronta a trasmettersi alla città meneghina, che appare nuovamente ricettiva.


09 agosto 2014

Poesia della Guerra nucleare, la End Zone di Don DeLillo

"Cominciò tutto con un libro, un enorme volume che parlava di un possibile conflitto nucleare. Il problema era semplice: quel libro mi piaceva. Mi piaceva leggere della morte di decine di milioni di persone. Indugiavo soprattutto sulla descrizione delle metropoli distrutte. Da cinque a venti milioni di vittime. Da cinquanta a cento milioni". La voce è quella di Gary Harkness, un giocatore di football americano del Logos College, protagonista in prima persona del romanzo End Zone di Don DeLillo, uscito negli Stati Uniti nel 1972, ma tradotto ora per la prima volta in italiano e pubblicato da Einaudi. Un libro in cui, come già accaduto con La stella di Ratner del 1973, si capisce che DeLillo in qualche modo è nato come scrittore già con una sua voce precisa, anche prima dei grandi capolavori successivi. 

Qui l'intreccio mescola il football e la guerra atomica, il gergo e la metafisica, in un modo che resta unico nel panorama della letteratura contemporanea. Così tra il nulla del college texano dove vanno in scena truculenti e cervellotici allenamento e gli scenari apocalittici possibili, e nei primi anni Settanta il pericolo era reale, ecco che DeLillo arriva al cuore del proprio lavoro. "Quello che voglio fare - ha detto lo scrittore in un incontro del 2013 organizzato dalla Library of Congress - è uscire dalla piccole strade strette del mio quartiere e trovare l'America". Un'America che, nei romanzi di DeLillo, assume spesso venature imprevedibili, misteriose e, per molti versi anche mistiche, pur nella messa in scena iperrealista che, magicamente, le contiene e le giustifica.

Nelle scene di campo, nelle geometrie belliche della corsa di un giocatore quanto nella traiettoria di un missile balistico intercontinentale, la lingua di Don DeLillo diventa strumento di ambizione assoluta, sia nel senso delle possibilità della scrittura, sia in quello di arrivare a trattare temi fondamentalmente indicibili, come la distruzione totale. Un argomento che torna periodicamente nella pagina delilliana, come nel caso dello straordinario prologo di Underworld, anche qui un prodigioso incrocio tra la cultura popolare dello sport, in questo caso il baseball, e la scrittura totale del romanziere venuto del Bronx, capace di mettere in scena tanto una partita leggendaria quanto il senso di Trionfo della morte che si viveva quotidianamente negli anni più difficili della Guerra fredda. E tornando a End Zone, in fondo, per noi è impossibile non amare alla follia un romanzo nel quale a una ragazza che chiede se può mettersi il vestito arancione per un appuntamento, l'aitante e problematico Gary risponde dicendo di sì, perché "ti fa sembrare un'esplosione nel cielo del deserto".


LA VIDEORECENSIONE

09 maggio 2014

Nessuna destinazione in vista

Accanto a Bolaño e ai suoi detective selvaggi
Il saggio apparso su Minima&Moralia


Un sentiero di terra battuta in un giorno particolarmente afoso, il cane che mi precede e le mie scarpe impolverate, orfane. La Valpadana come il deserto di Sonora. Un cielo incombente nel pieno mezzogiorno messicano e delle figure ferme nella luce, disperse appena fuori dal giardino di casa, lontano e al tempo stesso vicinissime a Macondo, ma in un'altra galassia, o in un'altra dimensione, condannata all'incomunicabilità. Uno scrittore che fuma e mi parla, protetto dalla notte e dalle piante di Villa Torlonia, mi parla per quindici lunghi minuti davanti a una telecamera, mi parla di un altro scrittore che, in qualche misura, sono stato io a fargli leggere. Una sera sulla costa della Catalogna, l'odore del mare e delle creme solari, nauseabonde e dolcissime, mentre da qualche parte suona un telefono e l'uomo seduto accanto all'apparecchio decide consapevolmente di non rispondere. Heroismo sin alegría, potrebbe dire il poeta Pablo de Rokha[1]. Alegría sin Heroismo potremmo replicare: entrambe le definizioni funzionano, quando si parla di un romanzo come I detective selvaggi di Roberto Bolaño, un libro che, ha scritto Mónica Maristain, "ha cambiato il corso della letteratura latinoamericana. E lo ha fatto senza preavviso e senza chiedere il permesso"[2]. Era il 1998, e perché il mondo se ne accorgesse c'è voluto del tempo, non troppo, ma quanto bastava per spingere Bolaño, già malato e con soli altri cinque anni da vivere, tentando di raccontare almeno un paio di universi completi (questo, e non il fegato marcio, avrebbe ucciso qualunque altro scrittore, ma il Cileno era allenato alla competizione più spinta, e aveva le sue astuzie, seppur tragiche) e di salvare la propria famiglia (i suoi due figli, "unica patria" di un apolide geniale e ostinato), a diventare una leggenda, anche per l'infelice vicenda biografica, grazie soprattutto alla venerazione alla quale è stato esposto negli Stati Uniti, fatto talmente insolito per un autore straniero da apparire sospetto, se non si parlasse di uno scrittore capace di essere contemporaneamente un vero outsider e un creatore di una nuova tipologia di segreto mainstream. Una leggenda, dicevamo, che è diventata anche fenomeno editoriale (quasi) di massa, argomento di conversazioni eleganti, un must in società. Anche. Ma che ha tuttora lo straordinario potere di farmi innamorare di due sorelle che tornano sempre uguali in molti suoi libri, solo con i nomi cambiati (e talvolta neppure troppo) e di farmi sentire a casa, felice, anche in una taverna zozza piena di brutti ceffi. O di pensare per giorni interi a un libro di geometria steso come un paio di pantaloni sotto le stelle del Messico. Lo stesso Paese dove, pochi giorni fa, è morto Gabriel García Márquez. La stessa città (il Distrito Federal) dove si muovono i poeti spacciatori Arturo Belano e Ulises Lima. E qui dovevamo arrivare. Sotto le celebri nuvole[3].

È successo che, a metà di un giorno di una primavera piemontese, mentre poco più in là il premio Nobel Dario Fo sproloquiava con mestiere sotto lo sguardo amorevole di sua moglie (uno sguardo vero, come ne ho visti pochi altri), mi sia messo a discutere di Bolaño con Jonathan Lethem. Lo cosa interessante, dal mio punto di vista, è che in breve si è fatto quasi a gara a chi mostrasse più entusiasmo per il Cileno e per il suo mondo letterario (tanto che a un certo punto qualcuno di noi, forse entrambi allo stesso tempo, abbiamo pronunciato pure le parole Mantra e Rodrigo Fresán, titolo e autore di un romanzo che non è mai stato pubblicato nelle nostre rispettive lingue e che, all'epoca per lo meno, non era neppure acquistabile in castigliano). Era un'intesa tra persone lontane, un momento da poeti realvisceralisti, infantile e inebriante nello stesso momento. Quindi per me indimenticabile, come parlare con una rockstar di un comune amico, Roberto, che in una notte di Girona di fine XX secolo ho, a posteriori, sognato di avere incrociato, senza riconoscerlo ovviamente, sotto la luce fredda dei lampioni di quella città piena di automobilisti aggressivi e momenti di clamoroso silenzio. Era lì, camminava lento, stava scrivendo i Detective, forse voleva comprarsi un panino, forse, come il protagonista del memorabile racconto Sensini[4], stava cercando una ragazza che viveva dall'altra parte del mondo ma che, di lì a non molto, avrebbe davvero suonato alla porta.
Entra, certo. Ho del caffè. Abbiamo tempo, possiamo parlare di molte cose, se ti va.

Le parole di Lethem, questa volta scritte, hanno qualcosa di acuminato quando affrontano il tema dei dubbi di Bolaño, come quello "che la vita, in tutto il suo raccapricciante splendore, possa mai localizzare la letteratura di cui ha un disperato desiderio al fine di sentirsi riconosciuta"[5]. Il congiuntivo, quel "che possa", contiene tutto il senso di una ricerca che è tanto urgente quanto provvisoria, un bisogno circolare come le rovine di Borges (che sono le nostre rovine, il nostro fuoco di ogni giorno per citare pure il "nemico"[6] don Octavio Paz), destinato a incerta e sempre parziale soddisfazione, o quantomeno a un risultato che non può che essere di un'oscurità inquietante, cosa che peraltro costituisce la sua forza (ho riassunto, ma è ancora farina del sacco di Lethem). Di qui, da questa ricerca che sembra partire dal momento in cui un uomo ha tracciato una storia sulle pareti di una caverna[7] o su una tavoletta d'argilla che adesso se ne sta vagamente trascurata - seppur altezzosa - al British Museum, si muovono anche Belano e Lima, attori e vittime di un'impresa che nasce prima di tutto sul terreno della letteratura, e poi si sposta sulla loro pelle di personaggi di fiction. Una pelle che brucia, una Pelle Divina, che è anche il nome di uno dei protagonisti dei Detective, uno dei più lontani, in un romanzo nel quale tutto sembra lontano almeno cent'anni (e sono necessariamente anni di solitudine, ma anche di pura e semplice distanza, dove la struttura narrativa è così forte e incistata da annullare ogni sovrastruttura, esaltando il vuoto e la non necessità di un percorso ideologico, pur nell'opera di un autore che era ideologico. È l'oggetto che vi pensa, ricordava Baudrillard[8], in questo caso è l'opera dello scrittore a creare lo scrittore stesso, non solo nel senso della bibliografia, ma tout court, come una metafisica creazionista dell'influenza alla Harold Bloom[9]). La ricerca della poetessa Cesárea Tinajero, la madre del realvisceralismo, quindi nell'ottica della narrazione della Madre con la emme maiuscola, è la trasposizione della localizzazione e del riconoscimento di cui scriveva Lethem. Due cose semplici, primordiali, che puntano dirette, come un mirino agli infrarossi, alla nostra attenzione. Strategie, trappolamenti, mestiere, che aprono la strada al successo internazionale di Bolaño, ma che non sono il gradiente finale della sua opera, che resta per buona parte sfuggente[10], impossibile da circoscrivere, eppure abilmente - perché anche qui entra in campo il lavoro dello scrittore - costruita da un uomo che, tra i tanti mestieri strampalati della sua vita errabonda era, in fondo, solo un grande scrittore. Il massimo della naturalezza - ha detto qualcuno capace di cogliere verità essenziali - si ottiene solo con il massimo dell'artificio. A questo punto dovreste applaudire.

Ho davanti la nuova traduzione de I detective selvaggi, che l'ispanista Ilide Carmignani ha realizzato per Adelphi. Ho davanti il volume giallo che nasconde una felicità segreta, qualcosa che assomiglia all'angolo di strada verso il quale corrono due amanti o due cospiratori alla ricerca di uno spazio privato, lontano dagli occhi della Città. Dentro c'è anche un pezzo di me, della mia esperienza di lettore, e quindi della mia autobiografia minima. E mi rendo conto che la risposta alla domanda di Novalis su dove stiamo andando[11] non è più "sempre verso casa", ma è diventata "da nessuna parte", e nessuna parte è, ovviamente, ovunque, per sempre, all'infinito. La ricorsività dell'accidentale, il punto magnetico che unisce Bolaño a David Foster Wallace, due cinquantenni mancati che hanno ritinteggiato le pareti letterarie di un piccolo appartamento, il nostro. “La pagina di entrambi – ha scritto con delicata precisione Filippo La Porta – è come incrinata da un lutto originario, da una frattura appena percettibile e non rimarginabile”[12]. "Come Wallace in Infinite Jest - aggiunge Lethem tornando a contestualizzare - Bolaño ne I detective selvaggi ha offerto un'epica autentica, immune da ogni ostentazione grazie all'ironia compassionevole, all'arguzia vernacolare e un vago defilarsi decisamente punk"[13]. Un'epica, direbbe il cileno, che sa essere ammiccante come una puttana, ma una "puttana onesta"[14]. E l'aggettivo, nel sistema valoriale che lo sostiene, fa la differenza. Con buona pace di tutto il resto, che non è per forza silenzio, ma che, di fronte alla implacabile irruenza di un romanzo monstre (che pure giganteggia in modo apparentemente noncurante, e qui sta parte del miracolo) non può che rimpicciolire sempre di più, riducendosi alle dimensioni di una micro installazione dell'artista brasiliano Cildo Meireles, Cruzeiro do Sul, che solo una luce sul pavimento[15] ci permette di distinguere e, ancora questo verbo seminale, riconoscere come opera d'arte. 

"Se ci si tira indietro di fronte al cannibalismo - scrive Walter Siti - non resta che chiedere permesso all'ovvietà[16]". Bolaño trova la via alla sua personale ferocia letteraria[17] attraverso il cruento - più che mai in 2666 - ma anche grazie alle giustapposizioni sentimentali, alle ossessioni, ai luoghi rivisitati in chiave straniante, come nel caso della tenerezza che, nei Detective, trasuda da ogni descrizione di Città del Messico, che negli anni Settanta doveva essere un posto discretamente caotico e pericoloso (nessuna ovvietà, dunque). Ecco, qui c'è Bolaño, lo scrittore coraggioso che il suo editore catalano Jorge Herralde descrive in modo contraddittoriamente perfetto quando parla del suo atteggiamento verso la salute: "Altero, caparbio, provocatorio, stoico, kamikaze e con la testa sotto la sabbia"[18]. Parole che sembrano valere anche fuori dalla sfortunata biografia clinica del cileno, e che sono anche una finestra per guardare alla sua opera letteraria, nella quale l'incertezza e la sfocatura sono elementi strutturali, ovviamente al pari della precisione e del dettaglio, che regolarmente arrivano a dissipare, almeno per un poco, la nebbia del mistero. Ne I detective selvaggi, poi, a pesare enormemente, nonché a dare al romanzo quel suo inconfondibile ritmo schizofrenico e amoroso (perché l'amore è adolescenzialmente fondamentale in ogni pagina, soprattutto in quelle in cui non se ne parla), è l'architettura complessiva della narrazione, con la struggente parte centrale nella quale si alternano decine di narratori, vero momento in cui Roberto Bolaño ribalta il tavolo del romanzo contemporaneo e costringe tutti a fare i conti con lui. Anche il tempo della narrazione diventa una sorta di personaggio e qui, sebbene sia nota (e controversa, almeno stando ad altre dichiarazioni più concilianti su García Márquez) la sentenza bolaniana sul realismo magico che "fa schifo", non si possono non notare i punti di contiguità con la lezione, se non si vuole dire proprio del Gabo ufficiale, almeno con quella per molti versi anche più incisiva, del miglior Salman Rushdie, ai tempi, per intenderci, de I figli del Mezzanotte. Con la differenza che Bolaño racconta della perdita, e non dell'invenzione, di una patria. Ma per il cileno a diventare patria, oltre ai già citati due figli, è la letteratura stessa, che gli fornisce l'opportunità di guadagnarsi da vivere - per lungo tempo in modo modesto - e di trovare una collocazione nel mondo borgesiano della Biblioteca infinita. "In un modo o nell'altro - ha detto in un'intervista a Héctor Soto e Matías Bravo - siamo tutti legati a un libro. Una biblioteca è come una metafora dell'essere umano o della parte migliore di un essere umano. Così come un campo di concentramento può essere una metafora della sua parte peggiore. La biblioteca è la generosità assoluta"[19]. La stessa che, in fondo, sostiene i suoi poeti-spacciatori Ulises e Arturo, le sorelle Maria e Angelica Fónt e perfino Quìm, il loro padre schizoide, la puttana innamorata Lupe e tutti i personaggi chiamati a testimoniare di se stessi e, forse, anche dell'impresa dei due detective sulle tracce delle proprie origini[20].
Adesso, sapendolo e sentendola sulla nostra pelle, questa generosità devastante, possiamo anche andare a ubriacarci. E il primo bicchiere, con tenerezza, sarà oggi per Roberto Bolaño, cileno disperso, a nostra immagine e somiglianza.

Leonardo Merlini




[1] Poeta cileno, al secolo Carlos Dìaz Loyola (1894-1968)
[2]L’ultima conversazione, intervista con Mónica Maristain, in Roberto Bolaño, L’ultima conversazione, Sur edizioni
[3] Messico e Nuvole, musica di Giorgio Conte e Michele Virano, testi di Vito Pallavicini. Molti interpreti, ricordo Paolo Conte e Jannacci
[4] In Roberto Bolaño, Chiamate telefoniche, Adelphi
[5] In Jonathan Lethem, L’estasi dell’influenza, Bompiani
[6] Nemico per i poeti realvisceralisti del romanzo, Bolaño, per se stesso, rifiuta la dicitura
[7] Devo questa frase a Tullio Pericoli, che la usava per descrivere la nascita della prima Linea, la cui storia è ora contenuta, secondo l’artista, in tutte quelle venute dopo di lei
[8] Jean Baudrillard, E’ l’oggetto che vi pensa, Pagine d’Arte
[9] Il critico statunitense ha pubblicato due celebri testi sull’argomento: L’angoscia dell’influenza e, successivamente, Anatomia dell’influenza. Utilissimo, per comprendere la postura di Bloom, il saggio di Jorge Luis Borges Kafka e i sui precursori, pubblicato in Altre inquisizioni.
[10] Come scrive David Shields, la letteratura è uno specchio che riflette una immagine che è la nostra, ma al tempo stesso non lo è. Cfr. David Shields, How Literature Saved my Life, Knopf
[11] Cfr. Enrico di Ofterdingen, devo la citazione a Claudio Magris e al suo memorabile Itaca e oltre
[12] Filippo La Porta, Meno letteratura, per favore!, Bollati Boringhieri
[13] In Jonathan Lethem, L’estasi dell’influenza, Bompiani
[14] L’ultima conversazione, intervista con Mónica Maristain, in Roberto Bolaño, L’ultima conversazione, Sur edizioni
[15] Per lo meno questo accade nella mostra Cildo Meireles - Installations all’Hangar Bicocca di Milano
[16] Walter Siti, Exit Strategy, Rizzoli
[17] Sul tema chiave della ferocia letteraria cfr. Jonathan Franzen, Più lontano ancora, Einaudi
[18] In Adelphiana 1963-2013
[19] La letteratura non è fatta solo di parole, intervista con Héctor Soto e Matías Bravo, in Roberto Bolaño, L’ultima conversazione, Sur edizioni
[20] Origini che, nel piano rizomatico dell’opera di Bolaño, naturalmente si chiariranno – sempre in forma ipotetica, sia chiaro – in un altro libro, perché tutto è connesso e, in fondo, si scrive sempre lo stesso libro

18 aprile 2014

Uno scrittore nel suo Labirinto e il peso di un'epopea

Per Gabriel García Márquez,
un grande amore giovanile poi riconsiderato

Considerate il film. L'ambiente è subito riconoscibile, un Sudamerica immaginario, al tempo stesso immobile e vorticoso, inchiodato a un destino di morte annunciata. Di cui si poteva solo provare a fare una cronaca. Forse il modo migliore per salutare Gabriel García Márquez, lo scrittore colombiano morto a 87 anni a Città del Messico, è quello di pensarlo come un cronista, felice e sconosciuto direbbe lui, di storie che andavano raccontate. E così anche il peso (a un certo punto probabilmente insostenibile) di un'epopea divenuta iconica, come quella della famiglia Buendia in Cent'anni di solitudine, che, con la sua forza e il suo successo - che ne hanno fatto un precursore dei global novel del tempo delle profezie realizzate di Marshall McLuhan - avrebbe potuto schiacciare qualunque autore, è stato vissuto dal romanziere con quel misto di leggerezza (anche qui chissà se insostenibile) e rassegnazione, come un generale che sa di essersi perso nel suo stesso labirinto.


Nel 1982 il premio Nobel e la consacrazione di un'etichetta come quella di padre del Realismo magico: ma anche in quell'occasione il tenace Gabo, ostinatamente politico e memorabile nelle liti con il liberale Mario Vargas Llosa, la prese con un salutare distacco. "Il Premio Nobel - disse all'epoca - è qualcosa che è successo alla Colombia, al Sudamerica, al mondo. Ma qui, in questa casa, noi siamo sempre gli stessi". Il paese di Macondo, patria e condanna dei Buendia, è diventato con gli anni uno dei luoghi simbolo della letteratura contemporanea, ma forse, accanto all'epopea secolare e all'amore in tempi difficili, il meglio di Gabriel García Márquez restano le opere più compatte, come i suoi articoli o i saggi (come l’indimenticabile Il fantasma del Nobel) e, nel solco della storia del suo continente, il piccolo, insuperabile, Nessuno scrive al colonnello. Nell'autunno di un grande patriarca della scrittura, triste come le sue gaudenti puttane, potrebbe essere questa la stella polare cui tornare a guardare, per imparare come si racconta.

06 aprile 2014

Amore disperato ovvero Kurt Cobain dopo 20 anni

Un corvo mangia qualcosa di insanguinato nel mezzo di una mattina ventosa di primavera nel parco di Russell Square a Londra. Il cielo sopra Seattle, obliquo e incupito come sempre. Un ragazzo, un vagabondo, sulla riva di un fiume che tenta di pescare in maniere grottesche. La notte, da quella zona, arrivano delle urla indefinibili. Una fila di persone in coda per il concerto, come se gliene importasse davvero qualcosa. Qualcuno che gli diceva Tu sei un simbolo, sei una cosa loro, adesso. E allora rispondere: "È sempre così. C'è sempre qualcuno che si aspetta qualcosa da te, nel senso che si aspetta tu faccia qualcosa. È una specie di regola del cazzo ed è uno dei motivi per cui il mondo è uno schifo[1]". Tutto questo, realtà e fiction, ricordi personali e storie immaginarie, canzoni, odori, impressioni. Tutto quello che non è mai stato. E poi un garage, sempre un garage, un fottutissimo garage del cazzo. Amen. Tutto finito. Vent'anni fa. Come se niente fosse. E anche io me lo ricordo quel pomeriggio triste, sul ciglio di una strada a contemplare l'America. Si presentarono i miei 40 anni, e un contratto col nulla. E ovviamente firmai, col mio nome firmai[2]. 

Come si fa a scrivere un pezzo sul l'anniversario del suicidio di Kurt Cobain? Si dovrebbero passare due settimane ascoltando ininterrottamente la musica dei Nirvana, riguardando i video e le registrazioni live, traducendo i testi e spulciando le molte interviste, coeve o postume, ai componenti della band. Si dovrebbe sapere molto della storia del rock e delle sue vedette maledette. Il Club delle rockstar morte a 27 anni[3] e le loro storie eccessive. Magari si dovrebbe anche possedere una chitarra, o per lo meno andare a pranzo, di tanto in tanto, con un amico[4] che sa tutto di Mark Knopfler. Chissà. Io, personalmente, ho scelto di aggrapparmi a quel poco che so, a quel terreno che ancora codifico, ingenuamente, come "casa". Ho scelto di citare T.S. Eliot e il suo celeberrimo incipit: "Aprile è il più crudele dei mesi"[5], compiaciuto del fatto che anche l'immagine seguente del poeta, con le ossa che in primavera tornano a spuntare dal terreno, avesse una sua coerenza intrinseca. Ho scelto di puntare tutto su Tommaso Pincio e sul suo struggente Un amore dell'altro mondo, romanzo che ha Cobain presente in duplice veste, come personaggio e come spirito di fondo del libro. Un Kurt ragazzo che dice al suo amico immaginario: "Anch'io sono stato un alieno da bambino. Ero convinto che mio padre e mia madre non fossero i miei veri genitori. Mi ero messo in testa di venire da un altro pianeta. Volevo venire da un altro mondo. Con tutta l'anima. Di notte mi affacciavo alla finestra e mi mettevo a parlare con i miei veri genitori. La mia famiglia in cielo. La vera famiglia". Ho scelto di immaginarmi i cambi di ritmo di Heart-Shaped Box e la loro ricorsività finta, i cambiamenti disturbanti tra una strofa e l'altra, le angosce segrete degli strumenti musicali che dovevano seguire il flusso di coscienza sonoro di Cobain. Ho scelto di raccontare di come una sera, al termine di uno spettacolo che al pubblico sembrava essere piaciuto molto, sono andato in un bar di provincia da solo ad annegare nella birra i troppi complimenti e le manifestazioni di affetto ricevute. Perché erano quello che avevo sempre desiderato, e quello che avevo sempre desiderato si rivelava in realtà anche assurdo e grottesco. Ridicule. Se queste sono le premesse - ovviamente mie e arbitrarie - mi chiedo che razza di inferno debba essere fare sul serio la rockstar. Roba da suicidio.

In fondo l'ambivalenza di tutte le situazioni, lungi dall'essere una scoperta epocale, sia ben chiaro, sembra però una delle possibili cifre della storia dei Nirvana e del loro tormentato frontman, che indossava la nota T-shirt con scritto I hate Myself and I want to Die, ma che, a chi glielo chiedeva, e pare fossero in tanti, rispondeva sempre che era uno scherzo, uno stupido scherzo. Anche pochi giorni prima di spararsi in testa con il fucile, con tanta violenza, raccontano le cronache spietate, da non lasciare elementi per avere la certezza, a vista, che quel corpo ritrovato senza vita fosse proprio quello di Cobain. E poi il biglietto d'addio che diceva due volte I Love You. E ancora, nelle sue canzoni, la coesistenza delle nuove rimostranze da gridare a gran voce (I've got a new complaint) prima però di ripiegare sul disagio intimo e universale (All alone is all we are). Persino la data di morte è ambivalente in Kurt Cobain: per il mondo vale l'8 aprile 1994, quando si aprirono le porte del garage e la notizia fece in poche ore il giro dei cinque continenti. Ma per i medici legali il decesso è datato 5 aprile, però nessuno ne ha la certezza (neppure l'implacabile Wikipedia) e i fan, in fondo, non hanno un vero e proprio anniversario da ricordare (o forse ne hanno due, cosa che, al tempo stesso - altra ambivalenza - amplifica il dolore, ma pure offre doppio spazio alle celebrazioni più morbose...). Tutto insomma è nebbioso intorno a Kurt, perfino il successo. I'm not there, dicevano di Bob Dylan.

Il successo, per l'appunto. Per i Nirvana ha un nome: Nevermind, 1991. Il botto planetario, l'invenzione di un etichetta, che aveva anche la devastante presunzione di raccontare un modo di essere: il Grunge. Incasellare, definire, normalizzare. Questo desidera sempre fare l'Idra della divulgazione mediatica, abbattere la complicazione e lasciare che tutto continui a scorrere tranquillo e rassicurante, pur con le necessarie (obbligatorie perfino, quindi normate pure queste) trasgressioni. "Lo spettacolo - scriveva Guy Debord - è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno[6]". E il flusso dei dormienti - e qui mi viene in mente un altro romanzo che forse non è stato capito, Manuale di investigazione di Jedediah Berry - arriva a osannare Nevermind e a fare dei Nirvana facce perfette per il marketing globale. Il successo e il suo prezzo. La consacrazione e l'espiazione[7]. Un'operazione quest'ultima che dura due anni e porta a In Utero, il terzo e ultimo album della band. "Si può parlarne - ha detto Grohl a Rolling Stone nel 2013 - come di un risultato magnifico, oppure come di un momento davvero di merda". Ancora Debord: "Lo spettacolo è il momento in cui la merce è pervenuta all'occupazione totale della vita sociale. Non solo il rapporto con la merce è visibile, ma non si vede più che quello[8]". Per i Nirvana, Nevermind era diventato merce, e In Utero doveva essere la risposta, situazionista se volete, alle loro angosce per quanto era accaduto e continuava ad accadere. "Volevamo tornare a essere la band che eravamo, quella che ci era stata portata via dal successo di Nevermind”[9], ha chiosato Dave Grohl, e per farlo si sono affidati a Cobain, ai suoi testi disperati, al suo amore e odio (ambivalenza) per se stesso e per gli altri. Krist Novoselic, il terzo Nirvana, l'amico e il simbiotico di Kurt, ha colto il problema, dopo il suicidio del leader, raccontando di come amasse Cobain e di come odiasse chi lo aveva ucciso. Ma in questo caso - e la dinamica si ripete identica nell'amicizia tra Franzen e Foster Wallace - la vittima e l'assassino erano la stessa persona.
E allora che cazzo si fa?



[1] Tommaso Pincio, Un amore dell’altro mondo
[2] Grazie a Francesco De Gregori e alla sua Buffalo Bill
[3] Che nel Sistema dell'arte, dove al successo si tende ad arrivare più tardi, diventa il Club dei 37, che annovera gente del calibro di Raffaello e Parmigianino, come ha raccontato Flavio Caroli nel suo Trentasette
[4] Io ce l’ho
[5] Thomas Stearns Eliot, La terra desolata
[6] Guy Debord, La società dello spettacolo
[7] Ringrazio ovviamente Ian McEwan, ma soprattutto il mio amico V., teorico dell’argomento espiazione
[8] Guy Debord, La società dello spettacolo
[9] Anche questa frase è tratta da un pezzo di Rolling Stone. Quello che mi colpisce di più, però, è ripensare alla copertina di Nevermind, il bambino nudo che nuota inseguendo a una banconota. E’ chiaro che erano consapevoli di quanto stava accadendo, non può essere solo una epifania a posteriori. Era business…


Leonardo Merlini
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